Roberto Leonardi dice “basta”

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente nelle sue ultime giornate di lavoro al rifugio Potzmauer, in val di Cembra, precisamente nel comune di Altavalle. E tra una padella e l’altra ci ha raccontato le motivazioni della sua decisione, dopo tanti anni passati a stretto contatto con un’affezionata clientela. Ma è stata anche l’occasione per raccontarci qualcosa della sua vita, come i ricordi d’infanzia. 

La tua vita comincia ad alta quota.
Sì, sono nato a 2000 metri, al rifugio Dosso Larici in Paganella, dove i miei genitori gestivano il rifugio. Mia mamma era cuoca ed ha gestito il rifugio dal 1947 al 1965. Mio papà era operaio delle funivie, faceva andare quella di Fai. Ho ricordi bellissimi della mia infanzia, potrei scrivere un libro! Da piccoli, a 2000 metri, non avevamo giocattoli, ce li faceva mio papà; andavamo a sciare con degli sci fatti artigianalmente. Eravamo tre fratelli e abbiamo bellissimi ricordi, abbiamo passato un’infanzia molto serena.

La montagna è stata la tua vita insomma…
Sono sempre stato appassionato di montagna e sono riuscito a fare di un hobby una professione, nel senso che adesso sono 40 anni che gestisco rifugi. Sono stato 20 anni sullo Stivo al rifugio Marchetti, da 12 anni sono qui al rifugio Potzmauer. La mia vita è sempre stata prevalentemente fatta di montagna: ho realizzato anche delle belle spedizioni in Patagonia, dove vive mio fratello più giovane, che ormai è lì da 30 anni per lavoro.

E da poco hai preso una decisione importante quanto sofferta.
Da un paio d’anni a questa parte, continuavo a ripetermi che a settant’anni la mia carriera da “rifugiato” poteva terminare. Adesso è arrivato il momento, il 31 ottobre lascio. Subentra la società Marmolada; andrano avanti loro che sono giovani e motivati.

Cosa farai in pensione?
Come hobby ho la scultura, il restauro dei mobili e a casa ho un piccolo laboratorio, quindi non starò sicuramente in ciabatte a guardare la televisione, chi mi conosce lo sa! Poi mi dedicherò ai viaggi: primo obiettivo è quello di andare in Patagonia a trovare mio fratello. Magari parto a dicembre e sto via fino a marzo/aprile. Prendo un biglietto di andata e lascio aperto il ritorno. Adesso avrò tempo per farlo.

Cosa significa lavorare in un rifugio?
L’attività del rifugio è impegnativa, bisogna essere appassionati: perché se non si ha passione del proprio lavoro è meglio cambiarlo fin dall’inizio. Poi il rifugio è tutta un’attività particolare, c’è tutta una parte tecnica che è complessa da seguire. Facendo riferimento al rifugio Potzmauer, posso dire che è un po’ tutto come un camper: l’acqua la abbiamo da infiltrazione, quindi ci sono delle pompe che portano l’acqua a monte, in una cisterna, facendola arrivare nel rifugio. L’elettricità è prodotta da un generatore e da pannelli fotovoltaici; abbiamo inoltre i pannelli solari per l’acqua calda. 

Cosa ti mancherà di questo lavoro?
Mi dispiace lasciare l’attività per i miei clienti affezionati, che in questi anni mi hanno seguito. È stata una grande soddisfazione quella data da loro. Sicuramente avrò nostalgia dei clienti, delle allegre sbaraccate e delle serate indimenticabili accompagnati dal suono della fisarmonica. 

Come è cambiato il turismo della montagna nel tempo?
Dipende dal rifugio. I rifugi sopra i 2000 metri hanno un tipo di clientela, i rifugi fino a 1500 metri ne hanno un’altra. Per esempio il rifugio Potzmauer, che rientra nella seconda categoria, ha visto molte cosa cambiare; anzi, posso dire che sono cambiate più cose negli ultimi cinque anni che nei precedenti 50, nel senso che qui da me è un po’ un mordi e fuggi. Fino alle 11.30 si può andare anche in giro nudi che non ti vede nessuno; da mezzogiorno fino alle 16 si riempie il rifugio, si riempie il prato, con le coperte, con le famiglie. Qui è più un discorso gastronomico; adesso il rifugio è visto come ristorante. Poi, se ci alziamo di quota, allora si lavora con una clientela di addetti ai lavori, la clientela è meno esigente, come lavoro di cucina è meno oneroso. 

I clienti pretendono molto adesso…
Oggi tutti sono diventati un po’ viziati! Poi c’è la questione dei vegetariani, dei vegani, dei celiaci, la cucina è diventata abbastanza pesante negli ultimi anni. Forse è per questo che a 70 anni lascio, c’è bisogno di energie nuove; mi ritiro a fare le cose mie, sicuramente andrò sempre in montagna e andrò a trovare i miei colleghi nei rifugi. Ho bisogno di libertà, di gestire la mia vita.

La tua famiglia che dice di questa decisione?
Ho due figli: Francesca, che lavora in un negozio di articoli tecnici di montagna e Mattia che si è laureato in odontoiatria ed ha uno studio a Pergine e uno a Trento. Cosa dicono i figli di questa decisione? Loro sono contenti da una parte, ma siccome mi conoscono, sanno che non sono capace di stare fermo, allora dicono che è meglio così. E poi capiscono che dopo 40 anni che uno fa lo stesso lavoro perde un po’ di motivazione. Ho bisogno di alzarmi la mattina e fare tutte le cose che ho sempre voluto fare… 

Il ricordo più bello di questi anni? 
Ne ho di brutti e ne ho di belli. Il ricordo bello è quello di mia mamma che mi ha dato il via in cucina, perché lei faceva la cuoca e mi ha insegnato il mestiere. E poi tutti e i tanti ricordi belli delle mie gestioni. Brutti ricordi? Dovevo morire un paio di volte: quando sono andato in motoslitta e mi è rimasto l’acceleratore bloccato… la motoslitta ha fatto 800 metri di dislivello! Io fortunatamente sono saltato fuori e sono stato un po’ miracolato. Un’altra volta, è uscita la puleggia della teleferica sullo Stivo e ha cominciato a girare. Per fortuna ero dentro in 4 metri cubi di spazio e anche quella volta non mi ha preso e ne sono stato graziato, anche quella volta lì.

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Pubblicato da Tiziana Tomasini

Nata a Trento ma con radici che sanno di Carso e di mare. Una laurea in materie letterarie e la professione di insegnante alla scuola secondaria di primo grado. Oltre ai grandi della letteratura, cerca di trasmettere agli studenti il piacere della lettura. Giornalista pubblicista con la passione della scrittura, adora fare interviste, parlare delle sue esperienze e raccontare tutto quello che c’è intorno. Tre figli più che adolescenti le rendono la vita a volte impossibile, a volte estremamente divertente, senza mezze misure. Dipendente dalla sensazione euforica rilasciata dalle endorfine, ha la mania dello sport, con marcata predilezione per nuoto, corsa e palestra. Vorrebbe fare di più, ma le manca il tempo.

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