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Tracce nella neve

La neve cadeva fitta e io ero spaventato. Capitava spesso che mi spaventassi, ma questo non mi bloccava mai. Questo perché ero ben conscio di quanto e come andava fatto in quei momenti. Prima regola: respirare a fondo, non far vincere il panico che vuole sempre bloccarti. Il segreto poi stava nel cercare le orme dei camosci e seguire quelle. Sì, certamente anche per non dover sprofondare fino al ginocchio nella sempre soffice neve, ma anche per avere una traccia. Era fondamentale avere una traccia in quell’insieme sterminato di alberi così fitto e, a tratti, spaventoso. Non era la paura di qualcosa di maligno, come il mostro che incontrava ogni sera tra le pagine del suo libro prima di dormire, ma quella più sottile e pungente che nasce quando si delude qualcuno a cui si vuole bene, come suo nonno. 

Il nonno, che bello! Ci facevamo sempre delle gran corse con il nonno nel bosco, su di corsa e poi giù a tutta con gli sci. Stavo bene, e nemmeno me ne accorgevo. Forse è proprio questo, stare bene: non doverlo riconoscere, non sentirne il bisogno, non arrivare nemmeno a chiedersi come si sta. Il nonno aveva solo una regola: se non mi vedi più, segui sempre la traccia. Gli animali sono esseri intelligenti, forse più di noi, vedrai che arriverai in un posto sicuro.

D’improvviso tutto divenne scuro e io mi accasciai. Che paura, cosa mi succede? Mi toccai sul viso e sentii un’ispida barba. Diamine ma non sono un bambino, che ci faccio qui, dove sono? Sentii un forte chiasso alle mie spalle, forse una motoslitta, forse dei tifosi. Ecco ora tutto era chiaro. Avevo appena perso tutto ciò per cui mi ero sacrificato negli ultimi anni. Avevo persino sacrificato l’ultimo saluto al nonno, ci rendiamo conto!? Sono sicuro che la disperazione non era dovuta ad aver perso una semplice gara di sci. Lo trovava anche abbastanza stupido: vince chi scende più veloce! Ma che chiacchiere saranno mai queste! Il nonno glielo diceva da sempre: “vince chi arriva sano e salvo dalla sua famiglia”. La montagna non era una pista in cui correre, bensì un luogo sacro da rispettare. Eppure io ci avevo costruito la mia vita su questa stupida e peculiare fortuna di essere più veloce degli altri a scendere da un pendio. Ma quanto mi aveva tolto? Il nonno, i miei affetti, il piacere che provavo quando, il pomeriggio dopo scuola, andavo nel bosco per scervellarmi su come avrei potuto risalire quel pendio innevato, per poi scervellarmi ancora di più, lavorando d’ingegno e di riflessi, su come scendere tra quei fitti pini senza lasciarci le penne.

Ecco cosa ci facevo nel bosco: volevo spezzare quel cerchio maledetto fatto di centesimi di secondo, di sedute in palestre grigie e senz’anima, di una matrix così avvolgente da non lasciare nemmeno il tempo di accorgersi di esserne prigionieri.

Ecco cosa ci facevo nel bosco: cercavo il nonno, cercavo un nuovo luogo sicuro, seguivo una traccia.

Slalom amaro

Sbaglia, si ferma a metà pista, si toglie gli sci e si incammina a piedi verso il bosco. Un errore nella discesa fa perdere le staffe allo sciatore norvegese Atle Lie McGrath, che così non riesce a completare la seconda manche di slalom maschile, salutando definitivamente ogni possibilità di podio.

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Pubblicato da Fabio Loperfido

Nato allo scadere del millennio, Fabio è uno studente errante che ancora non ha ben chiaro cosa potrebbe volere il mondo da uno come lui. Nel mentre prova ad offrire ciò che vede con i suoi occhi tramite una sua lettura, con la speranza che il suo punto di vista possa essere d'aiuto a qualcuno martellato dai suoi stessi interrogativi.