Quando gli elefanti lottano

È il primo di settembre e la guerra tra Russia e Ucraina, con palese e dichiarato appoggio americano, non è ancora finita. 

Diversamente da altri più o meno recenti conflitti europei, questa guerra era evitabile: oltre che brutale, essa è rischiosa, costosa e anche piuttosto inutile. Non porterà cambiamenti epocali, tutt’al più darà una piccola accelerazione a quelli già in corso: solo un piccolo passo nella ridefinizione delle sfere di influenza dei tre Imperi, Usa, Russia e Cina, in corso da decenni. 

Eppure sembra che queste Grandi Potenze “imperiali” non solo l’abbiano consapevolmente consentita, ma da qualche tempo si scambino  minacce di terrificanti conflitti diretti tra loro, prospettando addirittura un altro nuovo fronte nel Pacifico, tra Usa e Cina, per Taiwan, come se fosse davvero possibile uno scontro di tale portata.

Non lo è, e non lo sarebbe nemmeno se non esistesse il deterrente nucleare. Sono semplicemente troppo grandi per combattersi direttamente.

Ma allora perché lo si minaccia e sembra quasi lo si provochi? Perché proprio ora, quando il mondo avrebbe assoluta necessità di collaborare, avendo appena attraversato un pericolo globale come la pandemia e mentre si appresta ad affrontare fenomeni di una gravità mai vista come quelli che porteranno con sé i previsti cambiamenti climatici, come il vertiginoso aumento di destabilizzanti  migrazioni di massa? 

Difficile rispondere. Ma viene il sospetto che la risposta abbia che fare proprio con questa congiuntura e con queste prospettive.

Il Presidente Draghi, parlando di questa guerra a margine del G6 del giugno scorso, ha rammentato l’antico proverbio africano che dice: “Quando gli elefanti lottano è l’erba che soffre”. E forse una risposta è da cercare anche lì. Viene da pensare che questi Poteri “imperiali” non si comportino affatto come gli elefanti che quando combattono non badano all’erba che schiacciano, ma che, al contrario, alla sofferenza dell’erba ci stiano molto attenti. Sono tutti perfettamente consapevoli di queste conseguenze, le misurano presso le proprie opinioni pubbliche più o meno indottrinate; ma da un po’ di tempo in qua, anziché minimizzarle, sembra quasi che ci tengano a far sapere di essere in grado di moltiplicare le sofferenze dell’erba a loro discrezione. Non credo lo vogliano davvero fare. Ma certo è che, così facendo, tutti, e in particolare i loro propri sudditi, finiscono per comprendere che il potere di distribuire il bene e il male si trova saldamente nelle loro mani e non sarà possibile sottrarglielo.

Così agiscono gli imperatori: non usano solo la violenza diretta, ma anche altri strumenti di sofferenza di massa, come la penuria di beni materiali, l’aumento dei prezzi, la diffusione della paura e dell’incertezza.

Non tanto per dimostrare agli altri imperatori la loro determinazione, già sostanzialmente nota, ma per rafforzare la propria superiorità interna, per ribadirla in modo tangibile, visibile anche ai più irrequieti dei loro stessi sudditi. Per fare loro comprendere e accettare che non c’è nessuna possibilità di mettere in discussione il sistema di potere, la cui vera forza consiste proprio nel far accettare che tra chi comanda e chi ubbidisce c’è una distanza siderale, incolmabile.

C’era bisogno di ribadirlo proprio ora? Non lo so.

Anche se, forse, il fatto che queste inusitate prove di forza tra le Grandi Potenze avvengano dopo una pandemia e in vista di problematiche molto più gravi ed estese, che potrebbero richiedere sacrifici, pronta obbedienza e controllo accentuato per vaste moltitudini, fa riflettere.

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Pubblicato da Stefano Pantezzi

È nato a Rovereto nel 1956 e cresciuto a Trento, vive a Pergine Valsugana. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna, è avvocato da una vita. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Come una nave d’acqua” (2018) e alcuni racconti in antologie locali. “Siamo inciampati nel vento” (Edizioni del Faro) è il suo primo romanzo.