
Quando Giacinta apriva gli occhi nell’oscurità sentiva le stelle muoversi lente. Stavano dentro di lei, diceva, a dispetto di carne e ossa e sangue.
A Giovanna non piaceva la traccia di consapevolezza corrotta che quei filosofeggiamenti lasciavano dietro di sé. Loro dovevano rimanere invisibili. Operose e invisibili. Giacinta dissentiva. Bastava respirare all’unisono, per rendersi conto dell’evidenza. I polmoni, il costato, il confine del corpo rivelato dal peso della coperta, queste sensazioni terrene non legittimavano a maggior ragione il senso di spazio interiore che sentiva? Dove stavano altrimenti i pensieri?
Giovanna si alzava. Premeva le piante dei piedi sul pavimento e smorzava tutte le domande che le venivano da dentro. Taci, diceva. Taci!
Se era freddo bastava coprirsi. Se la vescica premeva, bastava accucciarsi sul pitale e pisciare. Le domande non servivano. Serviva ascoltare.
Per la sete: bere. Per la fame, mangiare. Per la grazia, non smettere mai di stupirsi della semplicità del gesto. Il letto ad esempio. Allineò i riquadri della coperta allo spigolo stondato del materasso, mentre Giacinta fissava con ammirazione i suoi gesti efficaci. Passò la mano sul cuscino, rincalzò stretto il lenzuolo. Fare il letto era l’unico piacere che si concedeva, una compulsione, come pregare. Sapeva che era inutile; l’aveva capito provando a guardarsi da sopra, ovvero, con l’aiuto di Giacinta si immaginava di scoperchiare il tetto dell’ospedale, i padiglioni si aprivano come case di bambola e ridere, oh, quanto avrebbero riso, se davvero avessero potuto vedere quella piccola suora che era, che accarezzava l’angolo del letto mentre tutto attorno Milano cadeva.
Fissarono il crocifisso.
Si fecero il segno della croce.
Lui da lassù avrebbe capito, se non addirittura approvato quella dedizione alla forma necessaria che devono avere le cose. Se un oggetto era per terra andava raccolto. Se una stoviglia era sporca andava lavata. Alle domande bisognava rispondere. All’odio, restituire l’amore.
– Non sempre, però… – disse Giacinta, ma in quel momento bussarono, e Giovanna lasciò perdere quell’impertinenza che pure condivideva.
Fuori Suor Maria aspettava. Con voce bassissima comunicò che avevano bombardato San Vittore e che stavano dirottando a loro tutti i prigionieri. Aggiunse che ci sarebbe stato molto lavoro da fare, e poi tutte insieme trotterellarono verso il reparto dove già si accumulavano i feriti. I tedeschi erano dappertutto, con i loro busti arroganti e i fucili tenuti di sbieco, pronti a reagire in ogni momento, ma il trambusto e il pensiero di agire opportunamente lì in mezzo era sufficiente per sparire entrambe.
Giacinta aveva chiesto apposta di tenersi tutte in movimento, e constatò con gioia che le consorelle avevano ascoltato e che insieme, come onde, davano quell’idea incessante di vita che tanto era necessaria per far accadere le cose nascoste. Per quello che riguardava Giovanna era esattamente al contrario. Lei aveva il compito di mentire e per questo aveva il volto imperturbabile, adatto a celare il grande movimento che teneva nascosto dentro di sé.
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Suor Emma venne a prenderle e le portò al capezzale di uno che era piantonato stretto da una coppia di tedeschi giovani. Sussurrò che era grave e che le cose con lui andavano fatte in fretta, perché quegli altri avevano già mostrato impazienza e fuori certi resistenti erano pronti ad entrare in azione. Giovanna e Giacinta si fecero largo nell’astanteria con autorità e non si chiusero la porta alle spalle: lasciarono cioè che i tedeschi la guardassero, perché esporsi era da sempre la miglior difesa. Come da programma, faticarono a decifrare la prognosi: fratture al femore e alla tibia, tante e scomposte, e una lesione alla colonna. Quella soprattutto preoccupava. Nel loro linguaggio significava che non c’era possibilità di salvezza.
“Bisognerà inventare”, pensarono. Giacinta sorrise internamente e Giovanna si girò verso il tedesco più giovane, praticamente un ragazzino che sicuramente aveva ancora fresche nella memoria le necessità della campagna.
Le pecore affamate vanno portate al pascolo.
Le mammelle piene vanno munte.
Quali pieghe poteva prendere l’accecante evidenza delle cose del mondo? Anche in lui sostavano a breve distanza l’uomo e il bambino. Giacinta fissò il naso delicato, i riccioli biondi malamente nascosti dall’elmetto, la dolcezza involontaria delle guance. Poi Giovanna le fece spostare lo sguardo sul moribondo. Il volto emaciato, il sangue che trasudava.
– Questo deve rimanere qui fino a guarigione – disse secca.
E siccome il tedesco non capiva bene, o fingeva, fece il gesto per dire che c’era poco da fare.
– Beten – disse congiungendo le mani. Lasciò che quelli si piegassero, come fossero erbe e lei il vento. Chiese di aspettare. Attraversò il reparto, e rimasero nascoste nella cappella per tornare poco dopo, lasciando penzolare in bella vista il rosario che avevano in tasca fin dalla mattina. Il tedeschino provò a dire qualcosa, ma loro indicarono il crocifisso senza un braccio sopra il capezzale, e il compagno più grande lo prese dal gomito ruggendo.
– Sei still! – disse, e in quel suono senza replica, sospeso nell’aria come un merletto inamidato, Giacinta e Giovanna si inginocchiarono, riunendosi nello spazio scuro che le falde della cuffia creavano lungo le guance. Giacinta aveva sempre pensato somigliasse tanto alle navate di una chiesa.
Padrenostro padrenostro padrenostro, diceva Giovanna, padre nostro che sei neicielineicieli. E anche salvacisalvacisalvaci, diceva, e lo faceva per creare i presupposti di una salvezza ben più concreta che quella dell’anima.
Per farli uscire c’era sempre bisogno di un minimo di organizzazione, e se a Giacinta toccava l’ideazione (era sempre lei a proiettarsi nella relazione con il divenire) il coordinamento concreto, la discesa nelle cose pratiche toccava a Giovanna.
Grano dopo grano il sole percorse la volta celeste; l’intero globo girando fece cedere anche i tedeschi: sempre vigili ma stanchi, alla fine scivolarono lungo la parete.
Se c’è la stanchezza è necessario dormire.
Serve il segreto se bisogna fuggire.
La luce azzurrognola fendeva a malapena il buio quando il prigioniero parlò, chiedendo dove fosse, se fosse vivo o morto e dove erano? Dove erano finiti tutti gli altri? Amleto, Furio e Annalena?
Giovanna e Giacinta lo fissarono contemporaneamente, una da vicino, con quegli occhi neri e calmi attorno a cui i muscoli si erano impercettibilmente arricciati in un amabile sorriso, l’altra da profondità inenarrabili, eterea e invisibile, separata da lui solo per la pelle sottile e la carne della prima.
Non aveva davvero importanza dove fossero, pensava Giacinta.
Da quando stava lì dentro, nascosta nello stesso corpo di Giovanna, sapeva che la risposta al fatto di un uomo ferito era sempre un progetto di fuga.
Parlarono all’unisono, con voce bassa e calmissima, tra un verso e l’altro della preghiera dissero: del trasferimento dell’infermeria, del bombardamento, delle condizioni in cui versava. Dissero anche quello perché sapere era doveroso. Ma soprattutto dissero quello che all’uomo serviva davvero e cioè dissero di avere fede, perché era tra amici e loro avrebbero senz’altro aiutato.
In verità, le leggi erano semplici e poche. Serviva soprattutto accorgersi del divino traforo che costituiva la struttura del mondo. Se una cosa era a terra andava raccolta. Se una cosa era sporca, andava pulita. Per due lembi di stoffa strappati saresti passato da un lato all’altro con l’ago ed il filo, tirando alla fine per riunire. Non si trattava davvero di capire, quanto di conservare la fiducia nel misterioso modo di parlare che avevano le cose. Ascoltare. Vedere, guardare. Farsi capienti per tutti i messaggi.
Se un oggetto era rotto andava aggiustato, e questo valeva senz’altro per tutti gli uomini.
Chi fosse quello che avevano di fronte non aveva importanza. Un resistente? Un disertore? Un ebreo in fuga? Giovanna ricordò quello che avevano detto alle consorelle: di tenere le mani dei morenti salde nelle loro, di sorridere sempre un poco e soprattutto di non chiedere mai a nessuno cosa avesse fatto.
“Guardateli negli occhi e scavate abbastanza in fondo da trovare Nostro Signore. Più a fondo troverete l’uomo. Ancora più sotto ci sarà il bambino. Curate il bambino. Consolate il bambino. Salvate lui.”
Certo non bastava questo ad aggiustare una spina dorsale e quindi furono d’accordo subito per lo stratagemma della bile. Aspettarono che fosse notte. Svegliarono l’uomo, gli spiegarono quello che sarebbe successo.
Poi Giovanna gli sollevò la testa delicatamente e gli fece ingoiare la capsula verde con un poco di acqua. Lo guardò agitarsi per il senso di vomito che era possibile provare all’inizio, e quando tornò calmo scavalcò le gambe dei tedeschi per affacciarsi al reparto e capire che aria tirasse. I bisbigli e il cigolio dei materassi ricordavano un rumore lontano di acqua, disse Giacinta, ma Giovanna la zittì.
– Taci! – le ordinò, ma sapeva che in fondo aveva ragione, e rimase con lei, sulla soglia ad ascoltare.
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Quando era piccola e l’idea di farsi suora non le era ancora nata, quando cioè Suor Giovanna era ancora lontana dal divenire un proposito, un progetto, una soluzione, e men che meno avrebbe pensato per sé il nome della Santa che si era lasciata bruciare, allora, in certi pomeriggi chiari, papà la teneva sulle ginocchia per giocare a chi disegnava meglio il cerchio. Il suo foglio si copriva presto di ellissi deformi. Papà rideva, diceva che questo succedeva a chi teneva male la matita, e la provocava dicendo che era piccola e mai sarebbe stata capace. A lui piaceva recitarle la lezione e anzi faceva apposta a batterle nel gomito o solleticarle la nuca.
Voleva farla sbagliare.
Più errore più informazione, diceva, e infatti quando lei lo guardava con vergogna, sempre più delusa, sempre desiderando di strappare il foglio o piuttosto, sperando che fosse il padre a correggere tutti quegli ovali malformati, ecco allora lui le diceva di guardare.
– Guarda bene – diceva.
– Accorgiti da sola – diceva.
A quel modo le insegnava.
Tornarono al capezzale: l’uomo presentava come previsto i primi segnali. Nessuno dei tedeschi avrebbe indagato la vera natura del male. Tutti gli uomini tremavano davanti alla malattia. Avrebbero visto un violento rossore, le occhiaie impressionanti e nere, il battere dei denti. Se avessero sollevato la palpebra, la pupilla sarebbe stata dilatata. Giovanna e Giacinta si compiacquero dell’ordine che avevano dato, scrivere stretto e incomprensibile per avere quel certo margine di azione.
Assieme poggiarono la mano sulla fronte dell’uomo, riconobbero nel movimento involontario al lato degli occhi il suo benestare. Allora fecero un po’ di chiasso. Chiamarono Suor Emma perché preparasse la stanza, dimenticarono le gambe dei tedeschi. Inciamparono apposta, li svegliarono. Poi sganciarono i fermi delle ruote e cominciarono a spingere.
– Raus! Raus! Gefahr! – dissero. E quando quelli si tirarono in piedi per bloccarle, Giovanna li guardò senza battere ciglio.
– Dove lo portate? – chiese quello alto.
– Non potete uscire senza permesso. Questo è nostro! –
– È salita la febbre – L’uomo tremava e Giovanna si chinò su di lui. Deterse la fronte umida, poi si accanì sulle lenzuola sgualcite rimboccandole doviziosamente sotto il materasso. La voce del biondino la raggiunse alle spalle.
– Hai sentito suora? – aveva detto, e poi l’aveva presa stringendole la spalla e si era abbassato fino all’orlo della cuffia.
– Cos’ha? – aveva sussurrato nella stoffa. – Voglio vedere…
Aveva quasi afferrato il lenzuolo per scoperchiare il finto malato, quando Giovanna parlò: la voce ferma, il volto serafico, lo sguardo duro. Immobile, mentì.
– Tifo…
– Di cosa è malato?
– Febbre tifoidea. Forse. Fleckfieber…
Il soldato arretrò guizzando a dispetto di divisa e fucile. Lasciò tutto lo spazio per la piccola donna scura, che spingesse pure la barella fuori dalla porta, che allontanasse il contagioso attraversando l’ospedale.
Giovanna partì. Gli sguardi delle altre erano acqua e lei non poteva fare altro che galleggiare. Fare quello che andava fatto poteva. Tutte la sospinsero, Suor Emma aprì la porta dello stanzino delle radiografie e lei galleggiò sotto lo stipite, tra i macchinari in disuso, giù in fondo, dietro il paravento ingrigito. Bloccò le ruote. Indugiò sul volto esangue e stordito dell’uomo, vide Nostro Signore, l’uomo e il bambino.
Poi si fece piccola più di quello che già era e scomparve sotto la cuffia. Scostò le vesti di Maria Bambina, raggiunse Giacinta e restituì quello che le doveva: se c’erano stelle erano tutte dentro di lei: costellazioni, pulviscoli d’oro, lo spazio infinito.
E tutto, tutto risuonava della sua stessa motivazione.
Per questo si misero in ascolto, perché c’era sicuro qualcosa da salvare, e a loro il Padre parlava sempre.
Medaglia d’oro della Resistenza
Suor Giovanna, al secolo Giacinta Mosna (Aldeno 1916 – Milano 1963), durante la Seconda guerra mondiale era infermiera caposala all’ospedale Niguarda di Milano e contribuì a fare fuggire antifascisti ricoverati nelle corsie di cui aveva la responsabilità. Al Niguarda era stata trasferita l’infermeria del carcere di San Vittore, gravemente lesionata da un bombardamento. Alla fine della guerra fu insignita di medaglia d’oro della Resistenza.
