Marius Schneider: Pietre che cantano

Marius Schneider (1903-1982)

Gli dèi sono canti e prima di essere figure e volti furono un ritmo e una melodia perché l’origine è sonora, una vibrazione. Ce lo ricorda uno dei più grandi etnomusicologi apparsi in questa parte del mondo: Marius Schneider (Haguenau, Alsazia, 1903-1982, Marquartstein, Germania, ma visse moltissimi anni in Spagna). Poi il suono, nelle sue molteplici mutazioni, è diventato pietra, scultura, figura. Ci voleva un acume enciclopedico come il suo per scoprire che le pietre cantano. Tutte le pietre cantano ma soprattutto quelle dei chiostri romanici. Mentre gli storici dell’arte studiano gli stili, le influenze, i “ritardi” e le “innovazioni” (sostantivi vuoti che non corrispondono mai all’esistenza di un’opera), non riuscendo mai a offrirci l’Anima delle cose, lo Spirito che aleggia sopra e dentro le cose fatte da mano umana ma reiterate dal soffio creativo millenario, Schneider, studiando le sculture di animali e figure umane e divine che arricchiscono e impreziosiscono tre chiostri catalani romanici – San Cugat, la cattedrale di Gerona e Santa Maria de Ripoll – scoprì che un filo comune legava l’economia iconografica. Il posto di volta in volta occupato da ogni singolo capitello nella successione delle colonne non è mai casuale ma è determinato da un ritmo globale musicale. Una musica diventata pietra, una musica universale che si è solidificata in questi chiostri dove si possono trovare rapporti stretti tra l’arte indiana, quella egiziana e quella europea medioevale, il tutto esplicitato grazie alla mano degli scalpellini romanici. 

Quando nel 1976 apparve, per i tipi di Archè, Pietre che cantano, gli occhi e la mente hanno subìto una fulminea trasformazione: le parole di Schneider hanno aperto un mondo, hanno spalancato le porte dell’universo, delle sottili relazioni tra antropologia, folklore, arte, filosofia e religione. Grazie a un’erudizione e a un coraggio inusuali, l’autore ha saputo, anche grazie a una fitta creazione di cartine, mappe, tavole di comparazione e pentagrammi – su tutto prevalgono gli schemi dell’Antropocosmo –, decifrare e narrarci la ricchezza della pietra romanica. Una sapienza che si ritrova nel corposo libro (editato nel 1986 da Rusconi grazie all’intervento di Alfredo Cattabiani e con la traduzione di Elémire Zolla) Gli animali simbolici e la loro origine musicale nella mitologia e nella scultura antiche, 500 pagine. In questi due libri gli inni liturgici, soprattutto il gregoriano, trovano una propria collocazione in una più ampia teoria generale della conoscenza umana, di una cosmogonia antichissima le cui implicazioni filosofiche e religiose sono state cancellate in gran parte dal razionalismo, un scientismo che ha dimenticato perfino uno dei suoi padri, quel Pitagora che aveva trovato nella musica un linguaggio sovrannaturale ed esoterico.

Schneider indaga il rapporto centrale della vita, quello snodo fondamentale dove si incontrano cielo e terra. Per farlo, mette in campo i fili sottili che uniscono il corso del sole con le stazioni zodiacali – e forse non è un caso che i capitelli riflettano la luce degli equinozi e dei solstizi –, la musica occulta dell’universo e la sua riproduzione attraverso la voce degli sciamani, le magiche danze africane, le tradizioni folkloriche spagnole. Il mondo fu creato dalla morte, che canta il canto della morte creatrice, il quale si solidifica in pietre e carni. Il rapporto numerico tra questi elementi, così come la relazione tra la figura del toro con la nota mi, del pavone con la nota re, ecc. diventa l’armonia del canto e della luce da cui proviene tutto il creato, nel quale si ode il concerto delle sfere celesti.

Basta leggere una delle sue conclusioni – dopo l’illustrazione della teoria attraverso centinaia di pagine e di grafici – per farci prendere dalle vertigini e proiettarci in un fantasmagorico mondo che, se non è del tutto scomparso, certamente si è “velato”: «Pertanto, sembra molto probabile che i capitelli di San Cugat e di Gerona si basino su una tradizione visigota di origine irano-caucasica trasmessa dalla Bisanzio preellenica». Nel seguire queste vie si disvela tutto il fascino dell’avventura intellettuale.

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Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com