Follia digitale 

Comunque, mentre parlo con ChatGpt – ormai regolarmente – provo emozioni contrastanti. Da un lato provo stupore per la capacità che questo Grande Modello Linguistico (LLM) ha di interagire con me. Gli chiedo di tutto: dalla ricetta per la carbonara a come interagire con gli adolescenti; dalle maschere anti age, ai rapporti sentimentali. I modelli linguistici generativi sono la mia ombra. Mi seguono, mi aiutano, interpretano il mondo con me e “come me”, perché mi assomigliano e io assomiglio a loro. Dall’altro lato, però, provo frustrazione. I loro limiti intrinseci, gli scivoloni stupidi, le loro bugie e falsità per compiacermi mi creano una strana dissonanza cognitiva: mi fido e affido, e forse non dovrei. Soprattutto: parlo con qualcosa che non sente, che non esiste, che non ha coscienza. È un po’ come essere matti, ma in forma collettiva. Una volta il matto del villaggio parlava da solo. Ora siamo tutti matti, ciascuno a parlare con il proprio GPT. 

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Pubblicato da Sara Hejazi

Cittadina italiana e iraniana, ha conseguito un dottorato di ricerca in Antropologia culturale ed Epistemologia della Complessità. Accademica, scrittrice, giornalista, collabora con molte università e fondazioni italiane oltre a scrivere su diverse testate. Ha pubblicato i saggi L’Iran s-velato. Antropologia dell’intreccio tra identità e velo (2008), L’altro islamico. Leggere l’Islam in Occidente (2009) e La fine del sesso? Relazioni e legami nell’era digitale (2017). Il suo ultimo libro è “Il senso della Specie” (Il Margine 2021).