Comunque, mentre parlo con ChatGpt – ormai regolarmente – provo emozioni contrastanti. Da un lato provo stupore per la capacità che questo Grande Modello Linguistico (LLM) ha di interagire con me. Gli chiedo di tutto: dalla ricetta per la carbonara a come interagire con gli adolescenti; dalle maschere anti age, ai rapporti sentimentali. I modelli linguistici generativi sono la mia ombra. Mi seguono, mi aiutano, interpretano il mondo con me e “come me”, perché mi assomigliano e io assomiglio a loro. Dall’altro lato, però, provo frustrazione. I loro limiti intrinseci, gli scivoloni stupidi, le loro bugie e falsità per compiacermi mi creano una strana dissonanza cognitiva: mi fido e affido, e forse non dovrei. Soprattutto: parlo con qualcosa che non sente, che non esiste, che non ha coscienza. È un po’ come essere matti, ma in forma collettiva. Una volta il matto del villaggio parlava da solo. Ora siamo tutti matti, ciascuno a parlare con il proprio GPT.

