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Quando sei nata tu gli dei hanno sorriso

È banale, so che è banale e sciocco se volete, ma voi vi siete mai chiesti cosa ci sia dietro il volto di quelle persone che incontrate, anche per una sola volta, per strada, al mercato, davanti alla scuola di vostro figlio o quando andate in palestra o in qualsiasi altro posto? A me succede spesso di soffermarmi su un volto, una voce, un taglio di capelli e immaginare una storia, che non necessariamente corrisponderà a quel volto, a quella voce, a quella persona, è solo la mia storia, senza altre pretese; lo faccio semplicemente perché io amo le storie e raramente ne trovo di buone, così sono costretto a raccontarmele.

Quando ho incontrato Agitu per la prima volta, non mi sono chiesto nulla, di lei sapevo già qualcosa e forse sapevo troppo, la sua storia c’era già tutta o così almeno credevo e la mia fantasia non trovava spazio per aggiungervi altro. Era reale, troppo reale la vita di Agitu Ideo Gudeta, per un acchiappa nuvole come me.

Ho ritrovato Agitu qualche mese dopo quel nostro primo incontro, l’ho trovata in un pomeriggio inutile di tardo autunno, uno di quei pomeriggi che sarebbe meglio spendere con un buon libro in qualche biblioteca e non in giro per valli deserte e fredde e senza luce. Una donna vestita ancora da quasi estate e io rabbrividivo al solo pensiero di togliermi il berretto, una donna scura e scura in volto, visibilmente tesa, nel mio ricordo di quel nostro secondo incontro nulla mi riporta quel sorriso mille volte eternato in questi giorni. Come sono solito fare mi sono presentato, anche se ci eravamo già conosciuti, troppo spesso diamo per scontato che le persone si ricordino di noi, io no, preferisco sempre dire chi sono, come mi chiamo e vorrei sempre aggiungere anche di chi sono figlio. Agitu mi aveva dato appuntamento quel giorno per un paio di domande per una rivista.

«Andrea, quello che racconta le storie, però guarda oggi non ho tempo, mi dispiace so che dovevo avvertirti, ma ho un casino intorno che non ti dico».

«Non importa, succede. Ti lascio il mio numero, se vuoi quando hai tempo, oppure vengo in città se preferisci».

«No, no ti chiamo io, è che oggi, oggi no…!»

Non ero contrariato, anzi mi sentivo quasi leggero “Andrea, quello che racconta storie”; Agitu si ricordava delle poche frasi scambiate mesi prima e questo andava bene, significava che prestava attenzione alle persone, anche se incontrate una sola volta e questo è raro e meraviglioso.

«Vieni quando vuoi, ma prima avvertimi».

Così sono tornato su in valle e da allora ho incominciato a scrivere la mia storia di Agi.

Non so se Agi sia proprio quella che ho qui, fatta a parole sui miei quaderni, le domande da due che dovevano essere, sono diventate mille e mille e mille e mille sono state le risposte; io che volevo raccontare la mia storia di lei e lei che raccontava la sua storia di me e io che la riprendevo: «guarda che le vacche sai, mica sono come le capre, far partorire una vacca è tutta un’altra cosa».

Quante volte ho ripetuto: «Ma tu sei matta, matta come una capra matta». È di quei giorni il ricordo della sua risata senza respirare che defluiva in un sorriso che solo chi è nato a sud del mondo possiede, perché Dio doveva pur compensare chi nasce a sud del mondo e il compenso è quel sorriso, che è il sorriso stesso di Dio.

Ho solo intuito, nei mesi che ci siamo incontrati, l’essenza della sua anima di diamante. Che un diamante splenda lo vedono tutti, ma quanto sia duro lo hanno provato in pochi; perché chi ha fatto quello che ha fatto Agitu Ideo Gudeta si fa duro dentro anche senza volerlo; perché chi ha fatto quello che ha fatto Agi impara ad accogliere e a respingere, quando deve. Chi ha fatto quello che ha fatto Agi impara a correrti incontro e a scappare, sa essere generoso ed egoista; perché chi ha fatto quello che ha fatto Agitu Ideo Gudeta solo lei lo ha fatto e lei sola ne ha conosciuto il prezzo: lo spegnersi del suo sorriso in certi pomeriggi d’autunno.

E tu, Signore di tutti i mondi visibili e invisibili, Signore delle montagne e della neve e delle capre anche, quale incommensurabile, smisurato sperpero hai permesso; sperpero di sapienza, di conoscenza, d’intelligenza, di competenza, di intraprendenza, di accoglienza; sperpero di avvenenza; che sperpero d’amore. Che sperpero di sublime grazia hai lasciato che capitasse, Signore.

E allora, Dio, per Dio, ridaccela indietro Agi o non potrai mai più sorridere! E neppure noi.

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Pubblicato da Andrea Nicolussi Golo

Responsabile dello sportello Linguistico della Magnifica Comunità degli Altipiani Cimbri, collabora con l’Istituto Cimbro di Luserna/Lusérnar Kulturinstitut. Ha pubblicato il libro di racconti Guardiano di Stelle e di vacche (2010), e i due romanzi Diritto di Memoria (2014) e Di roccia di neve di piombo (2016), quest’ultimo finalista e segnalato ai Premi ITAS, Rigoni Stern e Leggimontagna. Nel 2011 è stato insignito del premio “Ostana scritture in lingua madre”. Ha vinto numerosi concorsi di poesia sia in lingua cimbra che in italiano e nel 2013, su autorizzazione Einaudi, ha dato alle stampe la traduzione in lingua cimbra del capolavoro di Mario Rigoni Stern Storia di Tönle. Nel 2016 ha pubblicato la traduzione in cimbro de Il piccolo principe e nel 2018 la versione integrale di Pinocchio. Per l’Istituto Cimbro di Luserna ha pubblicato varie favole per bambini.

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