Peter Anich: l’uomo che volle disegnare il Tirolo

Peter Anich è un giovane tornitore di Oberperfuß, nel distretto di Innsbruck, dove gestisce una piccola fattoria. È un semplice artigiano e contadino, forse non frequenta neppure regolarmente la scuola, eppure è attratto dalla matematica, dall’astronomia, ha sete di sapere: si diletta a costruire orologi solari, globi celesti e terrestri. Aspira infatti in alto e nel 1751 riesce a mettersi in contatto con il padre gesuita Ignaz Weinhart, insegnante di matematica all’Università di Innsbruck e appassionato di meccanica e fisica elementare, che lo sostiene tanto da procurargli anche alcuni importanti e decisivi incarichi. E l’occasione ad Anich, Bauernkartograph, cartografo contadino così com’è soprannominato per via delle sue umili origini, giunge quando, nel 1760, gli viene dato l’incarico dallo Stato di disegnare una mappa del Tirolo del Nord – già avviata dallo studioso e barone Joseph von Spergs – e a seguire quella del Tirolo del Sud, per fissarne i confini. Anich si dedica così, anima e corpo, alla realizzazione dell’Atlas Tyrolensis. Le sue misurazioni partono probabilmente dall’Orgenkofel, un piccolo dosso disegnato al dettaglio (oggi boscoso a differenza di un tempo), poco distante dal Monte di Meltina tra Bolzano e Merano, che gli consente un panorama a 360 gradi. Oltre all’uso di specchi e di colonne di fumo – alcuni degli stratagemmi di Anich per individuare punti di riferimento a grandi distanze – il cartografo utilizza ingegnosi strumenti di misurazione da lui stesso creati e progressivamente migliorati e una piccola meridiana tascabile. Oltre a ciò, importante è il sistema della triangolazione, utilizzata ancora oggi in topografia anche se con attrezzature ovviamente più sofisticate, che gli consente di trovare i dati mancanti.

Dopo le prime illustrazioni topografiche nelle mappe di fine Cinquecento del Mercatore, dell’Ortelius, del domenicano Danti, la mappa di Anich si distingue per la precisione e la ricchezza dei particolari tematici: ad esempio, la delimitazione in verticale con appositi simboli grafici dei ghiacciai, dei gruppi montuosi e delle loro cime, prima descritte come uniformi barriere morfologiche. Non ultimo di importanza è l’aspetto artistico.

Nonostante la scala molto grande, 1:103.800, riesce a indicare castelli, residenze nobiliari, rovine, alpeggi, boschi e vigneti, miniere e fonderie, corsi d’acqua minori e ponti, laghi (420); sono inoltre indicati i confini delle circoscrizioni giudiziarie, le vie di comunicazione distinte in carrozzabili e mulattiere, in militari e commerciali con i relativi dazi, le residenze nobiliari e le istituzioni ecclesiastiche. Dà importanza alle stazioni termali, allora in crescita, indicando gli stabilimenti balneari e le fonti acide. In totale, la legenda riporta oltre 50 simboli.

Anich è però di gracile costituzione e il lavoro di cartografo, che implica anche lunghe camminate, scalate e attraversamenti, lo consuma: muore a soli 44 anni dopo aver contratto la malaria nelle paludi della Bassa Atesina. Prima di morire riceve i complimenti dell’imperatore Francesco I, che gli conferisce la medaglia d’onore; viene sepolto a Oberperfuß, suo paese natale (Museo Anich-Hueber; Sentiero Peter-Anich che da Oberperfuß raggiunge Pfaffenhofen, nelle Stubaier Alpen). A finire l’opera (1770), in particolare per quel che riguarda il territorio trentino, è un suo conterraneo, anch’egli contadino e autodidatta, Blasius Hueber (1735-1814), che lo aveva aiutato nei primi anni delle misurazioni.

Al termine della registrazione e del disegno, nel 1774, a Vienna, Johann Ernst Mansfeld incide con grande perfezione, su venti fogli di rame, la mappa che rappresenta il Tirolo e un raccoglitore appositamente costruito. È fatta in due parti, Tyrol gegen Norden e Tyrol gegen Süden, ed è la prima mappa dell’intera regione eseguita con misurazione geodetica. Ben presto diviene una delle più importanti opere cartografiche del XVIII secolo, venendo presa a modello per la moderna cartografia. Le prime mille copie si esauriscono in breve e le ristampe si succedono.

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Qualche secolo prima, la carta geografica di Pietro Andrea Mattioli

Verso la fine del Cinquecento, il migliorare delle condizioni economiche, l’allargamento delle conoscenze geografiche – favorito anche dalla diffusione di numerosi atlanti – sollecita una produzione cartografica prima riservata a usi privilegiati, privati o talvolta occultata. Le mappe che ne escono sono quasi esclusivamente a stampa, tecnica che permette la pluralità del prodotto, in risposta all’accresciuta richiesta. Prima di giungere alla cartografia moderna dei tirolesi Anich e Hueber, il Tirolo, proprio perché territorio di transito, vede l’apporto di più “scuole cartografiche”: c’è quella d’oltralpe con abbondanza di figurazioni ornamentali (Latius-Ortelius, Raetiae Alpestris descriptio, in qua hodie/Tirolis Comitatus, 1573; Matthias Burgklechner, Aquila Tyrolensis, 1620) e quella italiana, in particolare veneta, più severa e precisa (Egnazio Danti, Transpadana Venetorum Ditio, 1581; G. Antonio Magini, Territorio di Trento, 1620). Sono produzioni, queste, che andranno a confluire nei grandi impianti editoriali olandesi, primi tra tutti quelli di Jan Janssonius (Territorio Tridentino, 1633) e di Johannes Blaeu (Tyrolys/Comitatus, 1662).

Per quanto riguarda la cartografia più specificatamente trentina, l’elaborato più antico e ricco è quello attribuito a Pietro Andrea Mattioli, celebre medico botanico di origine senese (1501-1577). Prima di giungere alla corte del Principe vescovo Bernardo Clesio a Trento e poi di Ferdinando re dei Romani a Praga, soggiorna 15 anni a Cles, in Val di Non, dove sviluppa le sue ricerche in campo botanico che confluiranno nel Delli discorsi nelli sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo della materia medicinale (1544), libro le cui edizioni e traduzioni si rincorrono per secoli. Ma l’opera che ci interessa è un carta geografica delle valli di Non e di Sole, realizzata tra il 1527 e il 1542: un disegno a penna delicatamente colorato, assai preciso, poi riprodotto a stampa con la tecnica xilografica (54×77 cm). L’originale, conservato assieme alla stampa presso il Tiroler Landesmuseum Ferdinandeum di Innsbruck col titolo Le valli d’Annone e Sole, misura 42,5×65 cm (presso la Biblioteca Comunale di Trento è conservata una copia fedele del disegno realizzata nel 1889). Oltre a fornire un’idea convincente del territorio rappresentato anche in forme prospettiche – la scala grande, 1:65.000, consente di considerare l’opera una vera carta topografica – emergono chiaramente le vocazioni naturalistiche dell’autore nelle diverse descrizioni delle piante, delle rocce, di una decina di animali; moderna è la giustapposizione di riquadri informativi circa le caratteristiche del luogo: «Qui si cava di ferro»; «Qui sono li corpi del glorioso santo Romedio…». 

Pietro Andrea Mattioli, Le Valli d’Annone e Sole (1527-1542)
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Pubblicato da Silvia Vernaccini

Nata a Trento, dove risiede, è giornalista e scrittrice. Ha al suo attivo diversi libri di storia dell’arte, di narrativa per bambini (segnalata dal Ministero dell’Istruzione) e guide escursionistiche, nonché libri di gastronomia e folclore con cui ha vinto il cardo d’argento al Premio ITAS letteratura di montagna (2003). L’autrice ama camminare lungo le valli del Trentino per conoscerne e apprezzarne anche gli aspetti culturali e ambientali minori e quindi valorizzarli attraverso guide turistiche e progetti a valenza regionale e nazionale. GÈ guida e accompagnatore turistico e docente presso l'Università della Terza Età e del tempo disponibile.