Se il tempo scorre troppo in fretta

Che “Old” non sia il solito thriller, lo si capisce fin da subito; che il vero tema del nuovo film di M. Night Shyamalan (reso celebre da “Il sesto senso”) sia il tempo, è chiaro già dopo poche scene, quando due dei protagonisti, in una tesa aria di separazione, si accusano a vicenda di “non pensare ad altro che al futuro” e di “aver reso la propria vita un museo, concentrandosi sul passato”. Appresa la magistrale lezione di Christopher Nolan, che da “Inception” a “Dunkirk” al recente “Tenet”, si è interrogato sullo scorrere del tempo in ogni sua forma, il regista indiano naturalizzato statunitense confeziona allora un avvincente pellicola a velocità moltiplicata. Giunti in un paradisiaco resort, infatti, i protagonisti saranno convinti a trascorrere una giornata su una spiaggia, salvo poi trovarsi invischiati nelle maglie di un tempo che scorre troppo in fretta: quali sono gli effetti di una vita in cui ogni mezz’ora equivale ad un anno? Tra decessi, maturazioni improvvise, drammatici divari tra l’impulso fisico e la crescita intellettuale, “Old” prova (e a volte ci riesce a volte no) a sviscerare le difficoltà dell’essere adulti d’improvviso, ma anche del cercare perdono e lenimento alle ferite interiori, senza poterne delegare la cura al tempo.

Con un ritmo incalzante, sostenuto anche da un sonoro che ancora una volta deve tutto a Nolan e a quel ticchettio incombente di “Dunkirk”, Shyalaman, già parzialmente rinato da anni di faticosi flop con la trilogia “Unbreakable – Il predestinato”, “Split” e “Glass”, riprende stavolta davvero fiato, dando vita a un film piacevole e ambizioso. Sebbene lontani dall’eccelsa prova de “Il sesto senso”, che gli valse la candidatura all’Oscar nel ‘99, con questa trasposizione cinematografica della graphic novel “Castello di sabbia” di Pierre-Oscar Levy e Frederick Peeters, il regista si colloca appieno nella nuova tendenza del thriller: andando ben oltre l’assassino o lo stalker, il cinema di genere degli ultimi anni ci ha insegnato come la nuova suspense stia nella denuncia sociale, dalle relazioni violente de “L’uomo invisibile” di Leigh Whannell, alla questione razziale di “Scappa – Get Out” di Jordan Peele. A fare da sottotesto qui, allora, sulla scia di quel tempo che corre e cambia direzione imprevedibilmente, a prescindere dall’affidamento che si voglia fare sulla scienza e sui dati (impersonata da Guy), è una denuncia tanto all’inutile salvezza rappresentata dalla cosmesi, quanto un importante quesito in merito al ruolo delle case farmaceutiche nella società attuale. Non manca, del resto, a denotare l’acutezza di un film che pure talvolta si abbandona ai semplicismi e all’autoreferenzialità, una piccola scoccata nei confronti della celebrità e della fama. “Come si intitolava quel film con Jack Nicholson e Marlon Brando?” è l’ossessiva richiesta di uno dei protagonisti…

Il gioco del doppio, le paure fatte persona
Parlare di thriller nel cinema significa, necessariamente, parlare di Alfred Hitchcock. In una vasta e sfaccettata collezione di successi e capolavori, di quelli che, quando li si trova per caso in televisione una sera, nessuno può fare a meno di rivedere, è sempre “La donna che visse due volte” (col più fortunato titolo originale di “Vertigo”) l’hitchcockiano film del cuore per chi qui scrive. Dai titoli di testa a tema, che anticipano la storia (ripresi del resto anche in “Old”), al cameo del regista (che Shyalaman “copia”), “La donna…” è forse il thriller psicologico per eccellenza. L’uso del colore (il rosso e il verde), il gioco del doppio (e l’utilizzo dello specchio), la maestria dello scambio e dell’illusione, la personificazione delle paure, lo rendono il film a cui tutto il genere, oggi, deve un inchino. Anche, senza dubbio, il cinema di Shyalaman.
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Pubblicato da Katia Dell'Eva

Laureata in Arti dello spettacolo prima, e in Giornalismo poi, nel quotidiano si destreggia tra cronaca e comunicazione, sognando d’indossare un Fedora col cartellino “Press” come nelle vecchie pellicole. Ogni volta in cui è possibile, fugge a fantasticare, piangere e ridere nel buio di una sala cinematografica. Spassionati amori: Marcello Mastroianni, la new wave romena e i blockbuster anni ‘80.

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