Spalancando l’immensa distesa del possibile

“Uscire dallo spazio che su di noi hanno incurvato secoli e secoli è l’atto più bello che si possa compiere”. Basterebbe questa breve frase per farci innamorare, dopo o prima di Cristina Campo, di Elémire Zolla (Torino, 1926 – Montepulciano, 2002), non a caso suo compagno nella vita e negli innumerevoli viaggi nel mondo della libertà, per diversi anni. È un personaggio amato e odiato, scrittore e frequentatore impareggiabile di mondi troppo presto dimenticati, volutamente o meno, dalla nostra cultura occidentale salottiera, una cultura illuminista e moderna di volta in volta imbrigliata in conformismi religiosi, politici (di destra, di sinistra, populisti e sovranisti), economici e sociali.

Decine e decine sono i suoi libri, veri e propri alambicchi da cui, alchimisticamente, distillare le gocce che ti fanno volare alto, che ti spalancano porte e finestre, che ti fanno superare confini mentali e fisici. Stimoli e saperi, soprattutto sguardi a 360° per materializzare le parole di un suo titolo, Uscite dal mondo (Adelphi, 1992).

I suoi scritti li avevo incontrati già un po’ più di quarant’anni fa, durante gli anni dell’università. Erano scritti “corsari”, da leggere avidamente ma non alla luce del sole, soprattutto per uno che frequentava Sociologia negli anni caldi e che perdeva le ore sui Grundisse di Karl Marx. Sono scritti che ho riscoperto – e riletto – nuovamente, grazie anche alla caparbia volontà della sua ultima compagna-moglie, Grazia Marchianò, di rieditare il voluminoso corpus dello scrittore presso l’editore Marsilio (a parte gli scritti per la rivista “Conoscenza religiosa”, 1969-1983, ristampati dalle Edizioni di Storia e Letteratura e quelli pubblicati da Adelphi).

Basterebbe scorrere i titoli per renderci conto di come il suo percorso sia sempre e comunque instabile, oscillante, teso più alle incursioni che non alle solidificazioni. E significativi sono i suoi viaggi in luoghi esoterici, ricchi di aura, di prati odorosi dove i romani intravedevano il genius loci e i greci gli dèi e i demoni, – da Bali a Ishafan, dalla Tuscia alle città d’incanto indiane, a Kyoto, ai villaggi coreani, ecc. – per conoscere e penetrare nell’anima di persone dalle indubbie conoscenze degli universi possibili che travalicano i saperi: alchimisti, speziatori, sciamani, poeti, guaritori, etnomusicologi, yogin e ricercatori della realtà virtuale, danzatori di macumba e frequentatori del vudu. Ma è anche tenace difensore della letteratura “alta”, da Cristina Campo a Marius Schneider, Moshe Idel, Arturo Righini. È lui che ci ha fatto conoscere Tolkien e il “Signore degli anelli” in un periodo storico in cui gli intellettuali storcevano il naso a sentire parlare di letteratura etnografica. Ed è sempre lui che ci ha aperto le porte (“regali”) su Pavel Florenskij e che ci ha fatto riscoprire Grigorij Rasputin.

Ma, su tutto e in tutto questo c’è un elemento fondamentale che si può e si deve custodire: il metodo. Il metodo di studio, dell’approccio al mondo o a ciò che è esterno al mondo, della ricerca, del saper cogliere le visionarie proiezioni dell’Anima (senza seguire le impetuose e luttuose vie dell’Io). Dai suoi scritti ho tratto un modo di essere qui e ora: non fissare radici, evitare ogni identità intesa come riconoscimento dell’esclusività del proprio Io (Contro le radici, di Maurizio Bettini), essere errante, pellegrino, esiliato come i primi cristiani, straniero nella propria terra, allogeno. Da lui ho imparato a non ridurre mai la storia e la cronaca alla dotta cronologia (vero e proprio canto dell’indifferenza) o la realtà a puro dato empirico, razionale e matematizzabile, pena il rendere nullo ogni valore. Per mantenersi in questo stato occorre non avere interessi da difendere, paure da sedare, bisogni da soddisfare; si raccolgono i dati, si dispongono nell’ordine opportuno e, al di là dei recinti dove si sta rinchiusi, si spalanca l’immensa distesa del possibile.

Lo stupore, le sensazioni, lo sbalordimento, il turbamento, l’intensità che stordisce, la sindrome di Stendhal, il delizioso smarrimento, la possessione… sono i parametri irrinunciabili della vita quotidiana.

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Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com