Trentini d’Australia, gli “ultimi” emigranti

“Tastes of Trentino”, “Sapori del Trentino”: la tradizione gastronomica è fondamentale per i trentini d’Australia

Il nostro viaggio intorno al mondo alla ricerca delle comunità degli emigrati trentini e dei loro discendenti ci porta in Australia. Isola gigantesca, praticamente un continente, l’Australia divenne la mèta dei trentini che si lasciavano tutto alle spalle alla ricerca di una vita migliore già negli anni ’20 e ’30 del Novecento. Ma l’autentico “picco” dell’emigrazione trentina in Australia giunse negli anni ’60, al punto da rivelarsi l’ultima grande ondata migratoria che interessò gli italiani, portando migliaia di connazionali a imbarcarsi su mastodontiche navi trans-oceaniche. Oggi si calcola che quasi il 5% della popolazione australiana sia di origine italiana, principalmente (per l’80%) veneti, lombardi, piemontesi, toscani ed appunto trentini. È l’epopea narrata nel film di Luigi Zampa con Claudia Cardinale ed Alberto Sordi dal verboso titolo: “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata”, uscito nelle sale italiane del 1971. La comunità trentina in Australia ha per riferimento gli otto circoli presenti nelle principali città del paese e che contano circa tremila aderenti: sono situati nelle città di Adelaide, Canberra, Mackay, Melbourne, Myrtleford, Perth, Sydney, Wollongong. Per conoscere meglio questo versante della diaspora trentina nel mondo, abbiamo conversato con padre Frank Bertagnolli, salesiano di stanza a Sydney, e con Silvano Rinaldi, coordinatore dei circoli trentini d’Australia. Il racconto che ne emerge è quello di una vicenda avventurosa e impegnativa, affrontata dai trentini con la consueta etica del lavoro, e che ha consegnato ai loro discendenti una piena integrazione all’interno di una società spesso diffidente verso i migranti come è quella australiana.

PADRE BERTAGNOLLI, IL SACERDOTE “GIRA-MONDO”

Padre Frank Bertagnolli, punto di riferimento spirituale per la comunità trentina di Sydney, è un sacerdote “globe trotter” che partendo dal Trentino ha girato letteralmente tutto il mondo, e in particolare la sconfinata Oceania, impegnato nell’attività missionaria: «Sono nato a Taio nel 1938 ed arrivai in Australia per la prima volta nel 1956 come studente salesiano. Erano gli anni in cui i salesiani andavano nelle missioni di tutto il mondo. Dopo gli studi di teologia a Napoli e la laurea a New York, alla fine degli anni ’60 tornai in Australia definitivamente». Ma in quegli anni per padre Bertagnolli l’Australia rappresentava una grande incognita: «Non si faceva richiesta per essere mandati missionari in un luogo o in un altro, l’Ordine dei Salesiani mandava noi giovani dove serviva di più. Sapevo a malapena dove fosse l’Australia ed incontrai le rimostranze di mio padre che mi chiedeva: “Cosa ci vai a fare lì?”». Erano però anni di sviluppo tumultuoso: «Arrivavano navi cariche di italiani e anche dal punto di vista pastorale l’Australia era diventata una destinazione attrattiva», ha spiegato padre Bertagnolli.

«TANTO LAVORO IN AGRICOLTURA E IDROELETTRICO»

I trentini che arrivavano nel “Paese a testa in giù”, come viene soprannominato (“the Land down under”) venivano impiegati in lavori molto faticosi: «Finivano per lavorare negli impianti idroelettrici di Melbourne, dove fu grande l’impatto dei trentini – ha spiegato padre Bertagnolli – Oppure nei campi di canna da zucchero. Un caso particolare erano le piantagioni di tabacco di Myrtleford, dove erano presenti i primi trentini fin dagli anni ’20: erano i componenti della famiglia Dal Bosco di Rovereto, che scoprirono che il tabacco rendeva bene e costruirono un’industria redditizia». Le particolari caratteristiche climatiche ed ambientali dell’Australia offrivano ai trentini opportunità del tutto inaspettate: «I trentini si trovavano anche a coltivare i pini, alberi dal legno tenero non presenti naturalmente in Australia – racconta padre Bertagnolli – Servivano per l’industria, perché il legno autoctono di eucalipto è troppo duro».

Le attività comunitarie dei Circoli trentini portano grandi e piccini a riunirsi, spesso raccontando storie o attorno a una tavola imbandita

«CHE FATICA L’INTEGRAZIONE, MA ALLA FINE…»

Padre Bertagnolli ha evidenziato come i trentini abbiano incontrato, almeno in origine, la diffidenza degli australiani, quasi tutti di ceppo anglo-sassone: «I trentini e gli italiani incontrarono delle discriminazioni, e con loro anche i polacchi, i croati, in generale i popoli di religione cattolica. Gli italiani erano cattolici in un paese a stragrande maggioranza anglicana. Inoltre la maggiore comunità cattolica presente in Australia era quella irlandese, ben diversa da quella italiana nello “stile”: per gli irlandesi la fede era un fatto privato, mentre gli italiani la mostravano pubblicamente, ad esempio nelle processioni. Non dimentichiamo poi che l’Italia aveva fatto la guerra contro la Gran Bretagna e l’Australia e il ricordo della Seconda guerra mondiale era ancora vivo». Ma l’integrazione degli italiani fu possibile grazie alle “piccole cose” del quotidiano che gettavano un ponte tra le culture: «I primi anni non si trovava la pasta né il vino da tavola, furono tutte innovazioni portate dagli italiani, che anche attraverso la gastronomia hanno cambiato completamente la cultura australiana – riflette padre Bertagnolli – Se nei primi anni l’integrazione era difficile, oggi gli italiani sono una componente fondamentale del popolo australiano».

SILVANO RINALDI: «IL NONNO IN AUSTRALIA PER SFUGGIRE AL FASCISMO» 

Silvano Rinaldi è il coordinatore dei Circoli trentini in Australia porta avanti orgogliosamente il suo retaggio trentino: «Mio padre arrivò in Australia dalla Valsugana nel 1938, fu l’unico di sette figli a emigrare. Spinto dalla “fame”, colse al volo l’opportunità di lavorare in Australia e così poté anche evitare la guerra. Mia madre, originaria di Rovereto, emigrò perché il nonno dopo la guerra era diventato comunista e dovette lasciare il paese per evitare le persecuzioni dei fascisti». I genitori di Silvano anticiparono di un paio di decenni la grande ondata dell’emigrazione trentina, avvenuta negli anni ’60: «I trentini finivano per essere impiegati nella coltivazione della canna da zucchero nel Queensland, nell’allevamento del bestiame, ma anche nell’edilizia».

«TRENTINI INTEGRATI GRAZIE ALL’ETICA DEL LAVORO»

Insomma, l’inserimento dei trentini nella società australiana passò attraverso un processo faticoso e non privo di ostacoli: «Come verso tutti gli stranieri c’era un po’ di ostilità – racconta Silvano – Inizialmente i trentini facevano gruppo con gli altri italiani, in particolare con i veneti, ma anche con calabresi e siciliani». Silvano ritiene tuttavia che l’integrazione dei trentini sia stata favorita dalla loro spiccata etica del lavoro: «Credo che per i trentini non sia stato così difficile integrarsi con gli australiani, mio padre diceva di non aver incontrato razzismo. D’altronde gli australiani la pensano così: se la persona può contribuire alla società, è il benvenuto, ed è quello che hanno fatto gli italiani, con il lavoro sodo».

Si prepara la polenta, immancabile protagonista quando si assapora il Trentino.

«LE TRADIZIONI SONO UNA RICCHEZZA, MA I GIOVANI SE NE DIMENTICANO»

A partire dagli anni ’60 sorsero i primi circoli trentini, che hanno rappresentato un fondamentale punto di riferimento per la comunità: «I circoli trentini propongono raduni, feste, celebrazioni dove uno dei collanti più importanti è la condivisione del cibo della nostra tradizione – ha spiegato Silvano – Particolarmente importante è la festa di Natale durante la quale proponiamo la tipica castagnata. Addirittura a Sydney celebriamo la festa di San Vigilio». Oggi sono otto i circoli trentini in Australia con circa 300-400 membri ciascuno, ma sono costretti ad affrontare difficoltà di difficile risoluzione, come lo scarso coinvolgimento dei giovani discendenti dei trentini: «Alcuni circoli non sono più molto attivi perché c’è il problema dell’invecchiamento dei membri – ha sottolineato Silvano – I giovani non capiscono quanto è importante portare avanti il loro retaggio. Insomma, il futuro lo vedo difficile. Anche perché i nostri giovani stanno bene, non hanno bisogno di aiuto e di sostegno, come invece può capitare più facilmente in paesi meno ricchi come quelli del Sud America».

Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Fabio Peterlongo

Nato nel 1987, dal 2012 è giornalista pubblicista. Nel 2013 si laurea in Filosofia all'Università di Trento con una tesi sull'ecologismo sociale americano. Oltre alla scrittura giornalistica, la sua grande passione è la scrittura narrativa. È conduttore radiofonico e dal 2014 fa parte della squadra di Radio Dolomiti. Cronista per il quotidiano Trentino dal 2016, collabora con Trentinomese dal 2017 Nutre particolare interesse verso il giornalismo politico e i temi della sostenibilità ambientale. Appassionato lettore di saggi storici sul Risorgimento e delle opere di Italo Calvino.