Una conversazione con Claudia Ambrosi

Una storica dell’arte autorevole come Lea Vergine – scomparsa a Milano il 20 ottobre scorso a causa del Covid – ci ha insegnato che i talenti femminili sono stati penalizzati in passato non solo a causa del predominio maschile nelle professioni, ivi comprese le arti e le lettere, ma anche per effetto di una sorta di autocensura. Tale meccanismo ha indotto molte artiste promettenti a rimanere nel cono d’ombra del padre o del coniuge, se questi erano a loro volta artisti, sacrificando fama e fortuna sull’altare della famiglia e delle cure parentali.
Ne ho parlato di recente con Claudia Ambrosi, classe 1942, figlia e allieva del noto pittore di Riva del Garda Elmo Ambrosi (1910-1992). Sono andato a trovarla nella sua casa di Martignano, dove vive con l’anziana madre e dove conserva gelosamente l’eredità artistica paterna.
Per prima cosa le ho chiesto come mai è nata a Roma. “Fu a causa della guerra: mio padre era al fronte e mia madre durante la gravidanza si trasferì nella capitale in casa di parenti. E così io e mio fratello gemello Claudio siamo nati lì, ma appena fu possibile mia madre tornò in Trentino”.
In una bella fotografia del 1951 Claudia compare in piedi accanto al padre, intenta a osservarlo mentre dipinge en plein air un paesaggio innevato della Valsugana. Presumo sia stato lui a insegnarle i rudimenti della pittura e gliene chiedo conferma. “Sì, mi ha insegnato la tecnica, la preparazione delle tele, ma più che altro ho imparato guardando cosa faceva”. E così, intorno ai sedici anni, Claudia già dipingeva per conto suo. “A differenza di mio padre, che usava la spatola, io dipingevo a pennello, oppure disegnavo. Il paesaggio non mi attirava, preferivo la natura morta, come aveva fatto Cézanne”. Le chiedo se ha poi proseguito lo studio della pittura con altri maestri o all’Istituto d’arte e mi dice di no. “Pensi che mio padre non volle nemmeno mandarmi alle scuole medie, feci gli esami da privatista e fu lui a prepararmi”.
A diciannove anni Claudia vinse il primo premio a una mostra di pittura giovanile in Vallagarina ed esordì in pubblico lo stesso anno a una collettiva tenutasi alla Camera di Commercio di Trento, esponendo due nature morte. Nell’aprile del 1962 allestì insieme a Elmo una “doppia personale” a Rovereto. Nell’opuscolo di presentazione della mostra si legge il seguente giudizio, a firma di Talieno Manfrini: “La figlia si è ormai scrollata di dosso la sigla paterna. Nell’olio ha trovato una squisita solidità tonale, da cui emergono da sotto la pennellata sicura delicate finezze di accostamenti. Nel disegno coglie con morbida incisività tutta la potenza espressiva ed espressionistica del soggetto. È veramente molto brava”. Sono parole di sincero apprezzamento, che trovano conferma nelle poche opere che vedo appese in casa, tutte firmate “Claudia”, senza cognome: piccoli ritratti di bambini schizzati a matita e alcune nature morte di frutta e ortaggi, sapientemente impaginate come “quadri nei quadri”.
Il ménage con il padre era quotidiano: dipingevano spesso insieme e Claudia aveva il compito di preparare i fondi dei supporti. “Facevo il Gualtiero”, mi dice scherzando: l’espressione era usata in famiglia per analogia con quanto accadeva nella galleria di Ines Fedrizzi, dove i compiti pratici e di servizio toccavano al marito Gualtiero Giovannoni, mentre Ines era “la mente”.
Nel 1963 Claudia inviò una sua natura morta alla mostra che il sindacato degli artisti trentini organizzò al Palazzo delle Esposizioni di Roma: era una sede prestigiosa, che offrì a tutti i partecipanti una ribalta nazionale. In seguito, tuttavia, la giovane artista diradò le partecipazioni a simili iniziative e non volle mai presentare le proprie opere in una personale autonoma. Cos’era accaduto? “Mi ero sposata ed erano arrivati i figli: la mia vita stava cambiando”.


Al 1971 risale uno scatto del fotografo bolzanino Fulvio Vicentini, che coglie l’artista nel suo studio e ne descrive la situazione familiare: sul cavalletto c’è il ritratto a matita di un gatto, lo stesso che la bimba di Claudia, Cristina, regge tra le mani, mentre al centro della parete campeggia una fotografia del nonno Elmo, che domina l’atelier come un nume tutelare.
Le chiedo com’erano i suoi rapporti con gli altri artisti trentini di quel tempo: Colorio, Polo, Bonacina… “Mi consideravano una principiante e sapevo bene di essere accettata solo perché c’era mio padre. Comunque erano gentili”. Le faccio notare che i critici non hanno scritto molto sulla sua pittura, dedicando tutte le attenzioni a suo padre. “A dire la verità non mi sono mai aspettata che scrivessero di me: dipingevo come meglio potevo e non pretendevo altro”. Ma si è presa qualche soddisfazione? “Certo, tutte le volte che ho venduto un quadro”.
Claudia ricomparve in pubblico a una collettiva nel novembre del 1976, al Palazzo della Regione di Trento, ancora con due nature morte. Gli ultimi dipinti noti sono datati 1980: poi più nulla. “Ho continuato a interessarmi all’arte e ho frequentato le mostre, ma ho smesso di dipingere”.
Per questa rinuncia, maturata qualche anno dopo la nascita dei due figli, Claudia non ha rimpianti. “Non volevo fare la pittrice della domenica. Mio padre stava al cavalletto tutto il giorno, sapevo che non era possibile dedicarsi all’arte solo nel tempo libero: non sarebbe stato serio. Doveva essere o l’una o l’altra cosa. Avevo scelto la famiglia e per la pittura non c’era più spazio. Mio marito non mi ha mai chiesto esplicitamente di rinunciare, ma ricordo che una volta, proprio durante una mostra, mi fece capire che preferiva così”. E papà Elmo come la prese? “Fu dispiaciuto, ma anche lui, dopo un po’ di tempo, ha capito. E poi in casa c’erano i bambini: siamo stati felici”.
Prima di congedarmi le confesso che trovo i suoi quadri molto interessanti e per certi aspetti migliori di quelli di suo padre. E la avviso: “Scriverò che per l’arte trentina è stato un vero peccato”.

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Pubblicato da Roberto Pancheri

È nato a Cles nel 1972 e vive felicemente a Trento. Si è laureato in Lettere a Padova, dove si è specializzato in storia dell’arte. Dopo il dottorato di ricerca, che ha dedicato al pittore Giovanni Battista Lampi, ha lavorato per alcuni anni da “libero battitore” e curatore indipendente, collaborando con numerose istituzioni museali e riviste scientifiche. Si è cimentato anche con il romanzo storico e con il racconto breve. È infine approdato, per concorso, alla Soprintendenza per i beni culturali di Trento, dove si occupa di tutela e valorizzazione del patrimonio artistico. La carta stampata e la divulgazione sono forme di comunicazione alle quali non intende rinunciare, mentre è cocciutamente refrattario all’uso dei social media.