Credere in una comunità, tra Netflix e Instagram

Siamo sempre più soli. Non sono un sociologo, ma a me sembra un dato di fatto. Si dice che Internet abbia rivoluzionato il mondo, ma non è proprio così: la rivoluzione è stata connettere a Internet i singoli, da soli, ciascuno con il suo computer e il suo cellulare. A cosa porta questo, oltre alla risaputa perdita di concentrazione? A una realtà in cui ciascuno ha il proprio affaccio sul pianeta, le proprie scoperte, la propria “identità” peculiare. Bello? Sì, bello, ma pericoloso. Chiunque, con Instagram, Netflix o Spotify, può scoprire e costruirsi un mondo da solo e lentamente renderlo grande, complesso, incoerente e quindi difficile da condividere. Mentre fino agli anni Novanta i nostri padri (anche io, classe ’93, da bambino), pur con i propri gusti, hanno avuto alcune canzoni generazionali, o alcuni film di tutti, oggi questo non è possibile, o accade di rado per prodotti comunque superficiali. L’offerta è immensa e tutto corre troppo velocemente perché qualcosa possa fissarsi: “hai sentito per caso l’ultimo album di Capossela?” “No, non ascolto quel genere, ultimamente sono più su playlist di funky californiano anni ‘80”. “E hai per caso visto la serie tv Dark?” “Mi dispiace, mai sentita nominare”. 

Anche sport nazionalpopolari come il calcio, in Italia, interessano meno gente rispetto a un tempo, e il gioco in sé ha comunque una parte minima dell’attenzione; con partite ogni giorno, poi, non c’è neanche la “magia” dell’attesa, della domenica da vivere insieme al bar. La televisione ha senza dubbio proposto per decenni intrattenimento di pessimo gusto, però quell’intrattenimento era di tutti, e insieme se ne parlava, lo si giudicava, insieme si sceglieva eventualmente di non fruirne, e di proporre una qualche specie di controcultura. Oggi, cos’è la controcultura? Forse fare rap? Si diventa ospiti fissi a Sanremo! Essere per i diritti? Idem: è la “moda”. Essere ambientalista? chi non lo è, almeno di facciata? Il nemico è ovunque e da nessuna parte.

Oggi sembra non esserci più un mito generazionale, non c’è un’idea per la quale valga la pena manifestare o combattere insieme, non c’è più una Sion da edificare. Ognuno accumula esperienze virtuali e si ritaglia un proprio posto nel mondo: quel posto unico e bellissimo, però, non lo puoi e non lo riesci a far vedere a nessuno. Solo delle parti, ogni tanto, e che gioia insperata quando succede!

A questo punto perché uscire di casa, incontrare altre persone? Quanto è più accogliente il dolce nulla di Instagram, la mia playlist, la mia serie tv preferita? Invece che uscire, potrei riguardarla da capo: i personaggi mi sembra di conoscerli meglio delle persone che ho intorno, e loro – bella illusione – è come se conoscessero me. Perché aprirmi al mondo? Quanto ci metto a far capire ad un altro i miei gusti, i libri che leggo, le mie idee politiche, le mie paure? Una fatica enorme, ore di discorsi e litigi: il gioco non vale la candela. Egoisti sì, ma senza inutili disagi.

La pandemia e il pessimismo germogliati anche a seguito della recente guerra in atto in Europa potevano essere un collante, ma non lo sono stati, perché in una società già egoista e agonale al massimo, si sa, le avversità dividono e incattiviscono. In questo contesto, è sempre più forte il bisogno di un luogo in cui ritornare a passare il mio tempo assieme a un gruppo di persone con le quali provare a trovare un senso. Con cui condividere i momenti più semplici. Anche queste parole, però, sono scritte dalla mia singolare finestra: perché pubblicarle? Ora che quasi tutti annaffiano il proprio giardino, ha ancora senso credere in una comunità?

Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Alessandro Zanoner

Nato a Trento nel 1993, insegnante di italiano, latino e storia nelle scuole superiori. Suonatore di strada con umili tentativi da cantautore e scrittore. Amo la montagna e il Mar Tirreno e passo molto tempo a viaggiare, soprattutto in centro Italia; non sono ancora mai uscito dal Vecchio Continente. Cesare Pavese e Hermann Hesse le mie guide in narrativa. Per la musica De Gregori, Guccini e Vinicio Capossela.