
“I nonni prima di essere nonni” erano fanciulli come noi. Si alzavano con la voglia di giocare e andavano a dormire per fare bei sogni e avventurarsi nella loro immaginazione. A volte, però, basta un avvenimento a spostare l’attenzione di un bambino su una verità inevitabile: l’esistenza non è scontata.
E quando il piccolo Camillo si accorge che la vita non promette un numero fisso di domani, come fa invece il calendario appeso al muro della cucina, ma si compone di ogni alba che gli si presenta davanti, capisce che ogni giorno è quello giusto per compiere un atto di coraggio. Per essere un po’ eroi.
C’era una volta, a Zambana vecchia, un mostro di fango che inghiottì le case, distruggendo tutto fuorché l’Antica Chiesa intitolata ai Santi Filippo e Giacomo, rimasta in piedi come una sentinella solitaria in mezzo al deserto di melma che sommerse completamente il paese.
Era l’edificio più vicino alla roccia, il primo che avrebbe dovuto cedere, e invece non una crepa sul muro. Oggi la gente ci viene da fuori per sposarsi, a piedi scalzi sul sagrato riassestato, a cercare la bellezza dove c’è stata negli anni Cinquanta quasi la fine del mondo per i zambanòti; ma allora, in quel 1955, la povertà bussò prepotentemente alle famiglie di tutto il paese.

Il mostro di fango non aveva voce, ma faceva un rumore di pietre masticate. Quando scese dalla montagna, nel 1955, Zambana Vecchia si accartocciò come un foglio di carta nel fuoco. La melma, una bava pesante di sabbia, detriti e pioggia che i vecchi chiamavano magma perché si muoveva lenta e non risparmiava niente.
Le famiglie si ritrovarono con le mani vuote e le scarpe piene di fango.
Camillo, allora, era un ragazzino e vide i fratellini salire sulla corriera per l’orfanatrofio di Povo. La povertà smembrò la sua famiglia davanti ai suoi occhi. Sentiva le lacrime bruciare, ma il suo non era un pianto di resa; era un pianto che sapeva di pietra focaia, un giuramento silenzioso: tornerò a prendervi.
Parliamo di Camillo Pilati. La famiglia Pilati era una famiglia di contadini. Erano cinque fratelli e una sorella. Coltivavano uva, mele e patate e il padre di Camillo, Sebastiano, faceva il sindaco. In paese erano considerati benestanti: anche perché nel capanno splendeva il riflesso metallico di una motocicletta.
I Pilati capirono senza indugio che la ricchezza diventa quasi un peccato se attorno c’è solo fame. Presero i risparmi e decisero di donare tutto quello che potevano alla comunità per gettare le fondamenta di Zambana Nuova, al di là del nastro d’argento del fiume Adige.
Tutto, tranne la moto, su cui Camillo correva per andare a trovare i fratelli a Povo. Era il suo cordone ombelicale con Povo, il cavallo di ferro su cui caricare la rabbia e la nostalgia di una vita che era diversa prima del disastro.
Un giorno, però, Camillo scivola vicino alla cascata dell’Orrido di Ponte Alto.
Finisce a terra, sta bene ma ha i pantaloni completamente squarciati. Immaginate la mortificazione di un ragazzo dell’epoca che deve entrare in un locale pubblico “sbracato” per chiedere aiuto.
Entra a muso basso, stringendo nelle mani sporche i lembi di stoffa, nel primo bar della zona: al Bar di Pont’Alto vicino all’Orrido.
Lì dentro, il tempo sembrava essersi fermato e l’aria profumava di legno. Gli viene incontro una ragazzina di quattordici anni. Aveva i movimenti composti di chi ha dovuto imparare presto a stare al mondo, ma lo sguardo deciso di chi non si spaventa per un po’ di stoffa strappata. Non si parlano quasi, lei va a prendere ago e filo, china la testa e, con precisione metodica, rimedia la stoffa. Lui paga, rosso in viso fino alle orecchie, e scappa. Non sa nemmeno il suo nome.

Quella ragazza con l’ago in mano si chiamava Franca. E se Camillo veniva dal fango di Zambana, Franca Pedri era figlia del porfido e del gelo della Val di Cembra, una terra dove l’orizzonte è verticale.
La Val di Cembra di quegli anni era una valle fredda e impervia, un posto sospeso sui fiumi e privo di ponti. Per passare da una sponda all’altra, si montava su piccole teleferiche di ferro, scatole sospese nel vuoto e nel gelo che oscillavano sopra i burroni. Era decisamente alto il rischio di perdere la vita. E così fu per molti, ma sospesi tra il cielo e la pietra, era l’unico modo per non rimanere isolati.
Franca è nata lì, e la sua stessa nascita era stata un mezzo miracolo: la madre era incinta di lei quando arrivò la cartolina di chiamata alle armi per il padre. La legge di allora risparmiava chi aveva un figlio in arrivo, e così Franca, venendo al mondo, salvò suo papà dalla guerra.
La strada correva stretta tra la montagna e il vuoto. Quella sera il padre di Franca la percorreva in bicicletta, come aveva fatto tante altre volte. Bastò una curva lungo i tornanti stretti della valle. L’uomo precipitò nel burrone e il torrente Avisio non restituì mai il suo corpo.
Franca, che aveva soli undici anni, ci racconta tutto di quella notte, che non è mai finita davvero. Ancora oggi la vive con gli occhi della bambina che tende l’orecchio al rumore di una bicicletta e che, nei meandri del cuore, è sempre lì ad aspettare suo padre.
La mamma di Franca si ritrovò così sola, vedova con tre figli da crescere in una casa dove le sedie erano più dei pezzi di pane. Capì subito che per sopravvivere bisognava farsi furbi. Fu così che la casa si riempì dell’odore pungente dell’alambicco.
Così divenne la più famosa contrabbandiera di grappa della valle. La distillazione era severamente vietata, ma tra quelle montagne la grappa era moneta corrente, era medicina, era calore a portata di sorso. In casa Pilati la parola “grappa” era bandita: se si doveva parlarne, si usava un codice che faceva sorridere i bambini. “Mandami due litri di quella buona marmellata”, dicevano i clienti fidati. E la “marmellata buona” bolliva nei pentoloni di rame nascosti nei sottoscala.

Il destino, che ha un senso dell’umorismo tutto suo, farà sì che molti anni dopo il figlio di Franca indosserà proprio quella divisa grigia, diventando un finanziere d’alto grado.
Ma la valle era troppo stretta per contenere tutta quella fame. Finita la scuola elementare, con la sola licenza in tasca, Franca salì su un treno diretta in Svizzera. Aveva le mani piccole ma forti. Lavorò duramente, accettando turni massacranti che cominciavano prima dell’alba e finivano dopo il tramonto. Per quasi due anni non chiese un solo giorno di ferie per tornare coi soldi quanto prima dalla sua famiglia a testa alta.
Quando tornò, aveva gli occhi più profondi e la schiena dritta di chi ha visto il mondo oltre le montagne.
Passò il tempo. I fratellini di Camillo tornarono dall’orfanotrofio, la nuova Zambana cominciava a mostrare le prime case bianche e la moto di Camillo continuava a macinare chilometri. Un sabato sera, Camillo si trovò a bere un bicchiere di vino con un amico.
“Scolta,” disse Camillo, tormentando il bicchiere, “la tua morosa non ha mica qualche bella ragazza da presentarmi? Una brava, che abbia voglia di fare sul serio e sistemarsi”.
L’amico si mise a ridere e organizzò un’uscita a quattro per la domenica successiva. La ragazza prescelta era una cugina della fidanzata dell’amico. Veniva dalla Val di Cembra, dicevano, ed era tornata da poco dalla Svizzera. Si chiamava Franca.
L’appuntamento fu in un locale della zona. All’inizio ci furono i soliti silenzi imbarazzati dei giovani di allora, gli sguardi bassi, le mani che non sapevano dove stare. Poi, per rompere il ghiaccio e fare un po’ il brillante, Camillo decise di raccontare una storia.
“Dovete sapere,” disse, allargando le braccia, “che qualche tempo fa ho rischiato di lasciarci la pelle vicino all’Orrido. Sono volato in moto. Ma… non mi sono fatto niente, ma mi sono sbracato le braghe però. Sono dovuto entrare in un bar che sembravo un mendicante!”
Al tavolo scoppiò una risata. Ma Franca, che fino a quel momento era rimasta in disparte a guardarlo, smise di sorridere. Lo fissò negli occhi, inclinò leggermente la testa e, per un istante, il suo volto cambiò: gli occhi, fino ad allora quieti, si accesero di una luce nuova, viva, come se qualcosa, avesse finalmente trovato il coraggio di affiorare…

“Ma allora eri tu!” esclamò, indicandolo con il dito. “Ero io quella che ti ha cucito i pantaloni e ti ha salvato dalla vergogna!”
Camillo rimase a bocca aperta, il bicchiere sospeso a mezz’aria. Il rosso che gli era salito in viso quel giorno all’Orrido ritornò, ma stavolta non era vergogna. Era il riconoscimento di un ingranaggio del destino che si incastrava dopo aver fatto il giro del mondo. L’ago di Franca aveva ricucito la sua stoffa prima ancora che lui sapesse chi fosse la sarta.
Da quel momento, le loro storie diventarono una storia sola. Franca divenne la moglie di Camillo e, insieme, decisero di scommettere su Zambana Vecchia per viverci per sempre.
All’ingresso del vecchio borgo, proprio dove la montagna si era fermata, Franca aprì un piccolo negozio di alimentari. Non era solo una bottega di paese; in quegli anni di transizione e di grandi cambiamenti, quel negozio divenne un porto di mare, il centro di un piccolo mondo che andava allargandosi. In un Trentino ancora diffidente verso lo straniero, da Franca e Camillo passavano tutti. Arrivarono i primi lavoratori dal Marocco, le famiglie in fuga dai Balcani lacerati dalle guerre e molti viandanti. Franca accoglieva tutti con la stessa dignità con cui la bisnonna vendeva la “marmellata buona”: per lei, chi lavorava e aveva fame meritava rispetto, senza guardare la carta d’identità.
C’era un legame speciale, quasi sacro, con le comunità di nomadi che periodicamente passavano per la valle. Franca vendeva loro le bombole del gas, indispensabili per le roulotte e per cucinare. Un inverno, in una notte di gelo terribile, il negozio era chiuso e le luci erano spente. Alcuni nomadi, arrivati tardi e rimasti senza riscaldamento con i bambini piccoli, si trovarono disperati. Non c’era tempo per aspettare l’alba. Aprirono il deposito esterno delle bombole, ne presero due e ritornarono velocemente nel buio.
La mattina dopo, Franca arrivò per aprire la bottega. Trovò la catena forzata e il lucchetto rotto. Ma quando posò lo sguardo sul bancone di legno all’ingresso, rimase attonita. Accanto alla cassa non c’era il vuoto del furto, ma un sacco di tela. Lo aprì: dentro c’era un tesoro di gioielli d’oro, anelli e bracciali lavorati a mano. Era il loro pagamento, il loro codice d’onore per quella donna che non li aveva mai cacciati. Avevano preso il gas per non far morire di freddo i figli, ma avevano lasciato l’oro sul bancone per non tradire la fiducia della “Franca di Zambana”.
Oggi, se si cammina lungo via per Zambana Vecchia si respira ancora quell’aria di casa aperta, dove si conoscono tutti. Il paese è rinato attorno alla terra, diventando famoso in tutta Italia per i suoi asparagi bianchi, delicati e dolci, che crescono nella terra sabbiosa lasciata dal fiume e dalla vecchia frana, e per la festa annuale “Antiche Terre” che richiama molta gente ogni anno.
La vecchia bottega di Franca non c’è più, una volta unico alimentare del Paese.
A custodirne la memoria è anche Valeria Pilati, nipote di Franca e Camillo ed il filo che unisce quel tempo al nostro. Nei suoi occhi di bambina la bottega era il regno di Franca: “Io da piccola avevo gelati a volontà e vedevo la mia nonna come una grande imprenditrice!”, racconta sorridendo. Poi sul viso si fa spazio una lucida commozione: “Non c’è una volta che io non pianga andando via da Zambana Vecchia, anche se so che posso tornare… Forse sono un po’ migliorata perché da piccina piangevo fino a Firenze, a casa mia; ora piango fino al ponte, uscendo dal paese.”
La nipote Valeria conclude così: “Zambana Vecchia è un luogo per me sicuro, a cui io posso accedere sia fisicamente che mentalmente quando lo stress della vita tenta di sopraffarmi. Allora alzo lo sguardo verso la Paganella, maestosa e potente, e mi sembra di trovarmi davanti a una confidente antica e saggia. È la stessa essenza che, da sempre, ho riconosciuto nei miei nonni.”
La rinascita di Zambana Vecchia, all’imbocco meridionale della Piana Rotaliana, è una storia straordinaria di resilienza comunitaria e ingegneria, un borgo storico sopravvissuto ai crolli spaventosi del 1955-1956. I terreni fertili e sabbiosi, “arricchiti” proprio dai sedimenti portati dal fiume e dalle vecchie alluvioni, sono la culla del rinomato Asparago Bianco di Zambana. Questo ci rimanda a una speranza sempreverde: tutto può rinascere.
Franca e Camillo hanno stampato il loro DNA nel cemento e nella terra di questo posto. La loro non è stata solo una vita insieme; è stata la dimostrazione che anche quando un mostro di fango ti porta via la casa, finché ci sono un ago, un filo e la voglia di condividere ciò che resta, c’è sempre un paese che può rinascere dall’altra parte del fiume.

