Che sia per sempre

Il letto era ormai diventato il suo peggior nemico. Non riusciva a darsi pace, continuava a girarsi nella speranza che una posizione diversa potesse magicamente garantirgli la tanto agognata caduta tra le braccia di Morfeo. Ma nulla gli dava pace. La sua mente era sempre proiettata a quella dannata cima e alla sorella intrappolata tra i suoi artigli. Non si dava pace perché sarebbe potuto benissimo esserci lui al suo posto. Solo una questione di tempi, di scelte, di fortuna. Era sempre una questione di fortuna la vita. O di assenza di essa.

Verso le prime luci dell’alba la misura era colma, non avrebbe potuto aspettare oltre. E, soprattutto, non si sarebbe mai perdonato di non aver fatto almeno un tentativo per riequilibrare il giogo atavico che oscilla senza alcuna apparente logica tra fortuna e sfortuna.

Stava facendo per uscire quando sentì una mano sulla spalla. Era il suo compare tedesco. Non gli disse nulla, non tentò di farlo desistere nemmeno per un secondo. Se a quello si sentiva chiamato pure lui, quello era quanto doveva fare.

Si incamminarono tra gli sguardi tetri e spenti di alcuni sherpa. Era uno sguardo penetrante, considerabile giudicante ma al contempo che non giudicava. La salita era ripida, il vento forte e il freddo pungente, eppure non riusciva a sentire nessuna di quelle sensazioni. Provava soltanto un forte senso di ingiustizia verso ogni passo che aveva messo davanti all’altro da quando era venuto al mondo. Ingiustizia per il suo sentiero e per quello degli altri, perché non era pari, non vi era nulla che potesse anche solo assomigliare ad una giustizia. Tante volte avrebbe voluto potersi prendere le salite degli altri, mentre tante altre, specie nei momenti più difficili, avrebbe preferito una comoda discesa su una mulattiera rispetto alla scalata che aveva di fronte, come capitava magari a chi aveva intorno.

Mancavano circa cento metri di dislivello per raggiungere la sorella quando i suoi pensieri divennero sempre più confusi. Sentì il soffice della neve, il freddo del vento, la pace della sosta. Sentiva la sua testa sempre più leggera, era ben conscio di quello che stava accadendo. Edema cerebrale da alta quota. Aveva visto tanti suoi compari morire così, forse troppi. O forse non abbastanza per potersi abituare allo strazio dell’eterno vuoto. Eppure in quegli ultimi, o forse primi, istanti, non provava nulla che assomigliasse alla paura. Era piuttosto triste, inconsolabile di fronte alla più oscura di tutte le verità. Non c’era infatti alcuna scelta, non c’erano sentieri che si potevano prendere o meno. Così come la nostra amata sorella aveva dovuto salire fino alla cima, lui era costretto ad arrivare fino a cento metri da lei, per poi morire tra i morsi del freddo. Non c’era alcuna scelta, solo alcuni individui riescono ad essere un po’ più fortunati di altri. Se si è chiamati ad andare il non farlo sarebbe solo un rimandare la propria strada, il cammino verso il quale ognuno nel suo intimo sa che deve tendere. Triste, ma consapevole di aver capito la verità ultima, esalando l’ultimo respiro chiese: “E ora, lasciami andare”. 

E che tu possa andare, caro fratello, per sempre errante tra le sue montagne.

Il fatto

Luca Sinigaglia è morto a circa 6.900 m mentre cercava di salvare l’alpinista russa Natalia Nagovitsyna, rimasta bloccata con una gamba rotta sul Pobeda Peak (in Kirghizistan), a causa di un edema cerebrale da alta quota aggravato dall’ipotermia e dalla bufera di neve.

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Pubblicato da Fabio Loperfido

Nato allo scadere del millennio, Fabio è uno studente errante che ancora non ha ben chiaro cosa potrebbe volere il mondo da uno come lui. Nel mentre prova ad offrire ciò che vede con i suoi occhi tramite una sua lettura, con la speranza che il suo punto di vista possa essere d'aiuto a qualcuno martellato dai suoi stessi interrogativi.