Quell’amore di soprannome

Lucio in paese era conosciuto come Il Furetto, detto così per la sua agilità e quel modo di fare un po’ scattoso. Lo aveva soprannominato così il padre che da sempre amava dare nomignoli alle cose animate e inanimate. Una di quelle animate era proprio Lucio che, fin da subito, quando era ancora un bambino, aveva dimostrato molta vivacità mista ad un nervosismo che lo rendeva incapace di stare fermo. Lucio era, a quel tempo, un bambino secco dagli occhi grandi e vispi che se ne andava di qua e di là giocando e combinando guai, quando non si sbucciava un ginocchio o si ammaccava un gomito con un bel capitombolo. Lo conoscevano tutti in paese, era spigliato e lesto, sempre pronto a scroccare qualcosa e le donne del paese avevano smesso di chiedere di chi era quel piccolo malandrino, affezionandosi ben presto al suo sorriso scaltro e a quel suo fare ruffiano. “Arriva Il Furetto” si bisbigliavano, chi alzando gli occhi al cielo, chi nascondendo dietro alla schiena qualche leccornia, chi facendo un gesto per scacciarlo.

Il padre di Lucio aveva preso l’abitudine di dare soprannomi a tutti chiuso dentro al “suo” rifugio politico: l’osteria del paese, dove dai vetri ingialliti filtrava poca luce, si beveva vino di scarsa qualità ma i deboli e disarmati non venivano calpestati. Aveva capito ben presto che affermarsi con il solo nome certificato dalle istituzioni non bastava ed equivaleva a non identificare di se stessi il nucleo segreto, la vera identità che gli amici, la famiglia o la tribù stessa delle bevute riconoscevano in qualcuno. Aveva imparato che senza motivazioni un soprannome dice poco o niente e senza di esso un uomo è considerato poco o niente.

Lucio, attraverso il padre sapeva che molti di quei nomignoli venivano da lontano, viaggiando attraverso la notte dei tempi e, non di rado, erano in grado di superare i confini del paese. Così come era conscio che altri, anche se freschi di giornata, in poco tempo giungevano sulla bocca di tutti.

Si trattava di appellativi e vezzeggiativi molto calzanti, come nel suo caso, oppure collegati a precisi eventi o situazioni vissute dai protagonisti, come quella volta che Francesco uscì a cercare i suoi cani ululando e divenne per tutti “Lupo”. Nomignoli capaci di cogliere l’essenza delle persone interessate. Non erano solo epiteti sarcastici o crudeli, come si potrebbe pensare, ma erano intrisi di umorismo, affetto e familiarità e, d’altra parte come nel suo caso, c’era il rischio si appiccicassero addosso agli interessati per l’intera esistenza. Così era capitato al suo compagno di scuola detto “Golia”, un bambino piccino e minuto o a “Scaldapanche” un amico di suo padre non proprio bravo nel gioco del calcio. 

Anche nella sua famiglia era stato spesso un modo per dimostrare amorevolezza, un simbolo di vicinanza. Non c’era probabilmente membro della famiglia che non avesse il suo. E se sua madre era “Tutu” fin da bambina a causa della passione per la danza, suo fratello era divenuto “Senzacreanze” in adolescenza, sua sorella era stata fin da subito “Ieia” una sonorità in comune, pur senza farlo apposta, con la nonna “Baieia”, sonorità simili che rievocavano una lontana somiglianza. Un’abitudine familiare quella di chiamarsi con dei nomignoli che evocava intimità ed attaccamento.  

Per questo, quando Lucio si sentiva chiamare con il nome proprio andava letteralmente in allarme, sapendo che non c’era niente di buono ad attenderlo, per bene che potesse andare gli toccava una sgridata, perché i nomi propri mettono distanza. 

Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Denise Fasanelli

Mamma insonne e sognatrice ad occhi aperti. Amo la carta, la fotografia e gli animali. Ho sempre bisogno di caffè. Non ho bisogno di un parrucchiere, d’altronde una cosa bella non è mai perfetta. Ho lavorato nel campo editoriale, della comunicazione e mi sono occupata di marketing per alcune aziende. Ho pubblicato un libro insieme all’ex ispettore Pippo Giordano: “La mia voce contro la mafia”(Coppola ed. 2013). Per lo stesso editore, ho partecipato, in memoria dei giudici Falcone e Borsellino, al libro “Vent’anni” (2012) con un racconto a due mani insieme all’ex giudice Carlo Palermo.