
Il ministro Tajani consiglia di sposare donne con gonne un po’ più lunghe e poco appariscenti, Sydney Sweeney appare quasi nuda nella campagna di Novig (piattaforma di pronostici sulle competizioni), Sfera Ebbasta sfila a San Siro con uno stuolo di ventenni fotocopia. Fiumi di parole, polemiche, talk e commenti sui social di costernata indignazione verso il patriarcato che relega la donna a figura che, come dice Rovazzi, “può solo accompagnare”. Eppure quanti notano e si scioccano nell’accorgersi che le donne sono quasi delle rarità nelle foto istituzionali? Quanti si indignano quando a donne capaci si impone, sempre con la fastidiosa battutina da maschio alfa, il ruolo della bella solo da guardare?
Che mondo strano il nostro. Siamo capaci di indignarci (e facciamo bene) per i tanti, direi troppi, femminicidi che riempiono le cronache quotidiane, ma non facciamo caso al quotidiano di vita, dove le donne sono spesso confinate al posto della valletta. Parliamo continuamente di educazione alla parità, mobilitando specialisti e ideando progetti per rendere il futuro dei nostri figli più umano, ma non siamo capaci di guardare criticamente il mondo. La nostra quotidianità è costellata di messaggi, atteggiamenti e idee profondamente sbagliate, ma noi non ce ne preoccupiamo: ci importa solo di postare il nostro commento di dislike.
Tra le mie letture autunnali sono alle prese con “Quello che siamo e basta. Il libro di Ester e l’arte di esserci davvero” di Roberto Pasolini edito da Rizzoli. Ester è l’esempio di una giovane donna, vissuta nel nascondimento, che con umiltà e furbizia riuscì a sfidare le manie di potenza e di prepotenza del re di Persia e a salvare il suo popolo. Il suo cammino di vita è un celarsi, prima, per svelarsi poi nella sua pienezza. In lei troviamo un piccolo trattato su come essere visti senza diventare vittime dello sguardo altrui, su come esporci senza perderci, insomma su come comunicare senza perdere un pezzetto di quello che siamo. Tra le sue pagine mi ha colpita una frase in particolare: “Diciamo cose che non pensiamo, facciamo cose che non ci somigliano… ma ogni sì pronunciato quando avremmo dovuto dire no ci sottrae qualcosa, un frammento di verità, un pezzo di dignità, finché, a forza di adattarci, rischiamo di non riconoscerci più”. Che dire. Personalmente era una vita che aspettavo una definizione così concentrata, così dolorosamente giusta, così adatta a tante donne, ma anche a uomini che non hanno avuto mai il coraggio di mostrarsi per come erano davvero o che non si rendevano conto di stare rinunciando alla loro essenza.
Una storia così vecchia è in grado di raccontarci personaggi che sembrano nostri contemporanei. Prendiamo il re Assuero: mettigli gli occhiali con le lenti azzurre, un berretto da yankee, anelli pieni di brillanti e catenacci ai polsi e quasi lo confonderesti con Sfera Ebbasta a San Siro. Dietro il re il seguito di dieci ragazze vestite (o svestite?) di cui non sappiamo nemmeno il nome. Un’immagine che scorre senza che tanti ne comprendano la profonda gravità. Così l’uomo alfa diventa come Assuero, dispotico e capriccioso, al quale il potere o la fama fanno credere di poter disporre delle persone come oggetti. E cosa diciamo delle ragazze che lo accompagnano? Sono coscienti o vittime inconsapevoli di un meccanismo che le sminuisce? Come fare a spiegare loro che, cedendo un pezzo di dignità per un like in più, rischiano di perdere loro stesse? Quale ruolo dobbiamo avere noi adulti nel dare messaggi edificanti che costruiscano dignità, rispetto e futuro? Educhiamo i nostri figli alla libertà declinata come assenza di regole, perché in fondo non siamo sufficientemente preparati a un mondo che non capiamo del tutto. E come si può fare? Non lo so. Il mestiere di genitore è davvero una professione difficile, per la quale non esiste, purtroppo, alcuna abilitazione. Una cosa però, l’ho imparata, leggendo di Ester: vorrei che ci fossero più donne come Vasti che, impavide, sfidano la prepotenza del re.
