
Una fogliolina che trema, ma che invece deve essere radice. In questo modo descriverei cos’è diventare mamma. Ci pensavo tornando a casa dall’ospedale con il mio piccolo che aveva gli occhi aperti al mondo e una fiducia inaspettata in me. Le sue mani piccolissime si aggrappavano al mio dito e io guardavo fuori dal finestrino. C’era quel mondo che avrei dovuto fargli conoscere in ogni dettaglio, che per lui non aveva ancora nome: il cielo, l’erba, la strada, le persone. Oddio, le persone. Come descrivere le persone a chi non le ha mai viste? Quel miscuglio di bene e male, tesoro e maledizione, il chiaroscuro che è l’anima? Vedrai e capirai: è uno strano universo piccolo mio, a volte ti sembrerà un caos, ma eccoci, benvenuto!
Forse non tutte le mamme fanno questi pensieri, ma sicuramente ad ognuna trema il cuore di paura e meraviglia. Saprò lanciarmi in questa discesa vorticosa di coccole e notte insonni? Saprò sentire il respiro più grande della vita che chiama se stessa, in mezzo alla quotidianità distratta fra la nanna e il pannolino sporco? Sarò ancora un individuo o diventerò “tutta mamma“, senz’altra ragione d’esistere se non quella che viene da fuori? Ma soprattutto: ce la farò?
Con queste stesse agitazioni ho varcato la porta dello Spazio Mamme per la prima volta. Si tratta di una sala al Consultorio aperta alle neo mamme una volta a settimana. Si può chiacchierare, pesare i neonati, allattare e parlare con un’ostetrica di riferimento. Soprattutto è uno spazio calmo e rassicurante, dove tirar fuori dubbi o emozioni inesplose che, nel postpartum, hanno mille tonalità differenti. Perfino la temperatura è piuttosto calda, soprattutto per fare star bene i neonati, ma, sospetto, anche per rassicurare i cuori delle mamme.
Quando sono entrata pensavo che sarei rimasta pochissimo. Sicuramente il mio bimbo avrebbe pianto o magari tutti avrebbero visto le mie incertezze, invece non è stato così. O meglio, sono successe entrambe le cose, ma le conseguenze non state quelle che immaginavo. Non ho provato vergogna, ma solidarietà. Le altre mamme avevano le mie stesse domande negli occhi e, come me, erano balzate con due piedi in un’avventura sconosciuta. “Siamo sulla stessa barca“ ci siamo dette più volte, alcune con i remi ancora da rodare, altre con il timone da regolare, ma tutte coraggiosamente in mare a sfidare le onde. Così, tra un confronto sui biberon e l’altro sui sonnellini, lo spazio mamme è diventato per me il luogo dello “sdrammatizziamo”. L’ironia delle mie “colleghe” mi aiutava a ridimensionare i tanti piccoli problemi che si presentavano uno dietro l’altro senza respiro. A ridere di qualche inevitabile fallimento. Ogni lunedì uscivo da quella porta più leggera per il solo fatto di aver parlato sinceramente. Quell’in bocca al lupo (o meglio, ai lupetti) mi ricaricaricava le pile. Sembra poca cosa ma, almeno per me, era un aiuto immenso. Forse in passato, tutto questo avveniva nelle piazze dei piccoli borghi o in campagna. Nelle società rurali le donne costituivano delle reti che imbrigliavano, ma anche proteggevano. Oggi invece si tenta di ricreare quella rete in una semplice stanza, che può sembrare più asettica ma è vivacizzata dalla realtà che è sempre la stessa: l’amore per una nuova vita. C’è una canzone di Elisa, dedicata al figlio, che dice “con te ho imparato a dire ti voglio bene e saltare senza contare”. Ecco, con lo spazio mamme ho imparato una cosa simile: non a saltare senza contare (quello è ancora un privilegio che spetterà a mio figlio), ma a ridere di quando provi a contare, sbagli le cifre e poi comunque salti lo stesso. Che poi è quello che succede ogni giorno ad una mamma che tenta di sopravvivere alla maternità. Quindi vorrei ringraziare tutte le ostetriche e le altre mamme che ho incontrato per avermi permesso di essere me stessa proprio mentre stavo cambiando per sempre.
