Verdini inedito

Sono passati 25 anni da quando nel 1996, a Palazzo Trentini di Trento, sede del Consiglio Provinciale, un’esposizione corredata da un prestigioso catalogo curato dal rimpianto Bruno Passamani, da Gabriella Belli e da chi scrive consacrò il pittore toscano Piero Verdini, trentino d’adozione. Pietro arrivò ventenne nella nostra regione, sottoufficiale della Finanza, prima in Alto Adige negli anni drammatici degli attentati, poi in Trentino, fermandosi a Pergine Valsugana. Pietro è nato 85 anni fa a Gragnola, un paese della Lunigiana, allora di cavatori di marmo, contadini poveri, carbonai, legnaioli, cresciuto tra questi “primitivi” che sono i personaggi pittorici di molte sue tavole (ama dipingere su tavole di legno, come i pittori preraffaelliti o pittori d’icone). Con lui anche se ha un’anima “primitiva” sanguigna come quella dei suoi Gragnolini, siamo amici fraterni: gli ho persino dedicato un romanzo, ”Talambar”, pubblicato a Firenze nel 2000. Ma se una componente “primitiva” abita la sua anima, sorprendentemente la sua è una pittura raffinatissima, a olio su tavola, di un blu cosmico monocromo. Una pittura simbolica, visionaria. E, anche se non sempre lo si coglie, “religiosa” non solo nei suoi enormi angeli che riescono incredibilmente a decollare, a volare, ma nello spirito con cui guarda alle donne, agli uomini, ai bambini, agli animali, alle piante…Verdini ha realizzato anche dipinti di grandi dimensioni per opere pubbliche. I suoi personaggi “spingono” per uscire da un quadro di normali dimensioni, escono dalla cornice, si dilatano, diventano giganteschi, epici. Il suo più recente “il Fabbro”, (di una decina d’anni fa) l’ha dipinto ispirato da un suo amico fabbro perginese, Renato Lelli, come lui militare della Finanza in pensione. Il “fabbro” è il lavoro verdiniano più ampio in assoluto, dipinto su pannello multistrato, alto sei metri e largo quasi cinque (Lelli purtroppo non fece a tempo a vederlo). Il grande dipinto fu collocato davanti al capannone-laboratorio di Lelli, nella zona artigianale di Pergine. “Lo sto restaurando – racconta Verdini –, il colore si stava rovinando. Sono andato a comprarne uno di maggior garanzia fuori regione. Quando avrò finito verrà ricollocata al posto di prima…” 

“La casa di Pascoli”

Benché Pietro abbia sempre cercato di guardarsi dagli “ismi” cercando una strada sua, echi delle avanguardie (in questo caso del cubismo), filtrano nelle sue opere. Pietro è uno splendido disegnatore. Che la passione di disegnare se la porti dietro sin da quando era ragazzo è un dato di fatto. Che abbia maturato (ma forse posseduto fisiologicamente da sempre) un suo segno inconfondibile), non ci piove. Un segno che affonda le sue radici nella sua mitica infanzia gragnolina, che si muove misteriosamente, serpeggiando seguendo vitali isoipse che percorrono la terra le acque e i cieli, come un bardo celtico, come uno sciamano indiano, rivelandoci queste onde di energia, questi tracciati che ci risultavano oscuri, innaturali, ignoti, ma che ora ci appaiono leggibili, naturali, necessari. E così Pietro si è impegnato per amici poeti a ”illustrare” (ovvero a esplorare, captare, sondare libri di poesia come i miei “Emigranti” (1988) e ”Celtica” (1997), quest’ultimo tradotto in Romania ( così Pietro si è fatto conoscere anche all’estero). Sono seguite le illustrazioni per “Mader” e “I salmi del Silenzio (2015), dell’eccezionale poeta bergamasco Ermellino Mazzoleni e per “Il re del Bosco” (2015), di Maria Luisa Clerico. 

E veniamo agli ultimissimi anni, fisicamente travagliati per Verdini, che ha anche subìto un intervento chirurgico durato sei ore. Ma appena ha potuto ha ripreso a disegnare. Sono disegni inediti eseguiti con una tecnica elementare, penna e matita, quelli realizzati da questo pittore toscano-trentino nei due ultimi anni. Come se l’artista sentisse il bisogno di coniugare il massimo dell’intensità con il massimo della semplicità. Di questi disegni ne parliamo qui per la prima volta, mostrandone qualcuno. 

“Angelo”
“Mochena con bambina”

Andato in pensione come ufficiale della Finanza , poco dopo i cinquant’anni Verdini avrebbe anche potuto tornare nella sua mitica Toscana. Perché non l’ha fatto? Le ragioni possono essere anche molte, ma si riducono sostanzialmente a una: perché qui da noi si è trovato bene. Per esempio, nella Val dei Mocheni (all’imbocco della quale ha la villetta dipinta in cui abita assieme alla moglie Edda e la figlia Angela, laureata in ingegneria che lavora a Pergine) ha trovato un’anima primitiva che gli ricorda quella della sua Lunigiana. ”Mochena con bambina“ (2020), con le due pensose figure femminili sullo sfondo del ruscello serpeggiante e delle montagne tondeggianti, tipici della sua pittura esprimono i sentimenti elementari di una Val dei Mocheni mitica (la stessa ”Valle dei Giganti” descritta da Giuseppe Šebesta). C’è però una novità grafica che accomuna tutti i disegni di questi ultimi anni: un segno grafico sottilissimo che si ripete curvo e parallelo, serpeggiante, a onde, che parte dalla terra e si dilata nel cielo. È uno stilema che domina totalmente lo spazio in “Marina” (2020), occupando per oltre metà del foglio il cielo, scavalcando un viadotto, penetrando negli spazi degli arconi, circondando un volatile in picchiata, rafforzando il segno scurito, per fondersi all’estremità con le onde serpeggianti. “Angelo” (2021) è – per ora – l’ultimo di una lunga teoria angelica, uno dei grandi temi di questo artista, che ha studiato per otto anni nei seminari francescani, un artista in cui religiosità e laicità sono indissolubilmente intrecciati. Di angeli Pietro ne ha dipinti e disegnati a centinaia, sempre diversi, sempre inconfondibili. I suoi sono angeli unici nella storia della pittura. Quest’ultimo disegno si avvale della nuova tecnica segnica sottilissima di cui ho parlato. E vola come un dirigibile che arriva dallo spazio a trasmettere un messaggio misterioso sulla Terra.

Mi piace chiudere questa sintetica analisi di alcuni di questi disegni inediti con ”La casa di Pascoli” (2021) in cui, nel disegnare la casa-museo del grande poeta romagnolo, esplode il segno visionario di Pietro Verdini, un segno serpeggiante, fiammeggiante che proietta la normalità della realtà in un sovramondo surreale. Fiammeggiano gli alberi e i cespugli, si torce allarmato il ruscello, i muri della casa sono scalati da onde… Mai la pittura di Verdini era apparsa così magnetica, così enigmatica…

“Marina”
Pietro Verdini alle prese con il restauro de “Il fabbro”
“Il castello di Pergine”
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Pubblicato da Renzo Francescotti

Autore trentino dai molti interessi e registri letterari. Ha al suo attivo oltre cinquanta libri di narrativa, saggistica, poesia in dialetto e in italiano. È considerato dalla critica uno dei maggiori poeti dialettali italiani, presente nelle antologie della Garzanti: Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi (1991) e Il pensiero dominante (2001), oltre che in antologie straniere. Sue opere sono tradotte in Messico, Stati Uniti e in Romania. Come narratore, ha pubblicato sei romanzi: Il Battaglione Gherlenda (Paravia, Torino 1966 e Stella, Rovereto 2003); La luna annega nel Volga (Temi, Trento 1987); Il biplano (Publiprint, Trento 1991); Ghibli (Curcu & Genovese, Trento 1996); Talambar (LoGisma, Firenze 2000); Lo spazzacamino e il Duce (LoGisma, Firenze 2006). Per Curcu Genovese ha pubblicato Racconti dal Trentino (2011); La luna annega nel Volga (2014), I racconti del Monte Bondone (2016), Un Pierino trentino (2017). Hanno scritto prefazioni e recensioni sui suoi libri: Giorgio Bàrberi Squarotti, Tullio De Mauro, Cesare Vivaldi, Giacinto Spagnoletti, Raffaele De Grada, Paolo Ruffilli, Isabella Bossi Fedrigotti, Franco Loi, Paolo Pagliaro e molti altri.