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L’impronta ecologica dell’online? Non è per niente virtuale

Durante il lockdown di un anno fa, molti hanno riscontrato come gli ambienti abbiano tratto beneficio dalla diminuzione della circolazione umana. In una situazione difficilissima quale quella vissuta, purtroppo non ancora terminata, si è valorizzato lo smart working, come soluzione meno impattante per l’ambiente, così come gli acquisti on line. Purtroppo, anche lavorare da casa, così come soddisfare i nostri bisogni ordinando prodotti dal pc incide sull’ambiente. Pensiamo solo alle migliaia di video conferenze che hanno sostituito le riunioni dal vivo. Uno studio recentemente pubblicato su Resources, Conservation & Recycling, evidenzia che il lavoro a distanza comporta anch’esso un significativo impatto ambientale, soprattutto per la pesantezza dei dati, e per le modalità con cui sono archiviati e trasferiti in tutto il mondo: una sola ora di video conferenza o streaming può emettere fino a un kg di CO2, oltre a consumare fino a 10-12 litri d’acqua e una superficie di suolo grande come un iPad! Per questo, tenere la videocamera spenta, se non necessario, può abbattere in maniera consistente i consumi. (E a questo proposito gli studenti mi ringrazierebbero!). Infatti, di quel 4% di emissioni globali di gas serra dovuto all’impronta di internet, buona parte è dovuto all’esponenziale diffusione di video. Pensiamo a Tik Tok, applicazione oggi diffusissima tra i giovanissimi, dove si vedono milioni di video di gente che si sente come Ginger Roger e Fred Astaire. Queste persone contribuiscono a impattare sull’ambiente, gratis, per il semplice desiderio di mostrare il proprio corpo esibirsi in movimenti non certo sempre degni di nota.

Ma veniamo a un altro nodo cruciale: gli acquisti on line. Ciò che acquistiamo nei negozi richiede più tempo, costa magari di più, ma di certo trascina con sé meno imballaggi di quanto invece è comprato sul web, impacchettato in un imballaggio di plastica, chiuso in una scatola di cartone e infine spedito su camioncini che macinano centinaia di chilometri per raggiungere i citofoni dei destinatari. 

Secondo l’associazione ambientalista Oceania, nel 2019, solo Amazon ha prodotto oltre 210 mila tonnellate di rifiuti plastici difficili da smaltire. Una quantità che potrebbe avvolgere più volte il pianeta in un enorme involucro di plastica. Non abbiamo ancora i dati del 2020, ma è intuibile che probabilmente il lockdown diffuso abbia fatto aumentare ulteriormente questa mole. Un volume che negli ultimi dieci anni è aumentato del 200% (dati 2017) e sta iniziando a impattare fiumi e mari. È come se ogni 70 minuti un camioncino pieno di plastica la svuotasse in acqua. 

E che dire poi dell’impatto sull’aria? Attualmente, i pacchi vengono recapitati solo su gomma, con un impatto dunque notevole sull’ambiente, anche perché la maggior parte dei veicoli, secondo l’Ispra l’80%, appartiene a una classe inferiore all’euro 5. Un veicolo pesante inoltre produce 10 volte le emissioni di ossido di azoto rispetto a un’auto e 6 volte il numero di polveri sottili di un’automobile. 

A ciò si aggiunge, purtroppo, l’aumento del traffico di aerei cargo, e di tonnellate di merci che verranno sempre più stoccate in magazzini aeroportuali creati per le spedizioni e-commerce. 

Alcune soluzioni già sono state pensate, come sostituire con veicoli elettrici i veicoli dei corrieri, utilizzare droni per trasportare piccoli pacchi… ma una cosa fondamentale, in generale, a cui dovremmo arrivare è la tassazione sull’inquinamento. Capire che se una mia azione comporta un impatto ambientale notevole è giusto che paghi. Così forse, ragionerò sulla necessità che mi ha spinto a stare in internet tutto il giorno, a trascorrere ore lasciandomi ipnotizzare da video su Tik Tok o ordinando continuamente oggetti di cui credo di non poter fare a meno. Chiediamoci quanto davvero tutte queste cose ci rendano migliori, quante ci rendano più felici. Dopotutto, non avevamo riscoperto tutti il bello della sobrietà lo scorso lockdown?

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Pubblicato da Silvia Tarter

Bibliofila, montanara, amante della natura, sono nata tra le dolci colline avisiane, in un mondo profumato di vino rosso. La vita mi ha infine portata a Milano, dove ogni giorno riverso la mia passione di letterata senza speranza ai ragazzi di una scuola professionale, costretti a sopportare i miei voli pindarici sulla poesia e le mie messe in scena storiche dei personaggi del Risorgimento e quant'altro. Appena posso però, mi perdo in lunghissimi girovagare in bicicletta tra le abbazie e i campi silenziosi del Parco Agricolo Sud, o mi rifugio sulle mie montagne per qualche bella salita in vetta. Perché la vista più bella, come diceva Walter Bonatti, arriva dopo la salita più difficile.

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