Rovereto vista da “lui”

Natale 1769. Non sappiamo se il giovane Mozart vide Rovereto imbiancata di neve. Non sappiamo nemmeno se era un inverno mite o rigido. Ma sappiamo come il fanciullo prodigio che sapeva fare “musica leggiadra e graziosa” venne accolto nella Città del Rovere. 

Al tempo i viaggi era lunghi, noiosi e talvolta perigliosi. Padre e figlio Mozart avevano optato per una diligenza a cavalli. Già prima di partire avevano previsto di effettuare solo soste indispensabili, questo al fine di non affaticare troppo il giovane Mozart che appena due anni prima aveva contratto l’infezione del vaiolo ed era molto cagionevole di salute. Giunsero a Rovereto alla vigilia di Natale. A quel tempo la città era collegata lungo l’asse Bolzano – Verona da un’unica strada, oltre alla via fluviale dell’Adige. L’impero asburgico possedeva un ottimo servizio di diligenza, ma i viaggi risultavano ugualmente un’incognita per disagi e pericoli. 

I Mozart avevano pernottato a Bolzano (per nulla amata dal giovane Wolfgang che scrisse: “Piuttosto che a Bolzano tornar / piuttosto al diavolo preferirei andar”), pranzato a Trento, ma avevano fretta di giungere a Rovereto. In città erano attesi. Ad aspettarli vi era una comunità che val la pena di tratteggiare.

Rovereto era nel pieno di una fioritura economica e culturale. La lavorazione della seta aveva prodotto un benessere di cui tutta la città godeva. Ma sarebbe miope non  sottolineare il felice connubio che le illustri casate degli imprenditori roveretani seppero intrecciare tra economia e cultura. I vari Savioli, Bridi, Todeschi, Rosmini, Cosmi non erano solamente uomini intraprendenti nel commercio, erano estimatori delle arti, delle scienze e delle lettere. Costruivano palazzi di straordinaria bellezza. Avevano conosciuto il pensiero e lo spirito critico di Tartarotti. Stavano vivendo la nascita dell’Accademia degli Agiati (1750).

Rovereto era una città che dialogava con l’Europa, attraverso la strada del commercio della seta. A Vienna, nel 1762,  il Barone Giambattista Todeschi aveva avuto modo di ascoltare il giovanissimo Mozart e ne era rimasto incantato. La nobiltà roveretana che accolse il giovane genio era dunque già preparata a vivere un evento storico. 

Dalle cronache dell’epoca sappiamo che i Mozart alloggiarono all’Albergo La Rosa, che si trovava all’imbocco su corso Bettini, dopo aver passato piazza Rosmini. Lì il giovane Amadeus fece amicizia con il piccolo figlio dei titolari, Jackerl. I Mozart furono invitati a pranzo nelle case dei nobili roveretani (i De Cristani, i Cosmi). Wofgang suonò in casa dei baroni Todeschi e il padre Leopold nell’epistolario con la moglie, scrisse “Inutile dirti quanto Wolfango si sia fatto onore!”

La storica roveretana Virginia Crespi Tranquillini nel libro “Quel Natale lontano”, in cui dà voce al Barone Todeschi scrive: “Il biondo Wolfgang, che avevo sentito suonare a Vienna quand’era poco più che un bambino, era adesso un giovanetto dal viso molto mobile, ora ridente, ora pensoso, come se l’impegno di tante ore di studio e i frequenti viaggi l’avessero precocemente caricato di responsabilità più grandi della sua età: (…) E fu nel nostro salone, su un clavicembalo illuminato a giorno che Wolfgang si esibì in una sonata piena di vivace eleganza, di lucida bellezza, e successivamente, dopo gli applausi e la commozione, in una serenata indimenticabile: tutte le esperienze musicali parevano assommarsi in quella musica, filtrate dalla sua sensibilità. Faceva freddo fuori (…) Wolfgang ci trasportò in un prato fiorito dalla primavera, in un’atmosfera trasparente e carica di gioia, che esprimeva amore, tenerezza, composta emozione, nell’armonia delle note. (…) Guardai Wolfgang con gratitudine immensa e insieme con pietà (…) mi prefiguravo la sua vita esaltante di genio e la fatica che l’avrebbe reso fragile e solo”. Ma quello che lasciò papà Mozart davvero stupito fu l’accoglienza della gente di Rovereto. Scrive Leopold “Il pomeriggio del giorno seguente (era la vigilia di Natale, ndr) siamo andati sull’organo della chiesa maggiore: e benché solo sei – otto persone sapessero della cosa, abbiamo trovato raccolta nella chiesa tutta Rovereto, tanto che fu necessario farci precedere da alcuni robusti giovani che ci aprissero un passaggio per salire alla cantoria: e anche qui si ebbe da fare una decina di minuti per giungere fino all’organo, chè tutti volevano esserci vicinissimi”.

I roveretani volevano vedere e ascoltare il ragazzo prodigio, colui che inseguiva la perfezione, colui che avrebbe fatto dire a Wagner: “Il genio più prodigioso lo ha innalzato al di sopra di ogni maestro, in tutte le arti e in tutti i tempi”.  

Il giovane Mozart, in una Rovereto forse imbiancata dalla neve, diede il suo primo e trionfale concerto pubblico e restò nel cuore della città che a lui ogni anno dedica festivals e concerti e che a lui eresse il primo cenotafio, nello splendido parco Bridi,  dopo che la sorte gli aveva riservato la sepoltura nella fossa dei poveri.

Mozart, in quella vigilia di Natale, a Rovereto, aveva appena 13 anni.    

Il cenotafio nel parco de Probizer è la più antica tomba dedicata a Mozart che tomba non ebbe. Fu realizzato da Giuseppe Antonio Bridi e reca una scritta in tedesco che dice: “Signore dell’anima per la forza della melodia e del pensiero”
Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Patrizia Belli

Giornalista, scrittrice. La prima volta che scrissi un pensiero davvero e interamente mio accadde sui banchi del liceo. Prima di allora, i temi di italiano - confesso - erano scopiazzature, ma quella volta no. Ricordo l'ansia e l'intensità con cui attesi il giudizio e quando arrivò, si rivelò una profezia: “Buono, sebbene il gergo sia troppo giornalistico”. Fu in quel momento che capì che la scrittura sarebbe stata compagna di vita. Una passione prepotente, fedele, traditrice, mai domata. Un baricentro che morde il cuore e scava, scava rincorrendo l'inesprimibile. Poi, può succedere che una parola perduta e riacciuffata illumini il pensiero e allora è pura felicità. È lì, è nella scrittura, in lei che sa tutto di me, che mi trovate.