Quanto è triste l’Australia (in materia di immigrazione)

Sul Djokovic giocatore non mi pronuncio, perché non me ne intendo. So solo che è un grande campione. Sull’uomo, avrei qualcosa da dire, considerata la foto che lo ritrae a cena con Milan Jolovic che negli anni della guerra jugoslava è stato il comandante dell’unità militare chiamata “I lupi della Drina”, fra i protagonisti fra l’altro del genocidio di Srebrenica.

Sulla questione del suo ingresso e successiva espulsione dall’Australia, “per motivi di salute, sicurezza e buon ordine”, come dichiarato dal primo ministro di quel paese, Scott Morrison, forse è il caso di spendere ancora due parole.

Non c’è dubbio che gli australiani, al pari di tutti gli altri, “hanno fatto molti sacrifici durante questa pandemia, e giustamente si aspettano che il risultato di quei sacrifici venga protetto”, per citare ancora mr. Morrison. Djokovic, lo ricordiamo, non vaccinato contro il Covid, era entrato in Australia per partecipare agli Open, contravvenendo alle regole del governo, molto rigide, che concedono il visto solo a stranieri immunizzati. Infatti il tennista era stato immediatamente confinato in una struttura per immigrati clandestini, il Park Hotel di Melbourne. Successivamente i suoi legali avevano tentato di scagionarlo sostenendo che il campione era risultato positivo al Covid 19 in Serbia dal 16 dicembre, anche se ciò non era di dominio pubblico (e quindi andava considerato immunizzato). Ma in seguito emergevano prove che avesse partecipato ad incontri pubblici e avesse viaggiato anche dopo quella data, smontando la linea della difesa.

Una vicenda intricata e francamente un po’ bizzarra, insomma, al termine della quale Djokovic ha rischiato di non poter tornare in Australia per i prossimi tre anni, conformemente a quanto prevede la legislazione del Paese. Perché bizzarra? Beh, ad esempio perché è difficile pensare che un campione mondiale – non un “boat people” – monti su un aereo per partecipare ad un grande evento sportivo senza avere preventivamente ricevuto dai suoi organizzatori tutte le rassicurazioni del caso.

Ma c’è un altro problema che questa vicenda solleva, anche se non con l’intensità che avrebbe potuto se Djokovic lo avesse affrontato direttamente: quello del trattamento riservato all’Australia agli immigrati irregolari. Da tempo Amnesty International lo definisce “vergognoso” e contrario al diritto internazionale. Nel 2001 il governo australiano firmò un accordo denominato “Soluzione Pacifica” per trasferire nelle isole di Papua Nuova Guinea e Nauru, stati indipendenti a 5mila chilometri di distanza (che venivano ovviamente remunerati per questo incomodo) i richiedenti asilo che approdavano nelle sue coste, ad esempio da qualche paese asiatico dell’area. Gi accordi sono stati in seguito rinnovati ed estesi anche alla Cambogia. L’Unhcr e altre associazioni umanitarie hanno più volte condannato questa politica, che tra l’altro coinvolge paesi sede di violazione sistematica dei diritti umani. 

Dal 2016 alcuni campi di detenzione sono stati chiusi: una parte dei richiedenti asilo è stata fatta confluire in strutture come il Park Hotel, mentre altri sono stati accolti negli Stati Uniti, e altri ancora rimangono in Nuova Guinea. Con la pandemia mondiale, le politiche per la difesa dei confini australiane si sono ulteriormente inasprite, e nulla nel comportamento di Alex Hawke, il ministro dell’Immigrazione (di origini greche) che ha gestito la vicenda Djokovic, fa pensare che sia prossima un’inversione di rotta.

Eppure, il modello australiano piace, ad esempio al Regno Unito post-Brexit. Del resto, a ben guardare, la stessa Unione Europea sovvenziona la Turchia dal 2016 per trattenere i rifugiati in transito, e l’Italia fa sostanzialmente lo stesso con la Libia dal 2017.

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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.