Un irresistibile viaggio dai salotti ai ponteggi

Cesarina Seppi sui ponteggi eretti nella stazione ferroviaria di Trento per la realizzazione del ciclo di mosaici dedicati alle località turistiche del Trentino. Fotografia del 1950. San Michele all’Adige (Trento), archivio famiglia Seppi

Artemisia Gentileschi, Tamara de Lempicka, Frida Kahlo, Marina Abramovic. Se pensiamo alle donne nell’arte, pur senza porci limiti spazio-temporali di indagine, i nomi che ci vengono in mente sono sempre molto pochi; sono sempre quelli celeberrimi, di coloro che “ce l’hanno fatta”, emergendo su tutto e tutti, ottenendo periodiche esposizioni nei più importanti musei del mondo. Ma se proviamo a focalizzare l’attenzione sul Trentino e a restringere il campo a un secolo per definizione ricco di cambiamenti sociali e di pensiero, ma anche ricco di movimenti artistici contrapposti come il ‘900, chi sono le artiste che sapremmo citare? Quali quelle che abbiamo visto esposte stabilmente nelle sale del nostro territorio? Il pensiero vagheggia. Eppure, il materiale non mancherebbe. A riportarlo è la stessa Soprintendenza per i Beni Culturali della Provincia che, in un libro intitolato “Dai salotti ai ponteggi. Profili di artiste del Novecento in Trentino”, chiarisce apertamente come i musei locali, unitamente alle tante collezioni private, sarebbero potenzialmente fornitissimi di opere d’arte firmate al femminile. In omaggio al mese delle donne, seguendo il lavoro di Roberto Pancheri, ripercorriamo allora le più degne di nota, le sopravvissute al tempo (o forse no) in un mare di autodidatte e dilettanti. Pittrici, scultrici, litografe spesso nobili o benestanti (condizione, come noto, un tempo necessaria alla scolarizzazione), viaggiatrici, informate, colte, in contatto col mondo e spesso tra loro. Donne talvolta schiacciate dai doveri, dalle etichette, dalla sfortuna, dai timori di andare “a caccia” di una fama e una carriera artistica; donne forse molto più spesso sporche di vernice che in abito da sera per un tè: le artiste trentine che dovremmo probabilmente conoscere meglio.

Partendo magari da Pia Buffa e i suoi influssi impressionisti.

Nata il 20 settembre 1866 e vissuta fino al 18 settembre 1942, Pia Buffa, baronessa, studia arte, grazie alla fortuna del suo lignaggio, dai maestri Eugenio Prati (di Caldonazzo) e Bartolomeo Bezzi (di Fucine di Ossana). Il suo esordio in pubblico risale alla prima esposizione mista a Trento, presso la sede dell’Unione Ginnastica, in occasione delle Vigiliane del 1898, dove invia otto quadri a pastello rappresentanti figure umane. In contatto con l’Austria, nel 1904 si reca a Vienna, dove prende parte a una mostra denominata “Acht Künstlerinnen und ihre Gäste”. Dei suoi numerosi dipinti, i cui tratti ricordano da vicino l’impressionismo, e molti dei quali sono oggi conservati presso gli eredi, “In Valle” e “Ultima neve” le valgono l’esposizione alla “Prima Mostra d’Arte Trentina” nel ‘28. Nel 1932 infine dipinge una pala per l’altare della parrocchia di Telve.

Giulia Turco Lazzari, 1910 ca. Padova, Biblioteca dell’Orto Botanico
Elena Parolini dipinge una pala d’altare. Fotografia degli anni Quaranta. Trento, archivio Sandro Parolini

Ma come dimenticare la grande Cesarina Seppi, il perno delle artiste trentine. Nata il 20 maggio 1919, riceve i primi rudimenti di pittura da Erminia Bruni Menin, dipingendo, a 12 anni, le sue prime nature morte. Successivamente frequenta l’Istituto Magistrale conseguendo il diploma di maestra, ma decide di proseguire gli studi d’arte a Venezia, diplomandosi prima al Liceo Artistico, poi all’Accademia di Belle Arti. In questi anni si dedica alla pittura figurativa, con opere nelle quali il suo tratto si riconosce dalle figure volumetriche, dai colori violenti e dalle pennellate larghe. Nel ‘40 viene premiata ai  Littoriali femminili della Cultura e dell’Arte di Bologna e tra il ‘39 e il ‘42 è presenza costante nelle esposizioni sindacali di Trento e Bolzano e alle collettive sul territorio. Negli anni successivi partecipa alla costituzione del circolo “Cavallo Azzurro”, decora la stazione ferroviaria di Trento, viene ammessa (nel ‘56) alla Biennale di Venezia. La svolta avviene però negli anni ‘60, quando si dedica all’astratto con le sue celebri sculture luminose in collage di vetro soffiato e alle sue forme tridimensionali in acciaio e ottone, tra cui spicca “Fiore Lunare”, collocato alle Albere. Muore il 29 dicembre 2006.

Importante anche come gallerista e catalizzatrice degli artisti contemporanei in Trentino, Ines Fedrizzi (7 novembre 1919-18 marzo 2005) inizia a esporre le sue opere nel ‘60, alle “Olimpiadi dei Clown” a Roma, dopo una carriera trentina come mercante d’arte. Le sue opere sono inizialmente realizzate con la tecnica del dripping, mentre negli anni successivi si dedica a immagini “improntali”, in cui si mescolano forme di rosone, trame di tessuti, bordature di merletti con lo scopo di ricreare un senso di mistico e inconscio. Tra i principali riconoscimenti pubblici, nel ‘95, la nomina a commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica. A lei è dedicata una sala del Palazzo della Provincia.

Jole D’Agostin al lavoro nella sua casa di Milano. Fotografia dei primi anni Sessanta. Cles (Trento), archivio Giulia Marino

Altro nome di spicco, che merita qui menzione, Jole D’Agostin. Nata il 26 aprile 1921, compie gli studi superiori all’Istituto Magistrale di Trento, dove trova come insegnanti di disegno i pittori Camillo Rasmo e Remo Wolf. Prosegue poi la sua formazione artistica a Milano, diplomandosi al Liceo Artistico di Brera. Durante la guerra soggiorna a Novara dalla sorella, moglie del direttore del locale ospedale psichiatrico: qui ritrae alcuni pazienti, scoprendo un legame con la malattia mentale e la sofferenza, per lei parte naturale della vita. Tornata a Milano, espone in diverse collettive e vince numerosi premi, senza mai abbandonare, nei suoi soggetti, quell’imprinting al dolore. Dagli anni ‘60 dunque si dedica a paesaggi trasfigurati e forme vegetali trascurate come innesti e bacelli. Nella sua fase più matura e minimalista, fino alla morte il 24 settembre del 1981, traspone infine il suo sentire profondamente esistenzialista e intimista in una serie di orme, impronte e pozzanghere.

Maria Lotter Montenovesi esegue un ritratto in Val di Genova. Fotografia del 1969. Roncegno (Trento), archivio Tiziana Colleoni
Nomi da ricordare
Adriana Ciani (1866-1939), la passione per i fiori. Baronessa, è ricordata come una nubile dallo spirito libero, a sua volta allieva di Eugenio Prati, e successivamente del veneziano Guglielmo Ciardi. 
Erminia Bruni Menin (1870-1940), l’artista per lavoro. Studia arti figurative a Monaco di Baviera. Artista non per diletto ma per professione.
Giuseppina Bresadola (1875-1963), la pittrice del vicinato. Roveretana, giunge all’arte da adulta, come autodidatta, e dedicandosi quasi esclusivamente alle nature morte.
Thea Casalbore Rasini (1893-1939), i doveri che vincono l’arte. Esordisce come scultrice a Milano, esponendo a soli 19 anni all’Accademia di Brera, dove si fa notare per la sua opera audace di un Prometeo incatenato, realizzato utilizzando come modello un facchino della stazione ferroviaria.
Regina Philippona Disertori (1896-1977). Cresce ad Amsterdam, dove si diploma in pittura. Nonostante la vita da “girovaga” tra le varie città europee rimane sempre ai margini della scena artistica.
Maria Giacomoni (1896-1937). Figlia di un negoziante di colori, fin da giovanissima si dedica una vasta gamma di soggetti (ritratti, nudi, soggetti sacri e nature morte), improntando il suo disegno al realismo, sulla scia del generale “ritorno all’ordine” di controtendenza alle avanguardie.
Rachel Linaae Stenico (1902-1989), il fiabesco norvegese. Frequenta la scuola d’arte di Oslo. Sposata in Trentino, compare per la prima volta nel panorama locale con un’esposizione per la sesta mostra sindacale a Trento.
Lea Botteri (1903-1986). Autodidatta, crea nell’arco della sua vita oltre 150 xilografie. Numero, questo, che non tiene conto degli ex libris e dei biglietti di auguri estemporanei regalati ai conoscenti e agli amici.
Elena Parolini (1908-1972), la pittrice di chiese. Studia pittura privatamente con Carlo Bernardi, che la esorta a dipingere en plen air i paesaggi della collina di Trento. I temi da lei prediletti, tuttavia, appartengono alla sfera religiosa.
Maria Lotter Montenovesi (1909-1990), il post-impressionismo e i ritratti. Diviene allieva di Antonio Barrera prima e studentessa dell’Accademia di Belle Arti poi. È nel corso degli anni ‘50 che trova il suo stile definitivo, nel solco del post-impressionismo.
Rosetta BraCchetti Gadler (1912-1995). Insegna e contemporaneamente si dedica all’arte come pittrice, esponendo sette opere al Castello del Buonconsiglio nella mostra del GUF – Gruppo Universitario Fascista.
Gina Maffei (1921-2018). Si forma come artista all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove tra i suoi maestri ha Guido Cadorin, Armando Pizzinato e Afro Basaldella.
Erminia Bruni nel suo atelier di Trieste. Fotografia del 1910 circa, particolare. Trento, archivio Antonio Polo
La copertina del volume, frutto della ricerca di Roberto Pancheri, pubblicato dalla Soprintendenza per i beni culturali di Trento

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Pubblicato da Katia Dell'Eva

Laureata in Arti dello spettacolo prima, e in Giornalismo poi, nel quotidiano si destreggia tra cronaca e comunicazione, sognando d’indossare un Fedora col cartellino “Press” come nelle vecchie pellicole. Ogni volta in cui è possibile, fugge a fantasticare, piangere e ridere nel buio di una sala cinematografica. Spassionati amori: Marcello Mastroianni, la new wave romena e i blockbuster anni ‘80.