Sotto un cielo rosso sangue

Per qualcuno i migliori U2 sono quelli di Unforgettable Fire. Per altri quelli di The Joshua Tree. E poi, c’è chi ama più di tutti Achtung Baby, che con un brano come One li ha fatti durare praticamente fino ad oggi (e li farà durare per sempre). La scelta del disco che fotografa al meglio una delle band più longeve del rock è dura. Ma una scelta comunque si impone, e dunque, la farò. Il disco che consiglio è il loro primo dal vivo, Under a Blood Red Sky, pubblicato nel 1983 come Ep (Extended play, una sorta di mini-Lp, pur contenendo di fatto 8 canzoni, come la maggioranza dei vinili dell’epoca). Registrato parte in America (Denver, Boston) e parte in Germania (Sankt Goarshausen), l’album contiene le migliori versioni di alcuni grandi classici dei primi U2, come l’iniziale Gloria, o I Will Follow, o New Year’s Day. Ma soprattutto una definitiva Sunday Bloody Sunday, pezzo che è un po’ una marcia, scandita dalla batteria di Larry Mullen jr. e un po’ un inno – pacifista, ha specificato molte volte Bono – dedicato alle vittime della “domenica di sangue” di Derry, 30 gennaio 1972, 14 civili irlandesi disarmati che manifestavano per l’occupazione britannica dell’Irlanda del Nord, uccisi dall’esercito di Sua Maestà. Ascoltarla mette sempre i brividi.

Quando uscì questo disco, gli U2 stavano cominciando a diventare delle star. Ma erano ancora un gruppo di Dublino, figlio della stagione del punk e della new wave, che saliva sul palco armato solo dei suoi strumenti e del grande carisma del cantante. Senza bisogno di altri orpelli, senza nemmeno indulgere in virtuosismi strumentali (in particolare The Edge, che con il suo stile essenziale contribuì non poco a riscrivere lo standard della chitarra rock). Gli U2 incendiavano le platee, sera dopo sera, come testimonia anche la VHS uscita a ridosso di questo disco, Live a Red Rocks. La loro musica era sinonimo di sincerità, passione. Cosa chiedere di più ad una band di ragazzi poco più che ventenni? Poi è venuto tutto il resto, che può piacere o meno. A me, personalmente, molto è piaciuto, almeno fino a All That You Can’t Leave Behind, del 2000. Ma nel mio cuore di fan, gli U2 restano questi.

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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.