
Signor giudice, la storia che le voglio raccontare oggi è un po’ diversa. So bene le domande che mi ha posto, le comprendo ma non le accetto. Perché? Beh, mi pare ovvio, dovrebbe esserlo per tutti, no? Quelle che mi avete posto non sono altro che domande che puntano ad estinguere il sintomo, alla malattia non ci pensano nemmeno. Non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che magari, e sottolineo magari, la distruzione dei tavolini può essere simbolo di qualcosa di più grande, più intriso nel tessuto sociale, più recondito nei nostri e vostri animi?
Partiamo dai fatti accaduti. Sì, è vero, venerdì ero sul luogo del misfatto. Chi altro ci fosse con me non lo ricordo, penso anche che non sia importante. Io rispondo per me, per ciò che ho fatto, detto e pensato. Di sicuro non posso parlare io per gli altri. Eravamo seduti sui tavolini del locale e… Sì certo signor Giudice, so che il locale era chiuso, si signor giudice, lo so che siamo passibili di denuncia anche solo per questo, però se mi permette ancora nessuno qui dentro sta riuscendo ad afferrare il punto: non voglio parlare di sintomi, bensì di malattia. E la malattia vi posso assicurare che non è sedersi su alcuni tavolini di un bar chiuso. Certo, lo so! Poi alcuni tavolini sono stati rotti, c’erano chiazze di sangue a terra, un casino, danni economici, azioni deplorevoli di un gruppo di ragazzi sbandati. E questo è tutto vero, lo riconosco. Ma adesso concedetemi un paio di minuti per finire il mio discorso. O forse per iniziarlo per davvero.
Da sempre ho sentito una grande esigenza di sentirmi normale, quasi, controintuitivamente, di non essere notato. Il bisogno della normalità è sempre stato molto forte in me, marchiato dalla nascita per il colore della mia pelle, per come mi vestivo, per il mio orientamento sessuale, per ogni scelta che questa vita provinciale mi ha portato a fare pur di sopravvivere alla monotonia. Eppure non ci sono mai riuscito. Attenzione però! Il giudizio non proveniva dai miei pari, non c’era nessun bullismo, quindi vi prego basta corsi di consapevolezza sul bullismo tenuti da annoiati psicologi senza più nulla da chiedere dalla vita. I giudizi più spinosi e tremendi venivano da voi, si proprio voi che ora mi guardate attoniti dalle vostre calde e sicure pellicce. Non erano gli epiteti scherzosi del mio compagno che avete sospeso a farmi male, bensì molto di più la vostra indifferenza quando mia madre si ritrovò a piangere nel cortile della scuola perché senza soldi per farmi andare in gita. O la vostra cieca cattiveria quando, a ogni appello, ci tenevate un sacco a dire come il mio nome fosse difficile, come qui non ci sono questi nomi, pronunciandolo ogni volta con una storpiatura diversa nonostante ogni giorno io vi ricordassi come si dicesse. Eppure anche lì non erano le risate dei miei compagni a ferirmi, loro erano inconsapevoli di quanto stavano facendo, era invece la vostra consapevole malvagità a distruggermi.
Eppure oggi, come allora, sono ancora io al banco degli imputati. Concludendo, signor giudice, mi dichiaro fieramente colpevole, colpevole di aver dato un sintomo alla malattia di cui voi mi avete fatto ammalare cronicamente. Ricordate che anche fare schifo è un atto politico.
Botte sul plateatico
Un venerdì sera, sul plateatico di un ristorante di Trento, ormai chiuso, è andata in scena una colluttazione. Sembrerebbe non essere la prima volta. Macchie di sangue, mozziconi e cocci di vetro lasciati a terra.
