Piergiorgio, pietra d’inciampo

Piergiorgio Cattani, classe 1976, di Trento, morto il giorno 8 novembre 2020, pietra d’inciampo.

Vi chiedo un poco di attenzione. È una definizione che non vuole essere uno scandalo né ha nulla a che vedere con le vittime dei nazisti. L’espressione “pietra di inciampo” è mutuata dalla Bibbia e dall’Epistola ai Romani di Paolo di Tarso (9,33[5]): “Ecco, io metto in Sion un sasso d’inciampo e una pietra di scandalo; ma chi crede in lui non sarà deluso”.

La uso perché la cultura ebraica è stata un fondamento della vita politica e intellettuale di “Pier” Cattani, molto più di quanto in genere si sappia.

Ciò emerge chiaramente dal libro “Creatura futura”, uscito nell’ottobre di quest’anno per le ViTrenD, nuovo marchio per la distribuzione nazionale delle edizioni diocesane di Vita Trentina, che Paolo Ghezzi ha dedicato al creatore e presidente di Futura.

Alle involontarie, ma purtroppo non inaspettate, dimissioni dalla vita di Piergiorgio Cattani seguirono inevitabilmente (il libro lo chiarisce, se fosse necessario: simul stabunt, simul cadent) quelle del “frontman” di Futura dalla carica di consigliere provinciale e dalla politica “recitata” fin lì condotta insieme all’amico e, ce lo confessa lui, vate e maestro, ancorché molto più giovane.

La prima cosa, allora, giustamente, è stata per lui scriverne la storia e descriverne la statura intellettuale.

Andiamo al libro. Se “Pietre d’inciampo” significa anche attirare l’attenzione sull’essenza delle cose, cogliere il senso del loro muoversi, Piergiorgio Cattani ne ha collocati diversi di questi sassi metaforici.

Affetto fin da giovanissimo da una malattia ingravescente, che un poco alla volta gli ha mangiato il fisico, ha trasformato se stesso in una pietra. Nel senso buono: è stato egli stesso una pietra d’inciampo.

L’attenzione di Cattani per le parole era melodiosamente ossessiva, e infatti il libro ne straborda. Ma se fosse possibile riassumere in una sola domanda il percorso della vita di “Pg”, sarebbe forse questa: Si possono immaginare limiti alla Provvidenza?

Io non ho avuto la ventura (ma la distrazione è mia) di avvicinare Piergiorgio negli anni della sua maggiore produzione di vitale intelligenza. Ma del resto, io non sono né un politico né un cattolico; e neanche un intellettuale. Percorrevo altri sentieri. Lui si accorse di me, e io di lui, perché venne involontariamente da me toccato sulla carne viva intorno alle domanda: perché Dio, se esiste, non interviene nelle vicende umane? Perché lo dobbiamo fare noi, che siamo fragili e fallibili? Non vi tedio con la discussione che ne seguì. Annoto solo due cose.

La prima, lettura mia, è che questa questione, in sunto, accarezza il celeberrimo epitaffio inciso sulla tomba di Immanuel Kant: “Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me” (tratto dalla Critica della ragion pratica). E rivela (il libro di Ghezzi è una piccola Bibbia, e non solo in quanto ripercorre il calvario di Cattani altrimenti sarebbe forse un piccolo Vangelo) quanto sia stato imprevedibilmente marxiano “Pg”, lui così visceralmente cristiano: “Finora i filosofi hanno soltanto interpretato il mondo. Ma si tratta di cambiarlo” (lo ha detto Marx).

La seconda è che è vero che “Pg” è stato soprattutto un “tessitore di amicizie”, che “si sentiva unico e ti faceva sentire unico” (pag. 113, ma non lo scrivo più, servirebbe troppo tempo, in un libro così impressionantemente denso), in un modo o nell’altro, ma senza mai perdere un’occasione. Cento mail al giorno: dici poco.

Nel merito. I saggi dicono che bisogna vivere lentamente. La piccola goccia che aggiungiamo al grande fiume della vita non lo rende differente. E sì, tu puoi anche dare il tuo piccolo contributo, ma, a parte i sceltissimi, le Grandi Anime, non cambi il flusso della Storia. Non lo cambi perché non lo impersoni; e neanche lo capisci. Così dicono i saggi.

Be’, non è così. Io non l’ho mai pensato: lui lo ha fatto. È per questo che è stato accostato ad Alexander Langer. Può bastare.

E allora. Forse è vero che gli individui sono elementari e seguono la massa. È che la massa non è affatto inconsapevole. Fa le sue scelte. Delinea una tendenza e poi la segue, e poco importa che sia dettata dalla paura oppure dal coraggio. La massa è un collettivo, è un corpo. Fa la Storia. Si muove come un gregge quando c’è un pastore, o come un branco se qualcuno si erge a capobranco. Ma si muove, sempre. Ed è bene cercare di capire dove sta andando. Per il semplice decisivo motivo che lì dove va la massa finiremo anche ciascuno di noi. E allora, prima lo sappiamo, meglio è. Per tutti, per ciascuno.

Sì, ma, noi, che siamo ognuno un individuo, come facciamo a comprendere la massa? Ha un proprio cuore, ha sentimenti? Segue la stessa logica che ci accompagna? È spinta dagli stessi contenuti o è altro da noi? Difficile dirlo. Non ci sono mai certezze, né ex ante né ex post.

Paradossalmente, la direzione di sviluppo della massa si può cogliere proprio perché non è la stessa di ciascuno degli individui che la compongono. Perché ognuno va dove lo porta il cuore (era l’invito della Tamaro), oppure la paura.

Per comprendere se qualcuno lo porta il cuore o la paura, basta guardarlo negli occhi. E qualche volta li scopri tutti e due. Ma la massa non ha occhi. Coglierne l’anima è difficile. La buona volontà non basta. E nemmeno la lealtà è sufficiente. Occorre un patrimonio di cultura. Servono strumenti affilati, che richiedono manutenzione.

Ecco. Sembra che non c’entri niente, ma c’entra. Per fare un link (un tempo si facevano esempi), ecco, la teoria del Big bang, figlia del ‘900, presuppone l’idea che sia possibile un’espansione senza limiti e infinita. Il secolo breve ha pensato che sia così anche la società umana, che si vada sempre verso il progresso. Il nostro modello di sviluppo si fonda su questo assioma: le cellule staminali, potenzialmente in grado di sostituire qualsiasi organo del nostro corpo; le fonti di energia pulita illimitata e inesauribile; addirittura l’intelligenza artificiale che evita la fallibilità umana. Di tutto e di più. Questo stiamo pensando: portare Dio in Terra.

“Pg” ci ferma lì, padrone e schiavo della sua immensa cultura. E dice: mica vero; lo hanno detto nell’800, ma la Bibbia, che ha millenni, e non è neanche l’unico Libro, dice che si arriverà alla fine dopo una escatologica (ricordo bene? impossibile ritrovarlo) Apocalisse, anzi più d’una.

Piergiorgio Cattani, insomma, non ci crede, pone il dubbio nelle fondamenta. Dice che il lieto fine non è nemmeno da prendere in considerazione; che Dio è infelice, perché assente e impotente nelle sorti umane. Lo teme. Lo sa.

Crede realmente alla resurrezione dei corpi? Sì, certo. Forse no. E chi lo sa: importa qualcosa? Quello che importa realmente a “Pg” è ciò che Cattani fa, qui e ora, dicendo (lo metterei tra virgolette se lo trovassi) che il tempo buono è eternamente il presente. Discute sulla tradizione, su quello che è stato, e cerca quello che sarà.

Ma il tempo è il presente. Lì si deve agire. E chi può dire se servirà a modificare il futuro? Hic et nunc (qui e ora).

È vero, Pier. Noi siamo qui. E inciampiamo nelle tue pietre, che sono messe apposta. E anche nel vento, che pensavamo fosse solo un modo più leggero per procedere. Mi fermerei qui, se il libro di cui parlo fosse solo una “summa”, che nel linguaggio della scolastica designa il ‘corpus’ di dottrine teologiche, di diritto, di grammatica, o di opere dedicate all’esposizione organica e sintetica di un determinato campo del sapere.

E torno, non volendo, a ciò che mi scrisse Cattani due anni fa. Disse: “Un poeta israeliano ha scritto una poesia dal titolo Gli dei cambiano, le preghiere restano. Resta l’uomo, come dici tu. Ci vediamo a Futura. Piergiorgio” (30.11.2019).

Che altro dire: che di questo libro, di questa esperienza, di questo percorso (“trovare le parole”, ecco quello che mi manca), resta il bisogno di tracciare il percorso umano, che travalica ogni “esigenza” politica. Non è impossibile. Basta uscire dagli stereotipi. E guardare le persone e i pensieri che ciascuno, in questa immensa folla, può partorire, anche senza avvedersene. Ma sì, dai, maestro, hai ragione tu: vivere è un modo per morire più leggeri.

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Pubblicato da Stefano Pantezzi

È nato a Rovereto nel 1956 e cresciuto a Trento, vive a Pergine Valsugana. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna, è avvocato da una vita. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Come una nave d’acqua” (2018) e alcuni racconti in antologie locali. “Siamo inciampati nel vento” (Edizioni del Faro) è il suo primo romanzo.