
Omar Fathalli, 26 anni, nato a Rovereto e cresciuto in Val di Gresta, è il primo laureato in Medicina dell’Università di Trento – la scuola attivata solo pochi anni fa. Un primato che però lui ridimensiona subito: essere il primo non vuol dire essere il più bravo, dice, perché tutti i neodottori di questa sessione sono estremamente competenti. Sotto i post dei giornali che raccontavano la sua laurea, insieme ai complimenti, sono comparsi commenti sulle sue origini. Lo abbiamo intervistato per capire che tipo di medico voglia diventare, e cosa gli abbia insegnato crescere da figlio di immigrati in Trentino.
Partiamo dall’inizio. Chi eri prima di Medicina?
Mi definisco un ragazzo normalissimo. Sono nato a Rovereto e ho vissuto l’infanzia e l’adolescenza in Val di Gresta, a Valle San Felice. Una crescita molto tranquilla, in mezzo ai monti. Secondo me è un tipo di crescita ideale di questi tempi, perché ti insegna un po’ la noia – o chiamiamola tranquillità. Ti insegna ad apprezzare le cose pacate.
E la medicina da dove arriva?
In questi giorni ho ripensato molto al mio percorso e mi sono ricordato che già alle elementari il corpo umano, a scienze, mi interessava. C’erano i cartoni animati sul corpo umano, i film. Poi ho fatto l’Istituto tecnologico, due anni a Rovereto e tre a Trento, e nel triennio ho scelto biotecnologie sanitarie: anatomia, chimica, biologia. Quando sono uscito mi sono chiesto quale fosse la strada più compatibile con i miei interessi. C’era medicina. Non sono entrato al primo tentativo, ma l’anno dopo ha aperto Trento e sono entrato con voti molto buoni. In casa, tra l’altro, la sanità si respirava già: mia mamma e mia sorella fanno le OSS.

Passione a prima vista?
Non proprio. All’inizio non provavo chissà che passione: erano materie molto scientifiche, chimica, fisica, biochimica, cose che avevo già fatto alle superiori. Provo più piacere a studiare cose che non conosco. La passione è arrivata più avanti, con le materie cliniche: la farmacologia, e soprattutto i tirocini in reparto, che erano stupendi. Lì è nata una passione vera e propria: se avevo tempo libero volevo passarlo in reparto, piuttosto che uscire con gli amici.
La tesi?
Sulla rianimazione, con la professoressa De Rosa. È una nicchia molto specifica: l’utilizzo di un macchinario tipo dialisi ma in maniera continua, nel reparto di terapia intensiva e nel paziente critico. Ho simulato un’intossicazione da farmaci.
Essere il primo laureato in Medicina a Trento cosa significa?
Vorrei dire una cosa: non vuol dire che sono il più bravo. Anzi. Tutti i neodottori di questa sessione di laurea sono estremamente competenti, e sono sicuro che saranno una risorsa per il sistema sanitario.
Che ambiente hai trovato alla Scuola di Medicina di Trento, che è nata da pochi anni?
Se dovessi definirla in tre parole: piccola, familiare ed eccellente. Fino a un annetto fa non mi ero reso conto di quanto fosse formativa e prestigiosa. L’ho capito dopo un’esperienza all’estero, confrontandomi con studenti stranieri e con studenti di altre parti d’Italia: la nostra istruzione mi è sembrata un passo avanti rispetto a tutte le università che ho incrociato.
Cos’è che fa la differenza?
Non so se sono i professori, gli esami, o la frequenza in reparto. Ma la frequenza è bellissima, perché ti permette di stare uno a uno con il medico. Altrove ho sentito esperienze diverse: sette studenti che seguono lo stesso medico, o ragazzi che restano in reparto pochi minuti. Così è difficile imparare. Ho l’impressione che in molti posti ci si fermi alle conoscenze teoriche, senza metterle mai in pratica: non hai mai vissuto la vita dell’ospedale.
Si parla molto di carenza di medici specialisti. Come hai scelto la tua strada?
Mi è piaciuto tutto quello che ho studiato. Il 90% delle materie mi vedevo a farle da specialista, ero interessato a tutte — anche perché i professori sono molto motivanti. Nell’ultimo anno e mezzo ho frequentato molto il pronto soccorso: era il mio reparto preferito, proprio stupendo. Però bisogna anche pensare al proprio futuro professionale: in pronto soccorso l’investimento personale è alto, gli sbocchi sono più stretti, il privato quasi non c’è. Così intendo specializzarmi nella rianimazione: permette una via di mezzo tra un ambiente d’urgenza e un ventaglio di carriera più ampio — non un solo reparto, non solo l’ospedale, e anche la possibilità del privato.
Sotto le pagine social dei giornali in cui si racconta la tua laurea sono comparsi dei commenti. Li hai letti?
La verità, no. Ma gli amici mi hanno detto che erano molto divertenti.
Usiamo questo eufemismo. Molti erano complimenti, ma quelli che risaltano sono i negativi, e riguardavano le tue origini. Come l’hai vissuta?
Sono 26 anni che sto in Trentino con un colorito un po’ più abbronzato del normale. Ci fai il callo. E poi da medico impari l’empatia, impari a capire cosa prova la persona che hai di fronte: non puoi provare odio. È normale, ed è il costo che si paga per arrivare a qualcosa. Io mi sento italiano, l’italiano è la mia prima lingua, ho visitato praticamente tutte le città italiane, è il mio Paese preferito, non vivrei da altre parti. Non mi sento diverso. Però crescere da figlio di immigrati ha questa ambivalenza: ti lascia un po’ spaesato. Qui ti dicono che non sei italiano; quando vado in Tunisia mi dicono che non sono tunisino, che sono un italiano. All’inizio mi scocciava, la prendevo male. Poi l’ho rivista come il mio punto di forza: se non ho nessun posto che considero casa mia, ovunque può esserlo. L’importante è che ci sono io. Sono cose che ho realizzato nell’ultimo anno o due.
I tuoi genitori cosa dicono?
Sono orgogliosi, ovviamente.
C’è un loro insegnamento che ti porti dietro?
La lezione fondamentale è una frase di mio papà: ogni volta che alla tv o sul giornale c’era qualcuno che faceva qualcosa di difficile, diceva «non ti preoccupare: se ce la fa uno, chiunque riesce a farlo, basta impegnarsi abbastanza». Mi è rimasta impressa. E poi c’è l’osare: al massimo ti dicono di no. Le strade te le chiudi da solo.
Cosa diresti alla matricola che eri sei anni fa?
Osa ancora di più. Credo che i migliori successi della mia vita vengano dal fatto di aver osato senza paura che mi dicessero di no. Quindi: fallo ancora di più, dall’inizio.
E cosa speri che dicano di te i tuoi pazienti, tra dieci anni?
Bellissima domanda. Spero che dicano che di me si possono fidare.

Le tappe di un progetto
Nel settembre 2020, quando si svolsero i primi test di ammissione, l’Università di Trento non aveva una tradizione medica, pur potendo contare sull’esperienza del Cibio nella ricerca biomedica. Il progetto era nato alla fine del 2019 per rispondere alle esigenze del territorio. Come ha ricordato il rettore Flavio Deflorian, scegliere Trento fu allora un atto di fiducia da parte dei primi studenti. In pochi mesi arrivarono l’approvazione del progetto formativo, l’accreditamento ministeriale e l’accordo con l’Università di Verona, da cui nacque la Scuola di Medicina e Chirurgia con sede amministrativa a Trento. Le lezioni iniziarono nell’ottobre 2020, in piena pandemia, e nel 2021 fu istituito il Cismed, Centro interdipartimentale di Scienze mediche.
Fin dall’inizio la Scuola ha puntato sull’integrazione tra didattica, ricerca e attività assistenziale, in collaborazione con Provincia e Azienda sanitaria. Negli anni sono state attivate diverse scuole di specializzazione e, dal 2026/27, si aggiungeranno Geriatria, Igiene e medicina preventiva, Otorinolaringoiatria e un dottorato del Cismed dedicato alla ricerca clinica e traslazionale..
Il 10 luglio scorso, a Palazzo Prodi, la consegna dei diplomi ai primi ventotto laureati. Alla cerimonia il presidente della Provincia Maurizio Fugatti, il vicepresidente Achille Spinelli e l’assessore alla salute Mario Tonina. Sul palco anche Paolo Collini e Pier Francesco Nocini, i rettori di Trento e Verona in carica quando il corso partì: a entrambi è stata consegnata una targa ricordo. (FP)
