Signore delle cime: il racconto di sei donne speciali

Donne e montagna: un binomio che per molto tempo non è esistito. Ma come è accaduto per altri contesti, anche questa storia è costellata di donne coraggiose e determinate che non sono volute stare dentro gli schemi che erano stati disegnati per loro.
Sei di loro sono raccontate nel reading teatrale di Rifuti speciali, Le signore delle cime: storie di alpiniste e delle loro imprese scritto da Manuela Fischietti e interpretato da lei e Federica Chiusole accompagnate dalle voci del Coro Sant’Ilario con un repertorio della tradizione corale di montagna, ripulito da stereotipi sessisti.
Henriette d’Angeville, Gertrude Bell, Mary Varale, Nini Pietrasanta, Renata Rossi e Serena Fait sono le protagoniste di questo lavoro che rende omaggio alle loro sfide e alle battaglie che hanno ingaggiato contro una cultura della montagna che le vedeva relegate in ruoli secondari. Sei storie che attraversano il tempo dall’Ottocento ai giorni nostri e che hanno contribuito, insieme ad altre, ad aprire alle donne un mondo che è stato a lungo concesso solo agli uomini.
Manuela Fischietti è nata al mare. Ha conosciuto la montagna in età adulta e forse è stato proprio questo suo sguardo non abituato ai panorami senza orizzonte a ispirare un racconto su come si conquistano le cime della libertà e dell’autodeterminazione.
Da dove è nata l’idea di dedicare un lavoro al rapporto tra le donne e la montagna?
Con Rifiuti Speciali mi sono spesso dedicata all’universo femminile, ma sempre raccontando le fragilità delle donne e i sentimenti di inadeguatezza che ne derivano. Questa volta volevo invece raccontare la potenza delle donne. In più volevo riappacificarmi con un mondo che non conosco ma nel quale vivo: la montagna. Per me il modo per fare una grande impresa è stato raccontarla.

Come hai scelto queste storie?
La selezione è stata difficilissima. Durante le ricerche ho trovato il libro di Chiara Todesco, una giornalista con cui sono entrata in contatto. Dalle sue interviste ho conosciuto la storia di due donne che sono nel reading, le altre sono arrivate proseguendo le letture. Credo però di aver scelto donne che erano poco consapevoli delle loro grandi imprese, amavano la montagna come stile di vita e volevano poterla vivere al pari dei maschi. Per esempio quando ho intervistato Renata Rossi, la prima guida alpina donna in Italia, mi ha detto chiaramente che per lei la montagna non ha mai rappresentato un desiderio di conquista: “Potrei raccontarti – mi ha detto – di quando sono arrivata quasi in cima a una vetta importante, ma lungo la strada abbiamo perso un compagno di cordata e ho deciso di tornare indietro: non sono mai arrivata”. Questo è trasversale a queste sei alpiniste.
La montagna come stile di vita: cosa significa?
Sicuramente il rispetto dei luoghi, l’ascolto, la capacità di confrontarsi con i propri limiti e un’immensa capacità di contare sulle proprie forze. La maggior parte delle donne che ho scelto ha vissuto imprese in solitaria e questo conferma una grande autonomia, la capacità di bastare a sé stesse, in un dialogo con sé stesse e con la natura.
Cosa hai incontrato nelle storie di queste donne che può essere di tutte le donne?
Credo siano molte le caratteristiche di queste storie che appartengono all’universo femminile. Tra tutte, il coraggio. Le sei donne di cui si racconta sono state tutte molto coraggiose e, senza generalizzare, se penso alle donne che conosco, il coraggio le unisce.
L’alpinismo può essere inteso anche come sport. E lo sport è stato nella storia strumento di relazione, di rivoluzione, di pace ma anche di discriminazione. C’è qualche episodio nelle storie di queste donne significativo in questo senso?
Sì certamente. Una delle donne di cui parliamo, Mary Varale, nel 1935 si è dimessa dal CAI, il Club alpino italiano per protesta. Varale faceva parte del gruppo guidato da Alvise Andrich, che ha aperto una nuova via. Il gruppo non è stato premiato dal CAI perché nella cordata c’era lei che era una donna.

Quali sono i cambiamenti più significativi determinati da queste storie?
Sono diversi. La prima guida alpina donna è arrivata dopo 113 anni di richieste: la prima volta che è stata avanzata una richiesta al CAI era il 1871, il titolo è stato conferito a Renata Rossi nel 1984. Nel 1838 Henriette d’Angeville è arrivata sulla cima del Monte Bianco con gonnelloni ingombranti perché non esisteva abbigliamento adeguato alla montagna per le donne. Lei, per provocazione, si è portata anche boa di struzzo, cappello di paglia e boccette di profumo. La stessa Renata Rossi mi ha raccontato di essere stata felicissima la prima volta che ha trovato abbigliamento da montagna con taglie femminili, ha sentito di poter avere uno spazio. Questa è stata anche una battaglia di costume molto recente.
Il coro come ha lavorato?
Il coro fa un accompagnamento musicale ai racconti che si alternano a brani della tradizione canora di montagna. Il Coro Sant’Ilario è promotore del progetto Uomini fuori dal coro, scegliendo di avere un repertorio da cui le canzoni con stereotipi sessisti sono escluse. Erano perfetti per Le signore delle cime! Tra le collaborazioni che hanno dato valore al progetto c’è anche quella con Marzia Bortolameotti e la sua community Donne di montagna: fa un grande lavoro di dialogo avvicinando le donne alla montagna a ogni livello.
Quale ispirazione hai trovato tu?
Hanno stimolato in me il desiderio della montagna come luogo in cui mettersi alla prova e conoscere meglio sé stessi. E l’invito a credere che tutto sia possibile.
Le signore delle cime ti hanno fatto far pace con i panorami trentini?
Avevo abbandonato l’idea di andare in montagna, ma oggi quando faccio una passeggiata mi porto dietro le parole di queste donne, nelle quali non ho mai sentito giudizio quando dicevo loro che non vado in montagna: volevano trasferire capacità e desideri.
Renata Rossi mi ha parlato del libro di Paolo Cognetti, Le otto montagne: l’ho letto e ho trovato una grande riappacificazione nella frase “ognuno ha la sua altitudine”. La mia può essere a mille metri.
Questo lavoro ha disegnato le donne dalle loro fragilità alla loro forza. Cosa c’è nel futuro? E quando potremo vedere Le signore delle cime?
A luglio saremo all’interno del progetto di Teatrekking in Val di Sole con l’associazione L’alveare, poi altre cose sono in via di definizione. Per il futuro del mio lavoro non penso sia necessario parlare solo di forza o solo di fragilità. Credo di aver creato momenti di solidarietà con le donne, senza escludere nessuna. L’obiettivo rimane per me sempre questo. Sono convinta che solo le donne siano deputate a parlare delle donne e ciò che voglio è che a fine spettacolo si possa trovare il modo di dirsi “Anche io, come te, nel bene e nel male”. 

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Pubblicato da Susanna Caldonazzi

Laureata in comunicazione e iscritta all'Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige dal 2008, inizia la sua esperienza professionale nella redazione di Radio Dolomiti. Collabora con quotidiani, agenzie di stampa, giornali on line, scrive per la televisione e si dedica all'attività di ufficio stampa e comunicazione in ambito culturale. Attualmente è responsabile comunicazione e ufficio stampa di Oriente Occidente, collabora come ufficio stampa con alcune compagnie, oltre a continuare l'attività di giornalista free lance scrivendo per lo più di di cultura e spettacolo. Di cultura si mangia, ma il vero amore è la pasticceria.