Ho richiuso il libro di Elena Rui con quella strisciante sensazione di vuoto che mi assale ogni tanto, quando la realtà si svela senza pietà. Per riprendermi ho dovuto tuffarmi nell’ultimo Lo straniero di François Ozon, per ritrovare il peso specifico dell’esistenza che stava – diciamo – latitando. Almeno tre cose mi hanno lasciato perplesso de “Le vedove di Camus” di Elena Rui (Orma Editore, pag. 180, € 18). Cos’è davvero questo testo? Un saggio-romanzo? Autofiction che l’autrice ammette di aver in parte inventato per far girare meglio le vicende? E poi: come ne esce la donna in senso universale? Tre signore – Maria Casarès, Catherine Sellers, Mette Ivers – appese alla giacca del grande scrittore, nonostante la presenza di una moglie – Francine Faure. Ma che gli faceva Albert al gentil sesso per farle ammattire così? Incomprensibilmente finalista allo Strega – se non altro perché libro di narrativa non è –, le protagoniste si arrogano l’esclusività di una vedovanza che spetta al mondo intero. Ridurre a sciupafemmine chi ci ha fatto guardare nello spioncino dell’assurdità del nostro vivere, dipingere come vecchio satiro chi ha svelato il Truman Show dei nostri sentimenti, è un errore imperdonabile. Hanno trasformato in un dongiovanni qualsiasi il genio capace di descrivere la nostra feroce, impalpabile infelicità. I fatti sono noti: Camus muore sulla Facel Vega guidata da Michel Gallimard a soli 46 anni, lasciandosi dietro molti cuori spezzati. “Non è forse la donna tutto quello che ci rimane del paradiso terrestre?” scriveva Camus ne La caduta. Mi sbaglierò, ma leggendo queste pagine, quelle donne appaiono molto meno paradisiache di quanto di potrebbe supporre. E in più di un passaggio, – ahimé – più che in un romanzo, sembra di stare su Dagospia.

