“Ci dissero che non c’era più bisogno di pastori”

Hirtin Celia Martínez Aragón, Sulden, 21.08.2022 (foto Ludwig Thalheimer)

Johanna Platzgummer, del Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige, ha redatto il catalogo di una mostra intitolata Al Pascolo, ancora in corso fino al 12 ottobre. Un lavoro che, al di là della sua bellezza, diventa un atto di resistenza, uno sguardo affilato sul presente e sul passato di un mestiere che, nonostante la cancellazione dei suoi nomi dai piani alti della pianificazione, continua a vivere. La mostra, frutto di mesi di interviste e incontri con pastori e pastore, racconta una vita che non ha mai smesso di essere in movimento, che non ha mai smesso di ascoltare la montagna e il respiro degli animali. L’articolo che segue si concentra su tre voci particolarmente significative: Erich Höchenberger, che conosce l’organizzazione delle malghe come un albero cresciuto da sé; Celia Martinez Aragon, pastora spagnola che ha scelto le Alpi come sua casa mobile; e Daniel Paratscha, che cammina con il suo gregge lungo l’Adige, tra i margini e la resistenza.

“Ci dissero che non c’era più bisogno di pastori”, ci raccontano. La montagna, un tempo luogo di lavoro, doveva diventare un paesaggio, da osservare, da consumare. I lupi e gli orsi erano diventati leggende. Bastava un controllo settimanale. Ma il silenzio della valle non si riempie da solo, e le pecore – come gli uomini – si perdono. Non è un mestiere che si può abbandonare, non è una tradizione che può scomparire senza traccia. Eppure, nonostante il tempo e le voci che vorrebbero annientarlo, i pastori sono ancora qui, con la stessa determinazione, a camminare sulle stesse vette. A contare i giorni come si contano le pecore.

Hirtin Celia Martínez Aragón mit ihren Schafen, Sulden, 21.08.2022 (foto Ludwig Thalheimer)

Celia Martinez Aragon: ”Il Sentiero della Pastora”

Celia è una pastora la cui storia si intreccia con la montagna, i greggi e la trasformazione di una vita che ha scelto di deviare dal sentiero tradizionale. Nata a San Sebastian, nel nord della Spagna, e cresciuta in Germania, Celia non ha sempre pensato di diventare pastora. È stata la sua formazione in Scienze agrarie ecologiche a indirizzarla verso il mondo della pastorizia. Ma è stato solo dopo aver completato gli studi nel 2021 all’Università di Kassel che ha deciso di intraprendere la strada del pastore, dedicandosi a una formazione specifica alla Hirtenschule di Madrid.

Il suo ingresso nel mestiere avviene in maniera tanto intima quanto inaspettata. Non era mai stata un’appassionata di pastorizia, eppure è tra i greggi che ha trovato una connessione profonda con la natura e con sé stessa. La sua avventura come pastora si è materializzata in un’estate in cui ha guidato una transumanza che l’ha portata dalle verdi colline della Spagna a un altipiano del Vinschgau, in Alto Adige, dove, nel 2022, si è trovata a gestire ben 400 pecore e capre. Una sfida tanto ardua quanto necessaria, poiché né gli animali né i loro proprietari avevano familiarità con il pascolo guidato, e la costruzione di un’armonia tra tutti gli elementi – gli animali, la pastora, e i suoi cani – richiese pazienza e tempo.

Ogni giorno, Celia percorreva chilometri attraverso paesaggi mozzafiato, tra il ruggito dei lupi e la curiosità dei turisti. La sua giornata non si limitava alla cura degli animali, ma includeva la gestione dei contatti con i visitatori, spesso incuranti delle regole necessarie per mantenere l’equilibrio tra uomo e natura. Ma la solitudine delle montagne, il suono delle campane, e il passaggio da un alpeggio all’altro le permettevano di dimenticare, almeno per qualche istante, le preoccupazioni quotidiane.

Nel suo racconto, Celia parla di quella “vita senza superficialità” che il mestiere da pastora le ha rivelato. I suoi giorni si susseguivano tra la fatica e la bellezza della natura, ma anche tra la morte e la vita. La morte del lupo che aveva catturato un agnello, o quella dei 9 capi uccisi da un fulmine, la facevano sentire impotente. Tuttavia, l’amore per gli animali e il loro continuo movimento attraverso i pascoli la facevano sentire ancora parte di qualcosa di autentico, di grande e antico.

Il suo racconto non è solo quello di un mestiere faticoso, ma anche di una trasformazione. Ogni passo attraverso la montagna è diventato un atto di purificazione, ogni animale, una presenza che dava significato al suo cammino. Nonostante i momenti di difficoltà e le continue preoccupazioni, il lavoro con il gregge, con i suoi cani da guardia e con la natura selvaggia, le aveva insegnato a trovare pace nella fatica e bellezza nella lotta.

Oggi, Celia si prepara a una nuova stagione, questa volta in un alpeggio tirolese, con l’accompagnamento di una collega. Ancora una volta, il ciclo di vita e morte, di sforzo e speranza, si ripeterà. Ma ogni passo, ogni sguardo ai monti che la circondano, sembra parlarle di un legame profondo con quella terra che, ora, ha scelto di chiamare casa.

Daniel Paratscha con il gregge a Pescantina (VN), foto: Johanna Platzgummer

Daniel Paratscha: “Senza Rumore, Solo Pecore”

Daniel Paratscha ha una voce che non cerca di convincere. Parla piano, diretto, con l’intonazione ruvida di chi ha imparato a stare fuori, in piedi, sotto il cielo, per giorni e notti interi. Viene dalla Val Badia, una valle di legno, neve e silenzio, e appartiene a una stirpe antica, quella dei pastori. Prima ha provato a fare il pittore, poi ha capito che preferiva camminare dietro a un gregge piuttosto che davanti a una parete da imbiancare. La scelta non è mai sembrata davvero una scelta.

Non ha mai avuto un piano scritto. Il suo orientamento è l’erba – se c’è, ci si ferma; se manca, si va avanti. Così ha cominciato a spostarsi. Ha imparato presto che la pastorizia è un sistema che vive nell’improvvisazione, nell’attesa di un varco, nell’intuito. Le valli le conosce a piedi, con le gambe che pesano e i cani che ascoltano ogni cenno, e se un campo non va bene, si cambia campo. Se il proprietario si lamenta, si trova un altro passaggio. “L’imprevisto è all’ordine del giorno.”

Nel 2022 ha lasciato l’alpeggio per muoversi con il gregge. Ha attraversato il Trentino e il Veneto a passo d’uomo, trascinando 700 animali, qualche asino, cani da conduzione, cani da guardiania, e la sua idea ostinata di fare le cose bene, senza rumore. Si è fermato lungo l’Adige tra Salorno e Lana, ha passato l’inverno lì, con le sue pecore Tingola, sua compagna Sandra e il paesaggio cambiato dalla nebbia e dalle alluvioni. Poi l’estate in quota, al Puez, perché d’estate la pecora soffre il caldo e l’unico modo per farla respirare è salire.

I suoi cani sono parte del mestiere e parte della famiglia. Pastori Abruzzesi, poi Sila. Indipendenti, fieri, addestrati da lui. Nessuna retorica: servono per lavorare, per proteggere, per prevenire. Un agnello fuori dal recinto è, spesso, un agnello perso. Lupi, orsi, ma anche turisti col cane sciolto, col cellulare in mano, con lo sguardo che non vede niente. “La montagna è diventata un parco giochi,” dice. “Arrivano in ciabatte. Senza acqua. Senza rispetto.”

Non cerca nemici, ma li trova. “Spesso vieni insultato,” dice, e lo dice senza rabbia. Sa che la sua presenza disturba un’idea pulita della natura, quella da cartolina. Le pecore devono stare ferme, fotogeniche, non bloccare la strada. I cani devono sembrare docili, non vigilanti. “Bella la montagna, bella la bestia, sulle foto.” Ma quando si cammina davvero tra i cespugli, con il sole in faccia e il sudore che odora di terra, le cose cambiano.

Non ha avuto incidenti con i turisti, ma le discussioni non mancano. “I cartelli non li legge nessuno,” dice. E allora pensa che servirebbe qualcosa di più, serate informative, spiegazioni vere. Non è il suo mestiere parlare. Il suo mestiere è esserci, ogni giorno, a ogni ora.

Alla fine, se potesse esprimere un desiderio, sarebbe semplice: “Poter lavorare in pace. E farlo in zona mia, in Alto Adige.” Senza rumore. Senza clamore. Solo pace, pecore, strada, e quel silenzio che un pastore conosce meglio di chiunque.


Erich Höchenberger con il suo cane da conduzione Laika, foto: Johanna Platzgummer.

Erich Höchenberger: “Il Pastore di Malga che Resiste al Tempo”

Erich Höchenberger, pastore di malga in Alto Adige, è uno di quei personaggi che sembrano emergere dal paesaggio stesso, radicati in una tradizione che sopravvive solo grazie alla tenacia di pochi. La sua storia inizia non con le pecore, ma con le vacche, quando, giovanissimo, accompagnava il padre nel lavoro di pastore di bovini. Ma fu l’incontro con le pecore, e in particolare con la Krippaland, una montagna che, a oltre 2.500 metri, portava il segno del tempo, a segnare definitivamente il suo destino.

Il suo mestiere è un atto di resistenza. Si parla di una figura che ha fatto del pascolo non solo un mestiere, ma un’arte che si riflette nella sua capacità di adattarsi al ritmo delle pecore, e di farlo con l’attenzione di chi sa che ogni giorno è diverso, che ogni gregge ha le sue necessità. Non è solo un mestiere antico, ma una vera e propria pratica che combina il rispetto per la tradizione con una pratica innovativa, come quella del pascolo guidato, una tecnica che perfeziona da anni. Ma la sua vita non è solo questa ricerca di equilibrio. È fatta anche di sfide, come quelle che il lupo ha portato sulle sue montagne, costringendolo ad adattarsi e ad utilizzare la protezione dei cani da guardia.

L’approccio di Höchenberger non è mai stato quello di una semplice gestione economica della terra. Ha studiato il comportamento delle sue pecore, e con loro ha costruito un rapporto fatto di sguardi, silenzi e una comprensione che va oltre il mestiere stesso. E non è un caso che sia stato proprio sulle malghe della Svizzera che ha messo in pratica una tecnica che gli permettesse di proteggere la sua schiera in modo più efficace. Un passo fondamentale per affrontare le difficoltà che la presenza dei lupi ha portato in alto.

Le sue giornate sono fatte di pochi strumenti e di molta esperienza. Il paesaggio di Krippaland, roccioso e arcaico, è il teatro di questa opera silenziosa. Con un occhio attento al movimento delle pecore, una mano sicura che guida il cane, il pastore rispetta la memoria del passato, ma sa anche fare suo il futuro, scegliendo di lavorare con le tecnologie che gli permettono di vivere in maniera più sostenibile.

Il mondo che Höchenberger abita, quindi, è un mondo che non appartiene più a tutti, è un mondo a sé. Un mondo in cui il lavoro non ha solo una dimensione economica, ma culturale. Una dimensione che resiste in un’epoca che sembra aver dimenticato la fatica delle montagne. Eppure, tra il duro lavoro delle mani e l’abitudine al sacrificio, la montagna rimane la sua vera casa.

Daniel Paratscha e Sandra Hofer con i cani da lavoro a malga Puez, val Badia (BZ), foto: J. Platzgummer

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Pubblicato da Daria Tomasi

Giornalista e scrittrice con oltre 10 anni di esperienza nel mondo dei media. Dopo essersi laureata in Lettere moderne a Bologna, ha iniziato la sua carriera collaborando con diverse testate locali, specializzandosi in cultura e società. Curiosa e appassionata di storytelling, Daria ha viaggiato in Europa e Asia, realizzando reportage su temi di attualità e cambiamento sociale. Si occupa di approfondimenti su temi di inclusione, ambiente e diritti umani. Quando non scrive, ama esplorare nuove destinazioni e leggere saggi sulla comunicazione contemporanea.