Tracce d’Oriente, tra le nostre montagne

Se qualcuno pensa che i nostri paesi affondino le proprie radici, sacre e profane, soltanto nell’acqua e nella roccia che si trova sotto case, masi e chiese, ebbene si sbaglia di grosso. Le vie sono come i venti, si intersecano, si sovrappongono, sono lievi e talvolta forti, soffiano da nord e da sud a seconda dei casi. Le vie portano con sé suggerimenti, vite diverse, insolite interpretazioni del sacro, storie di altri luoghi e di altri spazi. Per secoli l’Oriente ha fornito alla nostra terra esempi di una religiosità profonda, a partire dai martiri della Cappadocia Sisinio, Martirio e Alessandro, venuti a morire nel 397 d.C. nelle selvagge terre dell’Anaunia, la val di Non, per mano di pagani intenti a festeggiare il dio della fertilità Alo/Saturno. Scambi tra monasteri, presenza di territori amministrati da comunità religiose diverse da quelle locali – molte chiese e terreni trentini appartenevano ai monasteri veronesi o bresciani, così come alcune terre sudtirolesi erano e sono ancor oggi in mano a abbazie bavaresi –, fughe di monaci pittori e artigiani durante le ripetute lotte iconoclaste nelle terre bizantine a partire dal VII secolo d.C., hanno portato artisti itineranti a dipingere nelle nostre valli, artisti che hanno lasciato sui muri colori e disegni che riproponevano la tipologia pittorica delle icone: un’arte fatta per dio e non un’arte pedagogica, come poteva invece essere quella occidentale. Questi artisti/artigiani di Dio dipingevano con il fine ultimo di realizzare un processo di trasfigurazione del Cosmo, dalla materia allo spirito puro, senza tempo e senza spazio. Le loro opere, al pari dell’icona, rappresentano una finestra attraverso la quale possiamo guardare il mondo che è al di là del tempo e dello spazio e da esse si riceve assicurazione che questo pellegrinaggio terreno condurrà ad un’altra vita migliore e più completa.

I Santi dipinti guardano dritto negli occhi lo spettatore e desiderano rimanere attivi nella vita dei loro confratelli cristiani. Gli abiti delle Madonne e delle sante rispecchiano l’abbigliamento di corte della ricca e sfarzosa Bisanzio, le posture sono quelle ieratiche e immobili, le figure sono filiformi, esangui, corpi mistici quasi trasparenti, che nascono dalla terra per proiettarsi verso il cielo e l’infinito del Sacro Nome. Dietro molti affreschi ci sta l’idea che il corpo abbia bisogno di essere purificato e rigenerato, una vittoria sulla carne che si legge nell’espressione degli occhi che riflettono l’eterna beatitudine di coloro che hanno raggiunto l’armonia col loro Creatore.

Primo esempio di questa concezione orientale dell’arte lo troviamo scolpito sullo stipite sinistro della famosa Porta d’Aricarda nel Santuario di San Romedio in val di Non, punto di passaggio tra la Chiesa Maggiore e quella di San Nicolò. Si tratta della raffigurazione di un presepio parzialmente coperto in seguito, in età romanica, da una colonnina che ci obbliga oggi a sbirciare l’evento natalizio bizantino. Qui Maria è raffigurata distesa sul letto, come la vediamo sull’architrave del Duomo di Pienza oppure nell’icona della scuola di Rublev, Galleria Tret’jakov a Mosca; un tralcio di vite fa da grotta, con il significato di dimora del Dio cosmico: è questo un recupero di antichi retaggi mesopotamici per i quali tale pianta ha funzione di albero cosmico, avvolge tutto il cielo e gli acini dei suoi frutti sono stelle. Sotto, Gesù Bambino è adagiato nella mangiatoia, simboleggiante l’alfa e l’omega della sua vita: la mangiatoia è infatti una bara, ad indicare che la Natività è solamente un inizio conducente alla morte salvifica prima della Risurrezione. Qui la Madonna non guarda il Bambino, come è ricorrente invece nell’iconografia occidentale del Presepio. Secondo alcuni Maria, consapevole al pari di Mosè che nessuno può vedere Dio e restare vivo, non osa guardare in faccia il divin Figlio. Oppure gira la testa verso di noi, richiamando gli occhi trascendentali dell’icona, perché nel Bambino vede già la sofferenza e la morte che lo attendono. Questo esempio, il più antico che troviamo in regione, è soltanto l’inizio di un percorso che ci condurrà in luoghi affascinanti ed emozionanti, al cospetto di veri e propri capolavori dell’arte bizantina, innestatasi qui nelle fredde terre del nord per mano di autori rimasti per lo più anonimi.

All’interno del santuario di S. Romedio si trova la porta d’Aricarda, un presepio bizantino

Da Levico Terme, per un antico sentiero, si sale ad un colle a picco sull’omonimo lago. Tra i larici secolari spicca una bianca chiesetta: San Biagio. Ha sembianze gotiche e pronao rinascimentale ma fu innalzata nel VII secolo. All’interno appare una Madonna in trono col Bambino. La Vergine con aureola raggiata è raffigurata in posizione frontale, ieratica e avvolta in un mantello bordato d’oro che rivela la provenienza da modelli bizantino-veneziani.

Nella chiesa romanica di San Lorenzo a Tenno, alta sul lago di Garda, incontriamo invece gli Apostoli raffigurati a figura intera e abbigliati con lunghe tuniche manicate, ampi mantelli, con l’orlo inferiore che nasconde completamente i piedi come avviene nelle pitture delle chiese ortodosse. Altri percorsi orientali ci portano attraverso la val di Non e la val di Sole, per poi scendere nelle valli Giudicarie, seguendo le orme del cosiddetto Maestro di Sommacampagna, un pittore che nel secondo Trecento lasciò, assieme alla sua bottega, l’impronta in molti edifici religiosi. In un recente convegno si è voluto identificare il Maestro nelle vesti di tal Johannes de Volpino, operante in ambito veronese, bresciano e trentino. Senza peraltro raggiungere la qualità pittorica della pittura romanico-bizantina del XII secolo presente nella valle dell’Adige a partire da San Giacomo di Castelaz per arrivare al monastero di Montemaria in alta val Venosta, i temi iconografici del Maestro di Sommacampagna aprono una finestra sulla presenza “orientaleggiante” nella nostra terra, arricchendo forme e volumi dei personaggi raffigurati e, soprattutto, avvicinando i fedeli ad una teologia della bellezza del Sacro con la esse maiuscola che, tra qualche anno, declinerà nell’infausta presenza rinascimentale dell’arte non più sacra ma semplicemente “religiosa”. Da Cles a Revò a Cogolo, Sarnonico, Lover, Pavillo, Tenna, Cavedago, Molveno, Dardine, Dorsino, Magras, ecc. un filo rosso collega un linguaggio pittorico apparentemente semplice e immediato che nasconde invece, suggerendo, un’arte che trascende tutti i limiti materiali per diventare pura spiritualità, inoltrandoci nell’ineffabilità di Dio e nell’amore “folle” per Dio: bellezza che canta, nei suoi colori e nei suoi segni, la trasfigurazione che si pone al di là di ogni speculazione. 

Monastero di Montemaria, gli affreschi della cripta
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Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com