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Nazisti in fuga. La via dei ratti

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Il nuovo docufilm della Fondazione Museo Storico del Trentino, firmato da Paolo Tessadri, racconta l’altra faccia del dopoguerra: la rete segreta che permise a centinaia di criminali nazisti di trovare rifugio in Alto Adige e fuggire oltre oceano. Un racconto di ombre, silenzi e memoria, dove le montagne diventano complici e testimoni.

C’è un’immagine, nel nuovo filmato della Fondazione Museo Storico del Trentino, che si imprime più delle altre: un convento incastonato tra le montagne dell’Alto Adige, il silenzio del mattino, e un portone che si apre. Entra un uomo, uno qualunque. Porta con sé una valigia di cuoio, un cappello calcato sul viso. Dietro di lui, nessuno. Davanti a lui, una nuova vita. È il 1946, o forse il ’47. Non importa la data precisa. Quell’uomo ha un nome falso: Otto Pape, o Richard Klement, o Helmut Gregor. Ma sotto, come una seconda pelle, porta il nome vero, quello che ancora brucia: Erich Priebke, Adolf Eichmann, Josef Mengele.

Il regista Paolo Tessadri

Il documentario Nazisti in fuga. La via dei ratti, firmato da Paolo Tessadri e prodotto dalla Fondazione Museo Storico del Trentino, racconta questo: la geografia invisibile della fuga. Non un’epopea, non un giallo. Piuttosto, un esercizio di memoria, come lo definisce lo stesso autore. Una storia che parla dell’Europa quando l’Europa credeva di essersi ripulita, e invece era solo diventata più silenziosa. L’Alto Adige del dopoguerra, spiega Tessadri, era un confine e un rifugio insieme. Le montagne erano piene di sentieri che non comparivano sulle carte, e di uomini che non comparivano più nelle anagrafi. Le case parrocchiali offrivano ospitalità, i conventi celavano letti e stoviglie per chi era “in transito”. I passatori non sempre erano ideologicamente complici: c’era chi lo faceva per soldi, chi per paura, chi per una sorta di cieca fedeltà all’ordine che la guerra aveva dissolto ma non cancellato.
La “Ratline”, la via dei ratti, non era una leggenda. Era un sistema. Funzionava come un orologio svizzero: nuovi battesimi, nuovi documenti, nuovi uomini. Nel film, il regista Marco Benvenuti lascia che a parlare siano le voci — gli storici, i testimoni, i procuratori militari — e soprattutto i luoghi. Bolzano, Merano, Bressanone. I corridoi del potere e quelli dei conventi. Le stanze dove si recitavano rosari e si timbravano falsi certificati di apolidia.
Si resta colpiti dal contrasto: le immagini di montagna, perfette, luminose, e le parole che raccontano la discesa nell’ombra. È lo stesso contrasto che accompagna tutta la storia europea del dopoguerra: la bellezza dei luoghi e l’orrore che essi custodiscono. Tessadri non giudica. Racconta, e lascia che sia la realtà — quella documentale, quella geografica — a incrinarsi da sola. Ciò che emerge è una riflessione più ampia, che riguarda anche noi.

Fotogrammi del documentario di Paolo Tessadri

Ottant’anni dopo la fine della guerra, le stesse dinamiche — la fuga, l’occultamento, la rimozione — continuano a ripetersi in altre forme. “Pensavamo di avere chiuso con un certo tipo di orrore”, dice Tessadri, “e invece oggi c’è ancora chi lo riproduce, sotto altre bandiere”. L’operazione di memoria diventa così un modo per misurare la distanza — o la somiglianza — tra ieri e oggi. Il documentario è costruito come una parabola rovesciata: inizia con l’idea della fuga e finisce con il ritorno della memoria. La fuga non è più quella dei nazisti, ma la nostra. La fuga dalla complessità, dalla responsabilità di ricordare. Ogni intervista è un piccolo frammento di un mosaico che non si chiuderà mai del tutto. C’è il procuratore Bartolomeo Costantini, che per quarant’anni ha dato la caccia ai criminali di guerra; c’è il generale Roberto D’Elia, che scoprì come il “boia del lager di Bolzano”, Mischa Seifert, non fosse morto in battaglia ma si fosse rifatto una vita tranquilla in Canada. Sono uomini che parlano con la calma di chi sa che la verità non restituisce la giustizia, ma almeno le dà un volto. Carrère, probabilmente, avrebbe fatto la stessa cosa: sarebbe partito da un dettaglio, una fotografia, una lettera, per poi scivolare nel presente e chiedersi che cosa significa “credere”, “perdonare”, “sapere”. Qui il dettaglio è una busta: un modulo della Croce Rossa con un nome inventato, firmato con una grafia incerta. Il biglietto di sola andata per Buenos Aires, São Paulo o Santiago del Cile. Paesi che, all’epoca, non erano rifugi morali, ma semplicemente luoghi lontani. La “Ratline” aveva anche una sua liturgia. I criminali di guerra ricevevano un nuovo battesimo cattolico, una sorta di purificazione simbolica, un lavacro dell’anima che non cancellava nulla ma che, in modo perverso, dava l’impressione che tutto potesse essere perdonato. È qui che la storia diventa inquietante. Non solo perché rivela la rete di connivenze tra prelati, ufficiali e burocrati, ma perché mostra quanto sia facile per l’uomo convincersi di essere un altro.

Fotogrammi del documentario di Paolo Tessadri

Eppure, guardando il documentario, si ha l’impressione che nessuno sia mai davvero fuggito. Neanche Eichmann, che verrà catturato nel 1960 a Buenos Aires. Neanche Priebke, che finirà i suoi giorni a Roma, processato e ancora convinto della propria innocenza. Neanche Mengele, morto da annegato sulla spiaggia di Bertioga, Brasile, nel 1979. Tutti loro avevano cercato un luogo dove il passato non li raggiungesse, ma il passato — come la montagna — ha memoria lunga. Alla fine, Nazisti in fuga. La via dei ratti non è un film sulla fuga, ma sull’impossibilità di fuggire. È un film sul tempo che scorre e che, invece di seppellire, riporta in superficie. Per questo, Tessadri ha scelto di proiettarlo prima nelle scuole. Non per nostalgia, ma per necessità: perché i ragazzi di oggi conoscano i nomi, i luoghi, i meccanismi. E perché capiscano che ogni epoca, anche la nostra, costruisce le sue piccole “ratlines”, reti di connivenze e di silenzi, in cui ciò che è inaccettabile diventa, poco a poco, normale. Il film dura cinquanta minuti, ma lascia l’impressione di qualcosa di molto più lungo: un’eco che non smette di risuonare. In fondo, è questo il compito della memoria. Non chiudere, ma disturbare.

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Pubblicato da Gennj Springhetti

Appassionata di montagna, trekking, scialpinismo e arrampicata nonché associazionismo e volontariato, teatro, arti circensi, musica e cinema. Laureata in scienze politiche, con particolare interesse di studio rivolto ai diritti umani, alla devianza minorile e all’interculturalità, da molti anni lavoro nella redazione di Trentino Mese e ne gestisco, seguo e rinnovo le pagine della versione on line. Nel tempo libero sono una viaggiatrice instancabile, amo la cucina e credo profondamente nel valore della Terra, dell’agricoltura sociale e del rispetto per l’ambiente.