L’Unione Europea? È datata più o meno 4500 a.C.

Dolmen in Corsica

Tempi bui si profilano per la libertà di circolare liberamente all’interno dell’Europa. Ciò che noi giovani anelavamo un tempo – il dimenticare carta d’identità e passaporto in fondo allo zaino –, passeggiando tranquillamente al di qua e al di là dei confini, oggi è messo in pericolo da gracidanti voci di ammalianti sirene improvvisate. Certo, non tutto è perfetto ma è anche vero che tutto è perfettibile, basta avere l’impegno sempre in mente e una mano sul cuore. Uscire dall’Unione europea sarebbe una tragedia immane e i nostri cantori del malaugurio non sanno che l’unità europea non nasce quel fatidico 25 marzo 1957: la prima esperienza di unità di un’Europa allargata, dall’Irlanda all’isola di Malta, dalla Spagna alla Danimarca alla Turchia (che per anni ha aspirato inutilmente a farvi parte) all’Inghilterra (alla faccia all’infausta “Brexit”) è datata attorno al 4500 a.C., in pieno periodo neolitico. Parliamo della civiltà megalitica, una civiltà estesa e comune da oriente ad occidente, da meridione a settentrione, caratterizzata dalla presenza di grandi pietre – dal greco antico mégas, grande, e lithos, pietra – utilizzate per la costruzione di strutture o monumenti senza l’uso di leganti.

Dolmen, menhir, cromlech e le sarde “tombe dei giganti” punteggiavano le alture delle terre europee e ancor oggi si presentano numerosi nei luoghi più suggestivi dell’Europa, comprese le isole. Una cultura costruttiva unica e una cultura funeraria e rituale dalle identiche caratteristiche – pur nelle varianti regionali – segnavano le terre che vanno dal Mediterraneo al Mare del Nord, dall’Oceano Atlantico alle steppose terre mediorientali. Anzi, la presenza di questa cultura andava ben al di là dei confini attuali dell’Unione Europea, toccando terre come Israele e il nord Africa, in un’inconsapevole geografia politica ben più allargata e significativa (sebbene testimonianze megalitiche si affaccino anche, come dimostrano recenti ricerche, in America meridionale, Cina, Corea, India e Giappone).

Che i nostri avi, senza saperlo, avessero trovato il “senso di stare al mondo”? In un’età in cui l’humus economico e culturale affondava le radici in un sostrato comune e l’espressione religiosa, sacra e artistica, era fondata sul mito dell’eterno ritorno, si poteva camminare per i sentieri del mondo incontrando delle costanti in cui ci si poteva sentire a casa indipendentemente dalla latitudine e dalla longitudine. Pur nella diversità, pur nella varietà, un individuo poteva partecipare ai riti funerari o ai preparativi alla caccia nella consapevolezza che ogni suo atto era compreso, capito, condiviso. Se la violenza si affacciava nella vita quotidiana questa era legata all’universale e mai tramontato bisogno di potere dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla terra. Ma questo tema, seppur connaturato ad ogni cultura, esula dal discorso che facciamo in questa sede.

Il bisogno di camminare in una terra senza confini va di pari passo con la gioia e la possibilità di usare una moneta unica ovunque, senza bisogno di fare le file agli sportelli dei cambi, di lambiccarsi il cervello per calcolare il tasso di cambio, di pagare tranquillamente senza sorprese. Saranno discorsi semplici, non legati a riflessioni economiche, politiche e sociali, in un periodo in cui buona parte della nostra classe “politica”, dei quotidiani e dei programmi di questa campagna elettorale perenne, tracciano i motivi per dire NO all’euro e NO all’Unione Europea, ma io mi schiero con tutto me stesso con l’Unione Europea. Di più. Mi sento a pieno diritto figlio – e ne vado fiero – di quella cultura megalitica che ha attraversato, per millenni, l’Europa, il Mediterraneo, il mondo noto e quello “sconosciuto”. Auspico un’Unione che comprenda non solo le sponde settentrionali del mar Mediterraneo e gli stati continentali, compresa la fuggitiva Gran Bretagna, ma anche i paesi del Maghreb, la Turchia e in generale tutti i paesi che si affacciano su quello che era il “Mare Nostrum”. E ancora, vorrei un giorno poter camminare dall’antico porto fluviale di Sacco e scavalcare gli Urali e scendere nelle ancor magiche terre di Samarcanda, attraversare le bruciate montagne dell’Afghanistan senza mai presentare un passaporto, senza mai cambiare la moneta, senza mai dover sostenere una religione rispetto ad un’altra, senza mai dover difendere questa o quell’altra idea ma semplicemente, e forse “buddisticamente”, essere e comprendere.

Forse i cristiani – cattolici, ortodossi, protestanti, valdesi, ecc., ma anche gli ebrei, i musulmani sciiti e sunniti – d’Europa dovrebbero ricordarsi la forse fin troppo dimenticata frase di un anonimo cristiano del II secolo che recitava: I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per il territorio né per la lingua né per i vestiti. Essi non abitano città loro proprie, non usano un linguaggio particolare, né conducono uno speciale genere di vita … Abitano la loro rispettiva patria, ma come gente straniera; partecipano a tutti i doveri come cittadini e sopportano tutti gli oneri come stranieri. Ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera.

Corsica, cultura megalitica
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Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com