Propaganda: il ”macinino“ della storia

Una cara amica, qualche tempo fa, mi fece dono di un prezioso libretto, edito a Milano per i tipi della Henry Beyle e in vendita presso la libreria Arcadia di Rovereto, che ci riguarda molto da vicino. La cui storia è la seguente.

Nel 1956, poco tempo prima di morire, Piero Calamandrei mise per iscritto il racconto del suo primo processo penale, discusso 40 anni prima dinanzi a un tribunale straordinario di guerra sui monti di Vallarsa.

Il breve ma intenso scritto del grande avvocato e uomo politico, padre costituzionale, allora giovane tenentino di complemento, che uscì all’epoca su «Il Ponte» (XII, 1956), è stato dato nuovamente alle stampe quasi cent’anni dopo i fatti in edizione d’antan, con le pagine da tagliare. È molto stringato, ma c’è tutto quel che serve. Non una parola di più, non una di meno, come sanno fare i grandi. E ci porta in pochi quadri dentro il teatro della Prima Guerra mondiale, nei boschi di Vallarsa, seguendo le sorti di otto soldati di complemento, buttati a rinforzare le trincee, i quali, scaricati di notte a mezzo monte, si erano persi e, ritrovati la mattina dopo in giro, erano stati mandati a processo per sospetto di viltà.

Sul palcoscenico uno dietro l’altro si susseguono: il generale Cadorna, che non capisce che un informatore sta dicendo il vero circa una imminente offensiva austriaca, e lascia scoperta la linea del fronte; un giovane sottotenente, novello docente di procedura e promettente avvocato, che viene comandato a difenderli; un capitano di Stato Maggiore, uso al diritto militare, pubblica accusa; un colonnello che vorrebbe essere imparziale, presidente del collegio giudicante; un generale esaltato, di stampo ottocentesco; e infine un popolano, semplice come soldato ma arguto in quanto fiorentino.

Due eserciti sullo sfondo, nascosti tra le nebbie mattutine di prima estate tra le valli. Partiamo dagli ultimi.

I due schieramenti contrapposti, che ormai da anni passavano il tempo a patire e a inventare furbate per fare soffrire l’altro più di quel che già soffriva, si indovinano soltanto.

Il popolano arguto, sentendo fare il discorso alla truppa, osserva: “L’hai sentito icchè ha detto i’colonnello? Vorrebbe dire che tra pochi giorni si va a finire anche noi ni’ macinino!”, con ciò riassumendo l’intera Grande Guerra in una sola frase, e anzi in un sol gesto come racconta il nostro Piero: “E faceva colla mano il gesto di girare una manovella come quella di un macinino da caffè o di un tritacarne”.

1918: Il primo ad entrare in Trento
Piero Calamandrei (1889-1956), fu giurista, scrittore e uomo politico, fu tra i fondatori del Partito d’Azione e tra gli artefici della Costituzione repubblicana. Nel 1945 fondò a Firenze la rivista “Il Ponte”, animando il dibattito politico, culturale e civile del primo decennio della Repubblica.
Ma fu anche un soldato. Nel libro “La grande guerra di Piero Calamandrei”, del Centro Studi Calamandrei di Jesi, curato da Silvia Bertolotti, giovane ricercatrice vicentina dell’Università di Trento, con la consulenza fotografica dell’architetto Carlo Fantelli, Calamandrei racconta le marce, l’addestramento militare, le esercitazioni tattiche, il trambusto durante le offensive, e contemporaneamente descrive la bellezza dei paesaggi e dei luoghi della guerra che vorrebbe visitare quando questa sarà finita. Calamandrei, peraltro, fu il primo ufficiale italiano ad entrare nella città di Trento ormai liberata. Così scriveva infatti il 4 novembre 1918. “Ieri alle 13,30 sono stato io il primo soldato italiano a entrare in Trento ancora tenuta dalla marmaglia austriaca, ora siamo quì tutti in tumulto di festa…”

Come si esce dal macinino, per chi può e vuole uscirne, ce lo spiega il racconto.

Non vi esce il generale (il quale vuole almeno una fucilazione esemplare), che è un vanitoso e il macinino gli offre un palcoscenico da primattore.

Non vi escono i soldati che, presi in mezzo, rinunciano subito a comprendere il processo, che è cosa da ufficiali come l’intera guerra.

Piuttosto, suggerisce il narratore, attenti, che il macinino non si può sfidare frontalmente ma lo si può solo aggirare. 

È dunque il talentuoso difensore che, al colonnello giudice e al capitano pubblico ministero che non vorrebbero diventare assassini, offre il modo per liberarsi della responsabilità.

Egli che fa, dunque? Non discute del comportamento dei soldati, né della sensatezza e meno ancora della giustizia delle norme. Capisce che la sentenza è già scritta e c’entra poco con la verità dei fatti.

Perciò sposta il tiro e vira sulla procedura, che tra l’altro è il suo campo: eccepisce la incompetenza del tribunale militare straordinario. È passato già troppo tempo dai fatti, argomenta, e questi processi sul campo sono previsti solo quando è necessaria una reazione immediata. Si attenda allora il tribunale militare ordinario di stanza a Vicenza.

Lo scontro a distanza è tra l’intuito di Calamandrei e la vanità del generale.

Vince il primo in questo caso, e i malcapitati soldati vengono prima deferiti al tribunale ordinario presso il quale, successivamente, saranno pure assolti.

La guerra di Piero Calamandrei si ferma qui, per questo fatto, aggiungendo solo lo sberleffo di narrare che egli stesso era poi stato processato per avere contraddetto il potere, quello militare e dunque assoluto, ma, proprio per questo, assolto non in quanto innocente ma perchè…”infermo di mente”.

Nella Storia, come sappiamo, non andò sempre così. Raramente la gente riuscì a eludere i tritacarne e la loro morsa. Chi vi passò si ebbe spesso una conclusione senza lieto fine.

I macinini, i tritacarne sono gli infernali ingranaggi messi in piedi dalla Storia, dentro i quali le vite dei singoli individui non contano un bel nulla.

Allora.

Una delle grandi domande a riguardo è sempre stata: perché lo si accettò? Per quale ragione milioni di persone entrarono dentro alla Grande Guerra, così come dentro agli altri enormi tritacarne che si susseguirono per mezzo Novecento, comprendendo o no, volenti o no, ma senza grosse ribellioni o dubbi? Cosa muoveva questa enorme massa di persone che fecero le Grandi Guerre, ma anche le rivoluzioni e i giganteschi collettivismi da cui nacquero dittature spesso feroci nei Paesi più diversi sparsi per il mondo?

Certo i motivi furono molteplici. Fu la povertà, fu l’ignoranza, la difesa di interessi. Ma fu anche la speranza di un miglioramento, anche l’ideologia, rincorrere dei sogni. Non era avvenuto spesso nella Storia; se é vero che le pance piene non fanno la rivoluzione, quasi sempre quelle vuote rimangono tali molto a lungo se se ne stanno zitte.

Nel Novecento andò diversamente. 

Forse più di tutto fu il bisogno di una identità collettiva, reale o immaginaria, autentica o totalmente snaturata, poco importa. Identità di sudditi, di patrioti, ma anche di proletari, di rivoluzionari, di grande Armata; persino, e lo sappiamo bene, di razza, concetto artificiale.

E se alla Grande Guerra le masse contadine furono condotte in gran parte manu militari, senza una reale volontà di partecipazione e con pochissima consapevolezza, negli eventi successivi la volontà di esserne parte fu predominante. 

Da Hitler a Goebbels
La propaganda utilizzata dal Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) negli anni precedenti e durante la guida di Adolf Hitler in Germania (1933-1945) è stato uno strumento essenziale per acquisire e mantenere il potere, oltre che per l’attuazione delle politiche naziste. L’uso diffuso della propaganda da parte del nazismo è in gran parte responsabile dell’acquisizione delle attuali connotazioni negative date alla stessa parola “propaganda”.
Il leader nazista ha dedicato ben tre capitoli del suo libro Mein Kampf (1925-26), già di per sé uno strumento di propaganda, allo studio e alla pratica propagandistica. Egli affermò di aver imparato il valore della propaganda quando, in qualità di fante durante la prima guerra mondiale, rimase esposto all’efficace propaganda britannica e all’inefficace propaganda tedesca.
Capo del Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda (Ministero del Reich per l’istruzione pubblica e la propaganda) della Germania nazista fu Joseph Goebbels.

Così un’enorme massa di individui parve diventare un unico “essere pensante”. E questo essere prese corpo quasi sempre in una singola persona, un capo, un leader, un condottiero, sempre con la medesima caratteristica: che non fosse migliore di ciascuno di loro. Un qualcuno che paradossalmente si imponeva non perché fosse più bravo, ché non lo era affatto, ma proprio perché non lo era. Così ciascuno vi si poteva riconoscere. Ogni individuo, attribuendo al capo poteri e capacità superiori, le vedeva anche in se stesso e riceveva così in cambio la forza e la durezza per affrontare anche le peggiori asprezze, e forse una sensazione di piacere capace di nascondere ogni aspetto negativo, persino i più orrendi crimini. 

Il capo d’altra parte catalizzava in sé la forza di ciascuno e la assorbiva, sentendosi sempre più invincibile, portatore di una missione su scala planetaria, come vi fosse condotto dal destino. 

Come sia finita, in quasi tutti i casi, è noto. Ma quel che interessa qui è seguire un filo che sembra legare quei grandi e spaventosi fenomeni epocali che si susseguirono nella prima metà del ‘900, con altri fenomeni certo meno apocalittici e appariscenti, ma non così secondari, che caratterizzarono la seconda metà del secolo. E proporre la chiave di lettura offerta dai processi di identificazione.

Il meccanismo psicologico è molto più chiaro e riconoscibile quando viene ripetuto da un numero vasto di persone che si identificano ciascuna con uno stesso soggetto. Ciò consente e provoca il movimento inverso: molti si identificano con l’uno e l’uno con i molti.

Ma, e qui sta l’aspetto peculiare, il legame non è affatto collettivo quanto piuttosto una somma di molti, ripetuti e quasi identici legami individuali. Se io mi identifico con il Capo, divento capo anch’io. Se voglio dal mondo la stessa cosa che vuole il Capo, il mondo obbedirà anche a me. Indirettamente, ne sarò padrone. È ovviamente un’illusione: la realtà è che sarò schiavo del Capo, che sarà il vero padrone.

Ma un po’ alla volta anche il Capo diverrà schiavo di se stesso, prigioniero della sua “missione”.

Di questo permanere del rapporto individuale e della opportunità quindi, per i propri scopi, di rivolgersi non alla massa ma a ciascun singolo componente, si era accorto, non a caso, l’artefice della più nefasta di queste identificazioni, quella che si creò tra Hitler e la Germania nazista. Una identificazione devastante: una nazione intera schiava di un solo uomo e un uomo schiavo della sua “missione”. Il risultato fu toccare il fondo insieme, e trascinare nella distruzione il mondo intero. Dare vita, insomma, per dirla con quell’arguto soldato fiorentino raccontato da Calamandrei, al “macinino” più infernale della Storia: davvero il più grande tritacarne mai messo all’opera dall’uomo.

Come è potuto avvenire? Le risposte sono sempre state molte.

Anche per accennare a questi aspetti conviene infine riferirsi a un racconto, che è più efficace di qualsiasi ricostruzione storica. 

Uno dei lavori più interessanti in tema ha affrontato gli aspetti anche psicanalitici della resistibile ascesa al potere assoluto del suddetto dittatore. Gli esordi del futuro Fürher sono ripercorsi con particolare efficacia ne “Il problema Spinoza”, anomalo ma densissimo doppio romanzo di Irvin D. Yalom (2012, edito in Italia da Neri Pozza).

Lo scrittore, ovviamente ebreo, fa incontrare queste due vicende che hanno rimandi e comunanze insospettate. Narrando le vicende personali di Alfred Rosemberg, primo ideologo del Nazionalsocialismo e, paradossalmente all’apparenza, di origini ebree, l’Autore analizza in realtà i modi opposti di proporre il proprio “messaggio” tra queste due figure storicamente così lontane: l’amore per la ricerca pura della verità, disinteressato sino al sacrificio di sé, di Baruch Spinoza viene contrapposto al suo contrario, la volontà e la brama di potere come assoluta affermazione del sé, di Hitler. Ma non è questo il punto.

Le due vicende possono essere seguite in parallelo a patto che, fa intendere l’autore, si sia consapevoli che la contrapposizione corre tra i mezzi usati dai due personaggi.

Spinoza utilizza contenuti altamente specifici, sottili, e li argomenta. E perde.

Hitler usa promesse e concetti generici, ma li propaganda con tecniche già quasi scientifiche. E vince.

Per nostra fortuna, “vince” solo apparentemente, poiché la Storia sa che mentre il primo fece crescere l’Umanità, il secondo le fece toccare uno dei punti più bassi d’ogni tempo. Ma la contraddizione resta e anzi cresce sempre più.

Da una parte il Dopoguerra ha portato all’avanzare dei grandi ideali di Pace, Uguaglianza, Unità; ma al contempo ha esteso sempre più i metodi della pubblicità a tutti i campi, fino ai fondamenti stessi del sapere. 

La sfida a distanza, per niente inattuale, tra contenuti e tecniche di persuasione è tra le più grandi della seconda metà del Novecento. Tuttora irrisolte. Tuttora gravemente condizionanti.

E sta vincendo ancora la propaganda.

Il principio del marketing si estende a tutti i comparti della società del consumo. Non ha la minima importanza cosa si vende o si distribuisce. Non importa se fa bene o se fa male. La pubblicità ha esportato i propri metodi alla politica, alla cultura, persino alla scienza.

Questo fenomeno sta diventando ormai pericoloso persino per la salvezza del pianeta (pensiamo alla disinformazione mirata negazionista sui cambiamenti climatici).

Ma poiché il marketing è necessario a una società mercantile come la nostra e anzi suggerisce libertà, scelta, abbondanza, autodeterminazione, cioè tutto quello che era mancato nella prima metà del Novecento… attualmente nessuno mette più in discussione gli strumenti della propaganda. Non ha più detrattori.

La persuasione si è anche raffinata ed è sempre più efficace perché evita di indirizzarsi alla massa e si rivolge sempre e solo al singolo. Il “suggerimento” pubblicitario non è mai rivolto a un “voi” ma sempre a un “tu”. 

La tecnica dell’identificazione. Ancora una volta. Catturarne uno alla volta e in questo modo tutti insieme. Per portarli dove? Non lo sappiamo ancora.

Ma col rischio che veniamo cacciati tutti ancora dentro a un nuovo devastante “macinino” , magari differente, ma non meno micidiale e forse definitivo.

Attenzione ai contenuti, dunque, ma si riprenda anche la critica delle tecniche di persuasione. Affinché non ci svegliamo troppo tardi.

Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Stefano Pantezzi

È nato a Rovereto nel 1956 e cresciuto a Trento, vive a Pergine Valsugana. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna, è avvocato da una vita. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Come una nave d’acqua” (2018) e alcuni racconti in antologie locali. “Siamo inciampati nel vento” (Edizioni del Faro) è il suo primo romanzo.