Don Guido Avi: “Datemi una torta e vi farò una chiesa”

A Vigalzano, Don Guido lo conoscono tutti. Per questo per trovare la sua casa non occorre nessun tipo di navigatore satellitare o altre corbellerie elettroniche. Basta fermare il primo che capita e domandare di lui. Ed eccolo qui, sulla strada per Madrano, il nostro uomo, ci viene incontro con tutta la levità dei suoi 104 anni di vita e di ferma e convinta fede nel Signore. Esatto, 104 anni compiuti lo scorso 14 febbraio, giorno di San Valentino, Patrono degli Innamorati. Ma lui, Don Guido Avi, è innamorato solo di Dio e del ricordo della famiglia, dei suoi amatissimi genitori, Angelo (1878-1958) e Domenica (1889-1979). Innamorato al punto da farsi costruire una sorta di percorso tematico nel giardino di casa, con tanto di statue a grandezza naturale scolpite da Egidio Petri. “Mia madre – racconta don Guido – con quindici figli doveva prendere i secchi e andare col bazilon fino a Vigalzano a prendere l’acqua. Era un esempio di volontà ferrea”. Ci spostiamo, quindi, accanto alla statua del padre, immortalato con una vanga in mano, attrezzo su cui è inciso l’adagio che sempre ripeteva: “Sono tutte per voi, Signor Dio, queste vangate”.

Ecco che nel racconto, allora, nella storia di quest’uomo nato nel 1918, quando il Trentino asburgico era oramai in procinto di passare al Regno d’Italia, ecco che fa capolino per la prima volta quella che alla fine ci parrà la verrà protagonista: la Provvidenza. Sì, insomma quella che con Manzoni ci hanno insegnato a scuola don Guido l’ha vissuta e sperimentata in maniera diretta. Il modo attraverso il quale il Cielo spezza il circolo che aggiunge male al male, la voce che promette ai deboli e agli ultimi una redenzione.

E il primo episodio riguarda proprio papà Angelo. minatore per dieci anni negli Stati Uniti, che – racconta don Guido – “un giorno sente una voce del cuore che gli intima di uscire al giorno”. Esci al giorno, proprio così gli dice. E lui così abbandona la miniera, con gli oltre cento colleghi che tre secondi dopo periranno nel crollo delle gallerie, causato da un violentissimo scoppio. Unico a sopravvivere al disastro, Angelo Avi torna in Italia, imbraccia un badile che per lui diventa come il calice di un altare e si vota alla famiglia come un vero e proprio ideale di vita. Non per niente saranno appunto ben 15 i figli che Domenica gli darà. Al quinto della serie sarà posto come nome Guido, che nel 1942 prenderà i voti sacerdotali.

Altra piccola statua è dedicata all’amatissima sorella Sabina, a cui ricordo don Guido è particolarmente affezionato perché – dice – “si è dedicata alla mia vocazione, è stata per me un angelo, sempre sorridente, sempre al mio fianco…”.

Posa fotografica per la numerosa famiglia Avi. Qui sono ritratti 11 dei 15 figli. Guido al centro con la tonaca

TUTTI I RICORDI DI UNA VITA

Entriamo in questa casa di tre piani, affacciata sul Lago Pudro, con una splendida vista su tutti i centri abitati limitrofi. Don Guido Avi a dispetto della sua età ha movimenti agili, una parlantina precisa e forbita e lo sguardo attento di chi sa quello che deve dire e in che modo, modulando la voce nella giusta misura. Restiamo affascinati dalla precisione con cui rievoca fatti, date e personaggi della sua lunga vita. Facoltà mnemoniche che certo non ti aspetteresti da un uomo di cento anni.

La nuda proprietà della casa è stata già donata alla Parrocchia di Vigalzano. Al piano terra ci sono dei locali messi a disposizione per i bisognosi. Al secondo piano per 6 anni ha trovato accoglienza la “Fraternità don Dante Clauser”, sogno condiviso da Attilia Franchi e da Piergiorgio Bortolotti (ora la Fraternità è ospitata a Calceranica al Lago).

Sempre a piano terra, don Guido ci mostra la cappella dove celebra la messa quotidiana. “Si tratta – precisa – di una sorta di cappella dei ricordi, in quanto in essa sono contenuti oggetti e arredi provenienti da tutte le parrocchie da lui tenute nel corso della sua carriera sacerdotale: Noriglio, Rovereto, Cristo Re a Trento, Albiano, Baselga del Bondone e poi Kamauz e la Valle dei Mocheni.

Nella cappella è presente una seconda statua, questa volta in legno, del papà. Facendocela notare, don Guido allarga le braccia e – lasciandoci francamente un po’ di stucco – improvvisa un dialogo ad alta voce con il suo genitore, ovunque si trovi in quel momento: “Papà, te ringrazio della vita, dei buoni esempi… La sua morte, avvenuta nel campo, mentre vangava, nel novembre del 1958, è stato un vero e proprio inno di ringraziamento e di riconoscenza a Dio per il dono della casa e della famiglia”.

Nello studio, davanti ad appunti e fotografie selezionati per l’autobiografia

COME UN ROMANZO

Saliamo in mansarda (a piedi, tre rampe di scale…) e ad attenderci troviamo lo studio; una parete è coperta di raccoglitori, un archivio in cui è racchiusa tutta una vita. Scopriamo che il padrone di casa, pur essendo in pensione da oramai diversi decenni, non se ne sta con le mani in mano, ma sta lavorando alla sua autobiografia, ricostruendola anno per anno, che diventerà presto un libro. Un lavoro certosino per il quale lo sta aiutando Piergiorgio Bortolotti, attuale anima del Punto d’Incontro. 

Una vita che è la trama di un film, che comincia quando a 11 anni Guido confida a sua madre di voler farsi prete. Tuttavia non ci sono i soldi per mandare il ragazzo in seminario. Allora ci pensa la Provvidenza, sotto le spoglie di una signorina nobile e non credente, Enrica Stefenelli, che dà alla famiglia Avi i primi soldi per mandare il piccolo Guido in Seminario, dicendo che i sogni di un bambino non possono mai essere disattesi.

Il 5 aprile 1942, la prima messa a Madrano. “Fu una giornata movimentata –racconta – a casa fu festa senza pane perché mia mamma scambiò le tessere per le sigarette con quelle per la farina, ma la Finanza la fermò lungo la strada e gliela sequestrò. Poi arrivo mio fratello Narciso dalla Germania, di nascosto, ma i carabinieri lo vennero a sapere e arrivarono a casa per arrestarlo. Lo aiutai a sfuggire loro. Alla sera, dopo aver superato tutte queste difficoltà, spettacolo di teatrino nella scuola. Ci divertimmo tutti”.

A ventiquattro anni il giovane Guido viene mandato a Noriglio, come cappellano. Si fa prestare la bicicletta da suo fratello e, ignorando completamente dove si trovasse quella località, scende verso sud. Giunto a Rovereto, davanti al Municipio chiede ad un passante: “Per piacere, dov’è Noriglio?”. “Da questa, se vuole l’accompagno. Ci vado anch’io…”

Così lemme lemme si avvia, salendo, con questo improvvisato compagno di viaggio, che si chiama Pompeo, zoppicante a causa di una pallottola vagante che lo ha offeso durante la Prima Guerra mondiale. “Sa – dice questo tizio durante il viaggio – noi di Noriglio stiamo aspettando il nuovo cappellano…” “Ah, e com’è questo cappellano?” “Boh, sappiamo solo che è rosso di carnagione…” Rosso, proprio come don Guido.

DALLA POESIA ALLA GUERRA. E RITORNO

Se c’è un parola che potrebbe rappresentare don Guido Avi, questa è sicuramente “semplicità”. Così è semplice nei gesti, semplice mentre racconta episodi della sua vita, citando a memoria interi discorsi. Come quello del parroco di Noriglio che in punto di morte gli detta l’omelia da fare ai bimbi della prima comunione: “Dica a quei piccoli che sono fiori d’altare, angeli del paradiso, tabernacoli viventi, ecc.”, un’omelia sentita e commossa che ancora oggi, quei bambini diventati nonni, riunendosi una volta all’anno, si fanno recitare da don Guido. Poesia pura. Anche se in quegli anni – siamo tra il 1942 e il 1944 – di spazio per la poesia, a dire la verità, ve n’era ben poco.

Una notte, qualcuno bussa alla porta della canonica di Noriglio. A Volano, due soldati, un inglese e un italiano, erano saltati giù da un treno diretto nei campi di prigionia in Germania. Sopravvissuti alle sventagliate dei mitra nazisti, chiedono aiuto a don Guido e alla perpetua, sua sorella Sabina, ben sapendo che così faranno rischiare loro la vita. Solo uno dei due alla fine riuscirà a salvarsi…

Qualche anno dopo, nei primi mesi del 1945, scende a Santa Maria di Rovereto. Lì incontra un importante ufficiale tedesco che lo porta a Borgo Sacco, dalla fabbrica in fiamme salvano alcuni pacchi di sigarette. “Era un regalo interessato – dice don Guido. Di fatti di lì a poco l’ufficiale mi domanda: Padre, quanto durerà ancora la guerra? Io non lo so, rispondo. Sì voi lo sapete, insiste quello. Mah, per me durerà ancora poco, azzardo…”. Decide di aiutarlo a fuggire. Lo porta da Armando Ciaghi, in Vicolo dei Tintori e gli procura un vestito in borghese e con lui si incammina verso Trambileno, Folgaria, Caldonazzo e quindi Vigalzano.

Tuttavia l’incredibile di questa storia non sta tanto nel fatto che i tedeschi che ai vari posti di blocco li fermano non riconoscono il noto ufficiale, quanto nella circostanza che proprio quella notte Rovereto viene martellata dalle bombe, e anche la canonica viene colpita, i morti sono otto. “Quella notte io avrei dovuto essere la nona vittima – ricorda commosso. Non ho mai saputo il nome di quell’ufficiale che di fatto mi salvò la vita…” Forse era un angelo, chissà.

Tra l’altro, nei mesi che seguono la fine del conflitto, per ricostruire la Chiesa distrutta, don Guido sfodera per la prima volta la sua indole di – diremmo oggi – crowdfounder: una capacità formidabile di convincere le persone a seguirlo nei suoi propositi di raccolta fondi. “Feci preparare un camion di legna e ne feci il primo premio della lotteria. Andai in motoretta fino a Venezia a venderne i biglietti… Grazie agli introiti e agli aiuti dell’industriale Bini ricostruimmo la Chiesa di Santa Maria”.

Alcide Degasperi osserva i lavori in Cristo Re. Alla sua sinistra, un gongolante Don Guido

CRISTO RE: “UNA TORTA È UN PUGNO D’AMORE”

Quando il 6 gennaio del 1948 don Guido Avi arriva a Trento, la zona compresa tra il Ponte di San Giorgio e Campotrentino è tutta un’immensa palude, una zona destinata tra l’altro essenzialmente ad insediamenti militari; gli eserciti in transito verso la Germania sostavano. L’Ente autonomo Case Popolari stava edificando le prime abitazioni. Mancava una chiesa… “Il vescovo Carlo de Ferrari mi chiamò e mi disse di pensarci… Bene, pensai io. Parroco di una parrocchia che non c’è… Per la parte economica, come si fa? Chiesi timidamente. Lui rispose solennemente che per quella tutto era provveduto”. In realtà non era provveduto proprio un bel niente. Non c’era un posto per dormire né uno per mangiare. Bisognava inventarsi qualcosa. E far affidamento sull’ospitalità della gente.

Ma il vero lampo di genio don Guido lo ha nella Cappella di San Benedetto, la cosiddetta “Cappella dei Ferrovieri”, in corso Buonarroti. Un’idea che cambierà la sua vita e quella dell’intero quartiere. “So che non avete soldi, dice ai ferrovieri, ma io vi dico: datemi una torta e vi farò una chiesa. Cos’è una torta? È un pugno d’amore e tanti pugni d’amore fanno una montagna d’amore. Voi potete fare il miracolo…”.

E saranno migliaia le torte, di ogni tipo, forma e colore, che invaderanno la città e il Trentino tra il 1948 e il 1952, anni in cui viene edificata la chiesa di Cristo Re. Torte che naturalmente vengono vendute in numerosi vasi della fortuna. “Durante il primo incassammo tre milioni e mezzo di lire, una cifra enorme per quell’epoca”. Nasce così l’appellativo di “Don Torta”, nome omen che identificherà il nostro parroco per il resto della sua lunga vita.

Tra le torte in Cristo Re. Se ne venderanno a migliaia…

UOVA, NOCI, TUNICHE E UN PIZZICO DI INVIDIA

Non vi sono solo i dolci in questo miracolosa pluriennale di raccolta fondi. Ci sono anche le uova e le noci. “Ai bambini chiesi un uovo e ne arrivarono camionate, al punto che mi vidi quasi perso. Mi avevano preso in parola!”. 

E le noci? “A Pasqua – racconta ancora don Guido – andai con i chierichetti alla Pedrotti Frutta per benedire la fabbrica e vidi un grande salone con alcune operaie che spaccavano noci. Domandai al titolare a cosa servisse quel lavoro e mi rispose che doveva spedire 300 quintali di gherigli in Egitto. Finì che coinvolsi tutta la parrocchia in questa attività, orgoglioso di aver trovato un lavoro che poteva fare chiunque: bambini, disabili, anziani. Chiamai il telefono amico (un sistema che mi permetteva di contattare tutto il rione in breve tempo) e in dieci minuti tutti furono avvisati della riunione serale in cui spiegai come si potevano raccogliere nuovi soldi per la chiesa. Il sindaco Piccoli prese due quintali di noci da spaccare e chi non aveva posto nelle case si metteva su delle assi all’aperto”.

In questa fonte inesauribile, c’è anche un aneddoto simpatico che riguarda anche Alcide Degasperi. Il Presidente del Consiglio è in visita a Trento e don Torta non perde tempo per chiedere anche a lui un aiuto. “Prendo coraggio, vado al Grand Hotel e gli chiedo una mano. Lui sorride e ordina al suo assistente, un giovane Giulio Andreotti, Giulio, tira fuori le offerte che hai in quella borsa… C’erano trecentomila lire…”.

Le capacità di questo prete naturalmente non mancano di suscitare i mormorii e le piccole invidie delle altre parrocchie cittadine. Il suo stile è innovativo e fresco, per niente paludato, lo spirito di un uomo tra gli uomini che ama la sua Comunità e detesta le prepotenze e le differenze sociali. A tal proposito è bello ricordare che don Guido è stato anche autore della micro-rivoluzione legata agli abiti che i bimbi indossano durante la Prima Comunione. Se oggi vestono tutti allo stesso modo, con una castigata tunica, anziché con abiti più o meno ricercati, è merito propri del sanguigno don Torta e della sua democrazia ecclesiastica.

La cappella in cui sono raccolti i ricordi di tutte le parrocchie tenute da don Guido nella sua vita

ALTRE PARROCCHIE

Vi sono altre parrocchie, altre comunità nella lunga attività sacerdotale di don Guido. Di Albiano (1968-1975) ricorda le messe dette nelle cave di porfido; a Baselga del Bondone (1976-1990), il giorno dell’addio, i parrocchiani gli legano l’auto ad una grossa quercia. Anche il ricordo di Kamauz è legato all’edificazione di una chiesetta che abbraccia le due sponde della Valle dei Mocheni. Siamo nel 1983. “Non volevo chiedere soldi alla gente, ma c’era un debito di dieci milioni di lire… Soldi anticipati a mio rischio e pericolo”. Don Guido confessa durante una messa tutta la sua preoccupazione e al termine della funzione la gente di Kamauz gli dice di aspettare. Letteralmente, di aspettare lì seduto sul prato! In pochi minuti i dieci milioni arrivano

L’archivio di una vita lunga oltre cento anni

“NON HO UN CELLULARE, VIVO SOLO DI RICORDI”

Scusi don Guido, una curiosità: ma lei ce l’ha un cellulare? Usa Internet?
Tentenna. Poi risponde risoluto: “Io non ho più nulla. Sono povero..: Vivo di ricordi.”
Qual è il suo primo pensiero al mattino, ora che ha compiuto un secolo di vita? “Grazie Signore Dio per il tempo che mi doni e per questo riposo. La mia vita è un grazie quotidiano. Ogni giorno è per me un regalo. Mi vengono a mancare le forze, ma il cervello mi è rimasto, ricordo, memorizzo e intuisco ancora. Se non è un dono questo”.

Si considera fortunato? “No, mi considero graziato. Aver avuto una famiglia come la mia e tutte le persone che attraverso la Provvidenza mi hanno aiutato durante tutti questi anni”.

Piccolo post scriptum: a pochi giorni dal suo centesimo compleanno (non ce lo ha detto lui, lo abbiamo letto sul web), don Guido ha consegnato alla Caritas di Spoleto-Norcia 30mila euro, legati alla vendita del libro sui suoi 76 anni di vita sacerdotale “Un gerlo di storia e di Provvidenza”. Anche lui, dunque, si è fatto alla fine strumento di un miracolo che non può continuare a non stupire.

Due passi nell’orto, con vista sul Lago Pudro
Un bacio per il mezzobusto della sorella Sabina, una vita al fianco del fratello sacerdote

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Pubblicato da Pino Loperfido

Autore di narrativa e di teatro. Già ideatore e Direttore Artistico del "Trentino Book Festival". Il suo ultimo libro è: "La manutenzione dell’universo. Il curioso caso di Maria Domenica Lazzeri” (2020).