La fine del lavoro

Ammetto che tutta questa storia dell’Intelligenza Artificiale è destabilizzante.

Pensateci. Chi come me è nata nell’ultimo ventennio del Novecento si è sentita raccontare questa favola: impara a leggere, a scrivere, a fare di calcolo (alle elementari); studia e memorizza più nozioni possibili di storia, geografia, filosofia, latino, greco, trigonometria, geometria, tecnologia, musica (alle medie e superiori). Poi vai all’università, continua a studiare e costruisciti un percorso professionale.

Vai tranquilla che così stai in una botte di ferro. Ho seguito le istruzioni per filo e per segno e scopro che in realtà la botte, di ferro, non è. 

La strada poi è tutta accidentata, tipo quella dei giochi senza frontiere in stile giapponese. Avete presente Tageshi’s Castle e Mai dire Banzai? Una cosa così. Ti sparano mentre cammini, ti spingono in acque fangose, strani esseri vestiti da mostri ti inseguono con delle clave di gomma. Ti deridono pure. Ma tu continui, imperterrita. 

Ad un certo punto mi fermo e scopro che le meravigliose competenze che ho imparato in ben 5 anni di elementari, 3 di medie, 5 di superiori, 4 di università, 3 di dottorato e 2 di postdottorato in realtà le padroneggia meglio un LLM (Large Language Model).

È facile: te lo scarichi sullo smartphone e sul PC; scegli tra decine (ma in realtà sono centinaia) di diversi modelli: se ti piace lo stile un po’ schietto e americano, usi ChatGPT; se sei più riflessivo e filosofico, usi Claude; se non ami i fronzoli e ci tieni alla privacy dei dati, usi Mistral. Con GEMINI fai un sacco di cose interessanti: tipo podcast e trasmissioni tv. Se ti piacciono le chicche, puoi addirittura trastullarti con DeepSeek. In ogni caso, all’inizio è gratis e poi però lo paghi (sempre agli stessi 5 multi-tri- bi- pentamilionari del pianeta).

Insomma, non importa davvero quale modello usi, importa solo che tutte quelle informazioni che hai cercato di memorizzare per due decenni, svegliandoti all’alba per ripassare le guerre puniche e la filosofia di Anassimandro, sono diventate di colpo inutili. Il pensiero che ormai ti si insinua nella testa nel presente e alla luce dell’Intelligenza Artificiale è semplice, sincero e realista: ma chi me l’ha fatto fare? Infatti, non c’è niente che uno qualsiasi di questi modelli sappia meno di te. Produrrà testi, riassumerà riunioni, farà report, ragionerà, calcolerà, prevederà e consiglierà. Ti ricombinerà le molecole creando nuovi materiali, medicine, soluzioni.

Ti farà persino da psicologo. Sempre e comunque meglio di te e di me.

E allora chi sono io?

Se lo chiedono tutti i grandi sapienti. A me piace il modo di chiederselo di Guido Palazzeschi nella sua meravigliosa poesia “Chi sono?”, a cui alla fine dava una risposta bellissima (chiedete all’AI se non ve la ricordate, oppure ve la dico io, però dovete leggervela tutta: “Il saltimbanco dell’anima mia”). 

Ho divagato, ma tornando alla domanda filosofica per antonomasia, il “chi sono?”  oggi assume connotati nuovi e forse un po’ inquietanti. Inquietanti perché ci costringe a smantellare tutta quella impalcatura che ha definito chi siamo finora, cioè le nostre abilità intellettuali.  La risposta non poetica alla domanda “chi sono?” è infatti una risposta che rimanda alla quantità di informazione immagazzinata nella nostra memoria.

Mi spiego meglio: sta accadendo ciò che accade con l’inflazione. Se stampi molto denaro e ne immetti tanto in circolazione, il denaro si svaluta. 

Lo stesso vale per un altro bene: l’informazione. Un tempo bene raro e prezioso, oggi l’informazione è alla portata di tutte e tutti, al punto che non occorre essere un docente di letteratura italiana per poter parlare di Guido Palazzeschi.  Se pure io posso scrivere dieci pagine di prosa su Guido Palazzeschi, la conoscenza della docente di italiano viene svalutata automaticamente, rendendo l’informazione in generale, un bene di scarso valore.

Ora et (non) labora!

Il lavoro, come tutti sappiamo, è un’invenzione della modernità. Se noi abbiamo trecentomila anni come specie, il lavoro ci ha accompagnato solo nell’ultimo pezzo (forse negli ultimi cinque minuti), e mai in modo pacifico. Ci abbiamo creato intorno infinite narrazioni, favole, sistemi, organismi. Ne siamo morti, di lavoro, lo abbiamo amato e odiato, lo abbiamo messo al centro delle nostre vite e pure al centro di noi stessi.

Ma una cosa che tendiamo a dimenticare è che il lavoro salariato di oggi è nato e cresciuto avviluppato alle macchine e alle innovazioni tecnologiche. Non ci sarebbe lavoro se non ci fossero macchine che nel tempo sono diventate sempre più efficienti nel sostituire il lavoro stesso. È il paradosso dell’umanità contemporanea: lavoriamo fintanto che le macchine non lavorano meglio di noi.

Ora, io credo che l’Intelligenza Artificiale cancellerà un’infinità di lavori dalla faccia di questo bel pianeta azzurro (che del nostro modo di lavorare se ne infischia). Lo sta già facendo e lo farà ancora di più: spariranno i traduttori, gli scrittori di codici, gli assistenti legali, i creatori di contenuti per i social e chissà quanti altri, esattamente come sono spariti i tessitori artigiani quando la meccanizzazione dell’industria tessile si sviluppò, nonostante il movimento Luddista.

Come per i tessitori, la maggior parte delle nozioni che hanno composto il nostro bacino di competenze personali diventeranno o sono già obsolete. 

Di contro, saremo costretti ad agire subito per adattarci a questo nuovo ambiente intriso di Intelligenza Artificiale: in primis, dovremmo espropriarla, limitare il potere dei suoi 5 grandi produttori e proprietari (big tech), così come avremmo, secoli fa,  espropriato le terre dei grandi latifondi: l’AI deve diventare un bene comune, regolato pubblicamente dallo Stato.

Inoltre, la sua esistenza va resa energeticamente sostenibile per noi e le altre specie di questo pianeta. Infine, dobbiamo puntare a sviluppare abilità e competenze che le macchine non possono sostituire né fare meglio di noi. Quali? Il senso dell’umorismo, l’empatia e la connessione corpo-mente.

Diciamoci la verità: se questo pezzo lo avesse scritto un’AI sarebbe senz’altro stato più fluido e più coerente. Ma io ho una cosa che lei non ha: sono viva.

Condividi l'articolo su:
Avatar photo

Pubblicato da Sara Hejazi

Cittadina italiana e iraniana, ha conseguito un dottorato di ricerca in Antropologia culturale ed Epistemologia della Complessità. Accademica, scrittrice, giornalista, collabora con molte università e fondazioni italiane oltre a scrivere su diverse testate. Ha pubblicato i saggi L’Iran s-velato. Antropologia dell’intreccio tra identità e velo (2008), L’altro islamico. Leggere l’Islam in Occidente (2009) e La fine del sesso? Relazioni e legami nell’era digitale (2017). Il suo ultimo libro è “Il senso della Specie” (Il Margine 2021).