Restare di ghiaccio

Il 4 luglio 2022 cui un seracco di ghiaccio si è staccato dala cime della Marmolada a causa delle alte temperature provocando una slavina di ghiaccio, detriti e fango che ha investito gli escursionisti che si trovavano sul posto. Da subito la situazione è apparsa tragica, con un bilancio di feriti, morti e dispersi che giorno per giorno è andato modificandosi.

“La montagna sta collassando, diventa sempre più fragile. È urgente attuare politiche climatiche più ambiziose” ha scritto Legambiente, la più grande associazione ambientalista del paese, nel suo comunicato diramato poche ore dopo l’incidente.

La Marmolada è una portentosa cartina al tornasole dei fenomeni legati al nostro rapporto con la montagna. È stata vittima esemplare dello sfruttamento delle montagne e, d’altra parte, oggetto delle azioni e delle proposte decennali degli ambientalisti in sua difesa. 

Nulla è stato risparmiato alla Regina-Marmolada: partite di golf sul ghiacciaio, elisky rumoroso, costruzioni, progetti di impiantistica ad alto impatto, colate di rifiuti, masse di turisti frettolosi, manifestazioni.

Crisi climatica, crisi politica

Il ghiacciaio della Marmolada tra il 1905 e il 2010 ha perso più dell’85% del suo volume. “Quanto accaduto a luglio sulla Marmolada – ha dichiarato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – dimostra che non c’è più tempo da perdere. L’Italia deve accelerare sulle politiche climatiche, aggiornando il Piano nazionale integrato energia e clima agli obiettivi del RepowerEu; dotandosi di un piano di adattamento al clima. Servono scelte energetiche coraggiose, che puntino sullo sviluppo delle rinnovabili.” Elisabetta Demattio, a nome del gruppo di Extinction Rebellion Trentino-Südtirol, ci dice “È inevitabile ripensare il sistema antropico alpino dal punto di vista della mitigazione e dell’adattamento. Solo con l’intervento di tutti i livelli amministrativi e gestionali potranno essere messe in campo azioni win-win: l’aumento della sostenibilità ambientale si concretizza in autonomia energetica, possibilità economiche, migliore vivibilità. Sempre più spesso ci troviamo di fronte al fatto che i sistemi naturali non cambiano in maniera lineare ma imprevedibile e rapida, a volte irreversibile e non sempre abbiamo dei modelli a cui rifarci, a maggior ragione in questo nostro territorio alpino: agiamo unitariamente, agiamo ora!”

I dati dei ghiacciai. La sfida politica

Carovana dei ghiacciai, la campagna di Legambiente (con il Comitato Glaciologico italiano), dal 2020 monitora lo stato di salute dei ghiacciai alpini. Nell’ultimo decennio si registra  un’accelerazione della fusione glaciale. L’affascinante paesaggio delle Alpi muterà in modo irreversibile, per lo meno per i tempi umani, sfidandoci a cambiare la nostra relazione con le alte vie e le medie quote.

Emerge una situazione preoccupante per altri ghiacciai alpini. Dall’ultimo monitoraggio dell’estate del 2021 (quello 2022 è in corso), è emerso che i tredici ghiacciai alpini seguiti più il glacionevato del Calderone, in Abruzzo, perdono superficie e spessore, frammentandosi, disgregandosi in corpi glaciali più piccoli. I ghiacciai dell’Adamello hanno perso oltre il 50% della superficie, quelli del Gran Paradiso il 65%. In Alto Adige 168 ghiacciai si sono frammentati in 540 unità distinte.

“I ghiacciai alpini nell’ultimo secolo hanno perso il 50% della superficie – spiega Vanda Bonardo, responsabile Legambiente Alpi –  Il 70% di quanto perso è sparito negli ultimi 30 anni. L’accelerazione è inaudita negli ultimi anni. La combinazione tra clima mite, mancanza di neve invernale, alte temperature estive fanno una sorta di tempesta perfetta per la montagna, rendendola più fragile, pericolosa. Ovunque sui ghiacciai si scorgono ruscelli di acqua. I torrenti impetuosi che ne derivano raccontano di un’emorragia senza pari. Ultime urla di un’agonia che dovremmo cogliere come monito al cambiamento. Per questo è fondamentale mettere in campo anche scelte innovative di sviluppo locale con forti azioni di mitigazione e adattamento per il turismo come per tutti gli altri ambiti”.

ph. Mountain Wilderness

Futuro, cultura, visione comunitaria

Le scelte locali di cui parla Bonardo richiedono un grande investimento culturale, di visione e di costruzione collettiva delle scelte (che manca, che da anni le associazioni ambientaliste dell’arco alpino chiedono e propongono e provano a realizzare per parte loro). Intanto si perdono pezzi di paesaggio, vie alpinistiche, percorsi, possibilità, che per le generazioni di ieri sembravano scontate.

Giorgio Daidola, scrittore, docente universitario di economia del turismo a Trento, appassionato di Marmolada, commenta “La perdita di paesaggi in alta quota è una perdita netta. Sono angosciato per come va questo mondo”. Come si possono educare le persone a rapportarsi in modo diverso alla montagna, visto che dovremo rassegnarci a sempre più perdite, incendi, alluvioni, fusioni, stravolgimento e limiti? 

“Si deve educare le persone ad andare in montagna nel modo corretto. Stiamo vivendo in un sistema impostato sul disvalore della velocità, dovremmo partire dalle basi di questo mondo aggressivo – afferma Daidola. Bisogna cambiare tutto, serve cambiare approccio culturale ma io sono pessimista sulla possibilità di un cambiamento epocale di questo genere. La montagna di fatto non è per tutti, va sempre vissuta con una certa sensibilità e preparazione.” C’è margine per realizzare questo cambiamento? 

“La visione e la preparazione degli amministratori locali sui temi ambientali è ancora scarsa – commenta Franco Tessadri, presidente di Mountain Wilderness – anche fra quelli che vivono  in montagna. La frequentazione massiccia della montagna richiede del resto anche la consapevolezza di alcune regole e di alcuni limiti. Sul tema educazione della cittadinanza siamo in ritardo; nelle scuole vengono fatti interventi a macchia di leopardo. Invece serve farli in modo strutturato”.

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Pubblicato da Maddalena Di Tolla Deflorian

Nata a Bolzano, vive sull’altopiano della Vigolana (Trento). Ha una formazione in ingegneria, geografia, scienze naturali. È educatrice, interprete ambientale, giornalista. Collabora con la RAI di Trento e varie testate. La sua attività si focalizza in particolare su biodiversità, etica fra specie, ricerca scientifica. Ha seguito con varie associazioni ambientaliste alcune significative vertenze ambientali. E’ stata presidente di Legambiente Trento, delegata della Lipu Trento, oggi è referente di Acl Trento, occupandosi di randagismo e canili. Ha contribuito a fondare e gestire il canile, il gattile, il Centro Recupero Avifauna di Trento. Ha preso parte al salvataggio dei 2600 cani di Green Hill. Ha maturato una profonda esperienza giornalistica e di advocacy nelle vicende legate a gestione del territorio alpino e conservazione della biodiversità. Con il fotografo Daniele Lita ha firmato il libro “Fango”, sul disastro di Campolongo (Tn), per Montura Editing. Ha curato la ricerca giornalistica per la mostra “Chernobyl, vent’anni dopo” (Trento, 2006).