Svizzera. Così vicini… così lontani

Emigranti trentini in partenza dalla stazione di Chiasso, anni Sessanta. (Foto Archivio Museo Storico)

La Svizzera è stata nel secondo dopoguerra una delle principali destinazioni degli emigranti trentini. Benché sporadici flussi migratori si siano verificati sin dalla fine dell’Ottocento, l’emigrazione trentina ebbe un’esplosione negli anni tra il 1946 e il 1951, con un’onda lunga che arrivò fino agli anni Settanta: in questi tre decenni si contarono circa 30mila trentini che scelsero la Confederazione elvetica come meta del loro destino. Molti erano lavoratori stagionali impiegati nell’edilizia, i quali facevano sovente ritorno in Trentino al termine della stagione lavorativa, ma furono numerosi i trentini che si stabilirono in Svizzera, mettendo su lavoro e famiglia. Nei decenni, i trentini fondarono i circoli affiliati a Trentini nel Mondo, a Basilea, Lugano (Ticino), Zofingen, Winterthur, Amriswil. Abbiamo dialogato con gli storici presidenti del Circolo trentino del Ticino Gianni Busacchi e Riccardo Sperandio, ai quali abbiamo chiesto di rievocare la storia dell’emigrazione trentina verso la Svizzera.

Imprenditore trentino Pietro Trotter con operai intenti a costruire un canale. (Foto Archivio Museo Storico)
Gruppo di aisempòneri trentini  a Gelterkinden, primi del Novecento. (Foto Archivio Museo Storico)

MOLTI LAVORATORI STAGIONALI, STIPATI NEI DORMITORI

Riccardo Sperandio è stato per quindici anni il presidente del Circolo trentino del Ticino, dalla sua fondazione nel 1980 in cui ebbe un ruolo determinante, sostenuto da don Dino Ferrando, il prete degli operai del Ticino: «I trentini arrivarono soprattutto dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ha raccontato. E finivano per lavorare quasi sempre nell’edilizia come operai. Furono coinvolti nella costruzione delle autostrade e delle gigantesche dighe. Altri erano elettricisti che finivano per lavorare nelle grandi industrie di Zurigo». Data la ridotta distanza geografica tra il Trentino e la Svizzera, i trasferimenti definitivi erano insoliti, almeno nei primi anni, e i trentini facevano la spola come lavoratori stagionali: «Il permesso di lavoro che veniva conferito era il permesso stagionale che durava nove mesi, da marzo a novembre, – ha evidenziato Riccardo – Al termine della stagione i trentini tornavano a casa dalle loro famiglie, ma conosco numerosi casi in cui i trentini riuscivano a farsi raggiungere “clandestinamente” da mogli e figli, li tenevano nascosti in casa. Poi c’erano gli operai specializzati che avevano un permesso di lavoro non stagionale ma continuativo. Costoro si trasferivano con tutta la famiglia, ma erano una minoranza». Nutrita era anche la presenza di donne lavoratrici: «Erano molte anche le donne migranti. Finivano per lavorare nelle industrie tessili o nell’elettronica che all’epoca era agli albori», ha raccontato Riccardo. Per quanto riguarda il processo di integrazione, i trentini erano abbastanza ben accolti dagli svizzeri: «D’altronde venivamo dal Nord, questo contribuì a facilitare la nostra accoglienza, venivamo visti con minor “sospetto”», riflette Riccardo facendo riferimento al fatto che gli italiani di origini meridionali non ricevevano un’accoglienza altrettanto agevole. Ma la vita degli operai trentini non era lussuosa: «Gli operai vivevano nelle baracche vicine alle fabbriche e alle grandi opere edilizie – indica Riccardo – Le baracche erano degli enormi dormitori, dove si trovavano a convivere fino a cinquecento o seicento lavoratori, divisi da semplici separé».

Donne preparano i pasti al convitto Inducta di Zug, 1952. (Foto Archivio Museo Storico)

IL CIRCOLO DEL TICINO, RIFERIMENTO DI SOCIALITÀ

Per consentirsi un po’ di vita sociale, i trentini si rivolgevano ai circoli che poi sarebbero diventati i circoli di Trentini nel Mondo: «I primi furono fondati negli anni Cinquanta, mentre il nostro circolo di Lugano fu fondato nel 1980», ha raccontato Gianni Busacchi che ricopre la carica di presidente del circolo del Ticino dal 1995: «Il circolo arrivò a contare circa cento iscritti, per poi calare progressivamente fino agli attuali cinquanta, di cui trenta attivi nelle iniziative». Gianni ha evidenziato come il circolo, nonostante l’invecchiamento progressivo dei soci, rappresenti un importante punto di riferimento: «Il ruolo principale oggi è quello di fornire ai soci un luogo e delle occasioni per incontrarsi e passare delle ore in compagnia, parlando in dialetto e celebrando le feste con delle prelibatezze gastronomiche. Continuiamo a proporre le gite annuali di tre giorni da fare tutti insieme. Abbiamo ancora “in ballo” la cerimonia del quarantesimo anniversario, la cui ricorrenza cadeva nel 2020, ma per le ragioni dettate dalla pandemia abbiamo dovuto rinviare. L’abbiamo posticipata, ma ci stiamo lavorando!».

Operaie trentine a Oberuster, 1930-1940. (Foto Archivio Museo Storico)
La direttrice Elena Taddei al pianoforte accompagna il coro del convitto  Inducta di Zug, 1949.  (Foto Archivio Museo Storico)

IL CIRCOLO INVECCHIA E I GIOVANI ORMAI SI SENTONO SVIZZERI

Il Circolo trentino del Ticino da tempo ormai soffre dell’invecchiamento dei suoi aderenti. Ce ne ha parlato Gianni: «Da anni porto avanti l’idea di coinvolgere le generazioni più giovani, ma ho l’impressione che si siano distaccate dal “retaggio”, si sentono ormai pienamente ticinesi, qui hanno famiglia e lavoro. La Svizzera è molto vicina al Trentino, in due ore di strada arriviamo a Trento. Inoltre lo scenario geografico e paesaggistico della Svizzera è del tutto simile: cime montuose, clima alpino… Che nostalgia può esserci?». Di simile avviso anche Riccardo, che però sottolinea come i discendenti dei trentini si siano fatti valere positivamente nella società svizzera: «I nostri figli si sentono svizzeri al cento per cento. Se c’è un’occasione per tornare in Trentino per fare un po’ di vacanza sono sicuramente contenti, ma francamente non sentono una grande nostalgia per la “terra dei padri”… Ma tanti figli di trentini si sono fatti valere parecchio nella società svizzera, sono ingegneri o professionisti».

Stazione di Luino

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Pubblicato da Fabio Peterlongo

Nato nel 1987, dal 2012 è giornalista pubblicista. Nel 2013 si laurea in Filosofia all'Università di Trento con una tesi sull'ecologismo sociale americano. Oltre alla scrittura giornalistica, la sua grande passione è la scrittura narrativa. È conduttore radiofonico e dal 2014 fa parte della squadra di Radio Dolomiti. Cronista per il quotidiano Trentino dal 2016, collabora con Trentinomese dal 2017 Nutre particolare interesse verso il giornalismo politico e i temi della sostenibilità ambientale. Appassionato lettore di saggi storici sul Risorgimento e delle opere di Italo Calvino.