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Stragi di serie A e stragi di serie B. Ricordo di due grandi uomini

La notizia non è di quelle che riempiono le pagine del giornali: a Capo Delgado, una provincia all’estremo nord del Mozambico, al confine con la Tanzania, una cinquantina di persone sarebbero state uccise da sedicenti guerriglieri dell’Iscap-Provincia dell’Africa Centrale dello Stato Islamico, il “braccio” locale dell’Isis. La strage avviene a ridosso degli attacchi in Francia e in Austria, sempre di matrice integralista, che hanno avuto nella nostra opinione pubblica un’eco molto più vasta. Il legame è debole, sappiamo che l’Isis è solita mettere il suo “cappello” sopra ogni evento di questo tipo, facendolo suo, e quindi legittimando altre persone nel mondo a fare altrettanto, anche in assenza di una strategia condivisa. Ma il contesto “sociologico” presenta, con ogni probabilità, delle similitudini. Tiziano Terzani, il grande inviato dello Spiegel, che un po’ di queste cose se ne intendeva, lo ha detto molto chiaramente nel suo libro-memoriale La fine è il mio inizio: il radicalismo religioso, lo jihadismo islamico, ha preso il posto delle vecchie ideologie rivoluzionarie, degli ormai vetusti marxismi terzomondisti, è il nuovo punto di riferimento di chi si sente marginalizzato, oppresso, o anche solo escluso dal grande gioco della spartizione delle risorse, quali che siano. Diciamo questo – in accordo con Terzani stesso – senza voler giustificare nessuno: è ben noto che il vittimismo è uno dei motori principali degli stragisti di ogni ordine e grado. Colpisce semmai che ciò avvenga in un Paese che è stato per decenni lacerato dalle guerre, e ha raggiunto la pace molto faticosamente, anche con l’aiuto dell’Italia, che qui coronò uno dei suoi rari capolavori diplomatici (fra gli altri, con il trentino Mario Raffaelli). Un paese a noi ben noto perché sono tanti i nostri missionari, suore, cooperanti che hanno fatto del Mozambico la loro seconda casa, e che a volte hanno anche creato famiglie splendidamente “miste”. Un paese ricco di risorse naturali, come molti, in Africa, e questa forse potrebbe essere appunto una possibile chiave di lettura di ciò che sta avvenendo: la volontà di alcuni di partecipare alla “divisione della torta”.
Parlando di missionari, suore, cooperanti, insomma di trentini che si sono spesi per gli altri in terre difficili, e bellissime, il pensiero in questi giorni va anche a fratel Elio Croce (1946-2020), comboniano di Moena, che operava nel nord dell’Uganda, a Gulu, scomparso a causa del Covid19 (dopo essere sopravvissuto 20 anni fa all’Ebola). Di nuovo, non era l’unico trentino che ha trascorso la vita in quei luoghi. Dalla Karamoja al West Nile la presenza della nostra cooperazione è stata e rimane molto importante, e i suoi frutti durano nel tempo. In Uganda e proprio a Kitgum c’era stato anche Carlo Spagnolli (1949-2020), il medico roveretano spentosi lo scorso febbraio, che ho avuto la fortuna di conoscere in Zimbabwe, dove viveva con la sua famiglia (la moglie, Angelina Bugaru, infermiera, era ugandese) e dove aveva aperto un altro ospedale rurale.
Una cosa mi ha sempre colpito di queste persone. Il loro essere, quasi sempre, persone felici, persone “risolte”, pur operando in situazioni estreme, in mezzo al dolore e alla povertà. Non si pensi a loro come a dei martiri, o come a dei “cacciatori di emozioni” (ci sono anche quelli, in giro per il mondo): la loro felicità non mi è mai sembrata di quel genere, anzi. Mi è sempre parsa piena e sincera, una felicità generata dal loro spendersi per gli altri e forse dal loro sentirsi pienamente “cittadini del mondo”, pur senza dimenticare le loro origini.
Tornando all’Europa, non c’è chi non veda come la nuova ondata di attentati, oltretutto in un momento così complicato, sia una tragedia per tutti: per le vittime, innanzitutto, quali che siano le presunte “colpe” di cui sono accusate, per i governi europei, che necessariamente oscillano fra accoglienza e fermezza, e per gli stessi migranti, per la stragrande maggioranza estranei a questi fatti, ma che rischiano di vedersi accomunati alle cellule fondamentaliste sparse per il continente.
Riguardo ai moventi delle stragi, bisogna essere chiari: nessuna offesa, reale o presunta, può giustificare la violenza. In Occidente (e non solo in Occidente, per la verità) l’arte, la satira, la letteratura sono spesso urticanti, offensive nei confronti di qualsivoglia autorità, potere o simbolo. Ciò può provocare delle reazioni, ed è giusto che sia così: chi si sente offeso può a sua volta manifestare il suo dissenso in molti modi; può persino rivolgersi alla legge, se vi sono gli estremi per farlo. Tutto questo si chiama democrazia, si chiama laicità, si chiama “società aperta”. Ma il ricorso alla violenza non è in alcun modo accettabile e squalifica per sempre chi l’esercita.

Da sinistra, Carlo Spagnolli e fratel Elio Croce
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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.

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