La meglio civiltà

Poche sono le certezze storiche a cui possiamo appigliarci nel corso della vita: la democrazia nacque ad Atene, la rivoluzione industriale in Europa, Einstein formulò la relatività a Berlino, il tedesco Immanuel Kant fu il padre dell’illuminismo, movimento intellettuale da cui derivarono i grandi ideali della rivoluzione francese (che ancora oggi abitano i nostri cuori e che ogni tanto distrattamente nominiamo, più per vezzo che per convinzione: uguaglianza, fratellanza, libertà, pensando subito e con affetto a Danton e Robespierre).

È proprio qui, in questo continente, che la Storia ha preso una direzione più o meno lineare che ci ha portato, attraverso balzi in avanti, a quello che siamo oggi: la civiltà “più civiltà” di tutti.

Suona eurocentrico? Certamente lo è. Ma non è questo il punto. 

Il punto è che suona anche scontato e naturale. Come se la Storia fosse un monolite dato una volta per tutte, messo lì, per noi, da imparare e recitare a memoria da quando siamo bambini, attraverso l’adolescenza e fino all’età adulta, nell’eterna ripetizione di miti fondanti, più che di fatti ed eventi reali.

D’altronde, i miti fondanti ripetuti all’unisono servono per creare le nostre identità e ad illuderci di quanto siamo e siamo stati bravi, belli, inventivi, a volte un po’ bellicosi, ma comunque sempre superiori rispetto a tutti gli altri

A proposito, gli altri chi? I grandi assenti della Storia, i popoli di cui non siamo tenuti a sapere nulla, se non per citarli come nemici, subumani, esotici o gente da soggiogare. Il tono è polemico, me ne rendo conto. Ma siccome il greco Eraclito (o forse era stato il suo contemporaneo indiano Buddha Sakyamuni?) ci ha detto che tutto cambia e tutto scorre, possiamo smettere di essere polemici e con soddisfazione dire che un po’ di revisione storica in questi anni c’è stata, che l’eurocentrismo ha cominciato ad essere smantellato e che possiamo ammettere, con onestà, che forse no, non siamo più sicuri di sapere che il padre dell’illuminismo sia stato proprio Immanuel Kant.

Tra queste opere di smantellamento radicale cito le quasi 700 pagine di The Dawn of Everything. A New History of Humanity (L’alba del tutto. Una nuova Storia dell’Umanità. Rizzoli, 2022) del fu David Graeber, antropologo, e dell’ancora vivo David Wengrow, archeologo. Un libro che dice molte cose interessanti.

Per essere interessante un libro in realtà non deve dire cose del tutto nuove. Gli basta suggerire o confermare qualcosa che il lettore già tiene lì, come una sorta di ovo sodo bloccato nel subconscio, qualcosa che ha subodorato, sospettato persino, ma che non ha mai osato chiedere, dire, fare o baciare.  

Bisogna insomma che l’opera aggiunga un mattoncino, laddove già esistono le fondamenta del dubbio, uniche vere fondamenta della conoscenza, come ci ha insegnato il francese Renato Cartesio (o forse lo aveva già fatto il filosofo cinese Zhu Xi prima di lui?).

Così il libro di Graeber e Wengrow dapprima solletica e provoca il dubbio dormiente del lettore europeo, filoeuropeo, “europeiforme” o americano discendente di europei, di essere davvero l’unica civiltà degna di nota e l’unica che ha dato origine alla modernità.

Dopo questa piccola iniziale scossetta, forti delle evidenze antropologiche e archeologiche più recenti, Graeber e Wengrow ci dicono che beh, insomma, la Storia raccontata così come siamo stati abituati, non solo è falsa (si badi, le distorsioni storiche hanno implicazioni politiche nel presente) ma è anche, soprattutto, piatta e banale.

Questo è un peccato. Anche perché la Storia non somiglia al megalito di Stonehenge, fermo lì ad aspettare che qualcuno vada a vederlo. Piuttosto assomiglia a un cratere gigante o a un buco nero, pieno di materia e idee totalmente diverse, che hanno rimbalzato da un angolo all’altro del pianeta, con una tale forza che possiamo vedere ancora oggi la loro scia luminosa emanare dall’oscurità del passato. 

Se si ha il coraggio di guardare dentro quel buco nero, magari, sì, ci vediamo Kant, Rousseau, Danton e Robespierre cercando le origini dell’illuminismo. Ma ci troviamo anche il capo della tribù amerindia Kandiaronk e altri intellettuali di etnia Irochese e Naskapi e chissà quanti altri ad ogni angolo del mondo.

Kondiaronk parla ai diplomatici irochesi catturati, 1688

L’energia per ragionare sugli ideali illuministi di libertà, uguaglianza e fraternità scaturiva dalla possibilità che persone molto diverse si osservassero da vicino, si mettessero a confronto, si scannassero, dialogassero tra loro. Questo è sempre successo nella storia. Ma l’incontro tra europei e nativi americani fu una vera e propria bomba culturale ed economica.

Dimentichiamoci perciò per un attimo i salotti di Parigi e i caffè mitteleuropei, in cui si ragionava e “ci si illuminava”, pensando al mito del buon selvaggio.

Spostiamoci invece proprio nelle terre dei “buoni selvaggi”, dove non si passava tutto il tempo a tirare frecce, cavalcare e a fare i Tori seduti, come siamo abituati a pensare. Piuttosto, anche i nativi americani ragionavano sugli europei e ne descrivevano i tratti, facevano paragoni, tiravano conclusioni. E, mentre forse ci siamo illusi di quanto ammirassero questi bianchi arrivati dall’altra parte del mondo con la polvere da sparo, la realtà è che hanno disprezzato gli europei almeno quanto gli europei hanno disprezzato i nativi.

Per gli irochesi, per esempio, i francesi sembravano essere un popolo bellicoso e invidioso, prone alle ruberie, privo di generosità e gentilezza.

Il punto, ci spiegano gli autori, è che i nativi americani vivevano generalmente in società libere, mentre gli europei no. Molte idee dei nativi erano sostanzialmente più simili alle nostre idee contemporanee, rispetto a quanto non lo fossero quelle degli europei del diciassettesimo secolo: rispetto alla libertà personale, alla parità tra i generi, alla libertà sessuale o persino alla sovranità popolare, i nativi americani del 1600 erano essenzialmente già proiettati nella contemporaneità.

Kandiaronk fu un capo di stato della confederazione Wendat, una coalizione di quattro popoli di lingua irochese. Essendo persona di grande intelligenza, venne coinvolto in un gioco geopolitico in cui fondamentalmente cercò di mettere uno contro l’altro inglesi, francesi e le cinque nazioni del Haudenosaunee, per bloccare l’avanzata dei nuovi coloni. Oltre ciò, egli fu un convinto oppositore del cristianesimo.

Ebbe anche l’opportunità di viaggiare in Europa, godendo della stima di casate nobiliari dell’epoca e giunse alla conclusione che una delle più profonde e radicali differenze tra la società irochese Wendat e quella francese era fondamentalmente una sola: per i nativi americani era impossibile convertire la ricchezza materiale in potere sugli altri. In Francia, al contrario, la proprietà di oggetti si trasformava automaticamente nell’esercizio del potere sulle persone. 

Le opinioni di Kandiaronk su come e quanto gli europei fossero intrappolati in un’organizzazione sociale che schiacciava le libertà individuali e generava disuguaglianza furono raccolte sotto forma di veri e proprio dialoghi dall’avventuriero francese Lahontan e presto furono tradotte in tedesco, inglese, olandese e italiano.

In questi dialoghi, che godettero di un successo editoriale notevole all’inizio del Diciottesimo secolo, Kandiaronk  denunciava la disumanità insita nella proprietà privata, vedendo nel denaro il tiranno dei tiranni. 

Dalle idee di Kandiaronk si ispirarono gli scritti di Montesquieu, Diderot, Chatubriand e Voltaire. Si posero così le basi per una riflessione sull’uguaglianza e la libertà. 

L’alba del tutto ci rivela in fondo questa piccola grande verità: inutile mettere marchi, bandiere, provenienze di origini e nomi propri alle idee. Le idee sono sempre state – e sempre saranno – patrimonio dell’umanità. Tutta.

Il libro

Da dove nascono la guerra, l’avidità, lo sfruttamento, l’insensibilità alle sofferenze altrui? E qual è l’origine della disuguaglianza, ormai riconosciuta come uno dei problemi più drammatici e radicati del nostro tempo? Da secoli, le risposte a queste domande si limitano a rielaborare le visioni contrapposte dei due padri della filosofia politica: Jean-Jacques Rousseau e Thomas Hobbes. Stando al primo, per la maggior parte della loro esistenza gli esseri umani hanno vissuto in minuscoli gruppi ugualitari di cacciatori-raccoglitori. A un certo punto, però, a incrinare quel quadro idilliaco è arrivata l’agricoltura, che ha portato alla nascita della proprietà privata. Una sintesi tanto meticolosa quanto di largo respiro, che coniuga i risultati delle ricerche storiche e archeologiche più recenti al contributo di pensatori provenienti da culture diverse da quella occidentale, il sociologo David Graeber e l’archeologo David Wengrow ci raccontano una storia diversa – più articolata e ricca di chiaroscuri – dell’evoluzione sociale dell’Homo sapiens. Una storia illuminante e attendibile, dalla quale ripartire per provare a immaginare un futuro diverso.

Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Sara Hejazi

Cittadina italiana e iraniana, ha conseguito un dottorato di ricerca in Antropologia culturale ed Epistemologia della Complessità. Accademica, scrittrice, giornalista, collabora con molte università e fondazioni italiane oltre a scrivere su diverse testate. Ha pubblicato i saggi L’Iran s-velato. Antropologia dell’intreccio tra identità e velo (2008), L’altro islamico. Leggere l’Islam in Occidente (2009) e La fine del sesso? Relazioni e legami nell’era digitale (2017). Il suo ultimo libro è “Il senso della Specie” (Il Margine 2021).