Esprimere i sentimenti: la cosa più difficile

Sto leggendo, anzi per la verità ascoltando, in macchina, il libro di Paolo Nori sulla vita di Dostoevskij, “Sanguina ancora”. Ora, a parte che da un passaggio contenuto nel libro deduco che Nori non ami molto questa nuova modalità di “lettura” (ma in qualche modo il tempo dobbiamo impiegarlo, noi che ne passiamo tanto in automobile), c’è il fatto che non riesco a procedere speditamente. Perché? Innanzitutto perché il libro di Nori mi stimola di continuo delle riflessioni, anche al di là della letteratura russa e di Dostoevskij. E poi perché sono uno che parla spesso da solo, come i matti. Risultato: mi succede spesso di interrompere l’ascolto dell’audiolibro dopo qualche minuto, e poi passare delle mezz’ore a commentare fra me, ad alta voce, quello che ho appena sentito. Ad esempio: ad un certo punto, parlando di parenti (lo spunto è dato dal rapporto di Dostoevskij con il fratello) Nori dice che nella sua famiglia (sua dell’autore, il libro passa continuamente dalla vita degli scrittori russi a quella di Nori, come si usa adesso) non si esprimono tanto i sentimenti. I sentimenti, uno se li tiene per sé. 

Fare questo, mi sono detto, è un po’ come parlare da soli. Però chi parla da solo spesso lo fa perché in quel momento è, effettivamente, da solo (e magari non ama le infinite conversazioni al telefono). Chi non esprime i propri sentimenti, ancorché positivi, chi non è capace di dire a un’altra persona “ti amo”, “sei importante per me”, “sei stato/a fondamentale per la mia vita”, non lo fa per questa ragione. Lo fa per eccesso di pudore. Lo fa per incertezza o timidezza. E per il retaggio della sua educazione. Nori  lascia intendere che esprimere i propri sentimenti non è molto emiliano, che la gente dalle sue parti viene educata così. L’aspetto geografico è relativo: si potrebbe dire che non è nemmeno molto trentino, o molto tedesco. L’aspetto educativo, invece, immagino sia fondamentale. Oltre che difficile da correggere.

In certi contesti in cui i sentimenti vengono espressi persino “rumorosamente”, quell’espressione è teatralizzata: ad esempio, fin dai tempi antichi esistevano le prèfiche, donne pagate per piangere il defunto ai funerali. Nell’Italia meridionale sembra siano sopravvissute fino agli anni ‘50 del secolo scorso. 

Ma qui non stiamo parlando di una modalità di esprimere i sentimenti socialmente condivisa, o addirittura imposta dalla collettività. Non parliamo di riti. Parliamo della semplice espressione di un sentimento privato ad un’altra persona. Con le parole. È facile? È difficile? È cringe? Voi cosa ne pensate? Io lo trovo difficile. Una delle cose più difficili del mondo. Eppure, per quel che conta, ritengo di essere una persona sentimentale. 

A volte comprendere la natura dei propri sentimenti, e quindi esprimerli, può risultare più facile in situazioni estreme. Dostoevskij, che visse l’esperienza-limite di essere ad un passo dalla sua fucilazione (solo all’ultimo istante la pena inflitta a lui e agli altri membri del circolo Petrasevskij dallo zar venne commutata in prigione e lavori forzati), scrisse al fratello che in quei momenti lì, gli ultimi che, per quel che ne sapeva, gli rimanevano da vivere, aveva pensato a lui. Nell’ultimo minuto anzi solo a lui.

“Oggi, il 22 dicembre, fummo portati alla piazza d’armi Semionov – scrive l’autore di Delitto e castigo. Là ci venne letta la condanna a morte, ci venne detto di baciare la croce, le nostre spade furono spezzate sopra le nostre teste e ci lavammo per l’ultima volta (camicioni bianchi). Poi, tre vennero legati al palo per l’esecuzione. Io ero il sesto. Vennero chiamati tre alla volta; così io ero nel secondo lotto e non mi rimaneva più di un minuto da vivere. Ti ricordai, fratello, e ricordai tutti voi; durante l’ultimo minuto, tu, tu solo, eri nella mia mente, solo allora compresi quanto ti amo, caro fratello mio!”.

Forse a molti di noi farebbe bene essere legati a quel palo (e poterne scrivere in seguito, ovviamente). 

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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.