La gavetta non è la schiavitù (e si continua a confonderle)

Ho 23 anni e ho seguito le istruzioni alla lettera. Elementari, medie, un liceo serio (sì, ho studiato anche il latino), università. Ho perfino fatto quello che chiamano “stage non retribuito”, che è poi solo un modo elegante per definire una truffa legalizzata: tu lavori, e indietro non ricevi nulla. Loro dicono di ripagarti in “esperienza e insegnamenti”. In rari casi è anche vero, ma resta un problema pratico: quando il commesso in cassa mi chiede “Signorina, carta o contanti”, non posso rispondere “esperienza”.

Il lavoro che non arriva

Ora io, come gran parte dei neolaureati che conosco, passo circa sei ore al giorno a scorrere LinkedIn, Jooble, Indeed e altre innumerevoli piattaforme di ricerca di lavoro, in cerca di un’offerta decente. Il pendolo oscilla tra la disperazione e la risata isterica, perché quando leggi “cercasi giovane neolaureato, richiesti almeno 5 anni di esperienza”, viene un po’ da ridere. Stessa reazione per “full time, 8 ore al giorno, 5 giorni a settimana, stipendio 800 euro”. Il problema è che dopo il trentesimo annuncio così, poi il cinquantesimo, poi il centesimo, non fa più tanto ridere.

Va bene, lo ammetto: una parte di responsabilità ce l’ho anch’io. Ho scelto la via umanistica. Ingegneria e fisioterapia non mi interessavano, e continuo a pensare che chi studia le materie umanistiche valga quanto chi studia quelle scientifiche. L’ho sempre sostenuto, l’ho gridato con fermezza e continuerò a farlo. Ma vedere i miei amici ingegneri fare i primi investimenti, mentre io faccio ancora la spesa guardando agli sconti invece che ai miei gusti, inizia un po’ a pesarmi.

La vita che vorrei permettermi

Eppure, io avrei così tanta voglia di lavorare. Vorrei una mia macchina e non doverla chiedere in prestito a mia madre, vorrei potermi permettere un affitto, perché la camera di quando avevo sedici anni comincia a starmi stretta addosso. Sapete cosa vorrei anche? Una famiglia, un giorno. Non è vero che la mia generazione non vuole più figli: è che non sappiamo come mantenerli. E se mantenerli significa non vederli crescere perché chiusi in ufficio dodici ore al giorno, forse il conto non torna. 

La gavetta e il vecchio del bar

Provate a raccontarlo, però, al vecchio che sta sempre al bar sotto casa mia. Lui dice che la mia è una generazione di pigri. Lui, che è andato in pensione a cinquant’anni. Lui, che la benzina la pagava un euro al litro e che dopo sei mesi di lavoro si è aperto un mutuo. Se ne sta lì, ci guarda, critica i nostri corpi tatuati, come se fosse tanto importante poi, e ripete a macchinetta: “la gavetta dovete farvi”.

Vorrei spiegargli che tra gavetta e schiavitù c’è una differenza. E dirgli anche che la gavetta me la farei volentieri, anzi, me la sto facendo, ma non vedo un punto d’arrivo. Il patto che reggeva il mondo dei nostri genitori, fedeltà all’azienda in cambio di sicurezza, pensione, scatti di carriera, non sembra esistere più. Ed è proprio qui che, credo, il vecchio del bar e io smettiamo di parlare la stessa lingua.

Io comunque non voglio una grande, mastodontica, gloriosa carriera. Voglio un lavoro che mi paghi il necessario e che, possibilmente, non mi faccia svegliare con l’ansia in gola la mattina. Lo dico da sempre, e i “grandi” mi guardano (non lo dicono, ma io lo so che lo pensano) come se fossi una sorta di sfigata priva di qualsiasi ambizione. Il fatto è che non conosco ambizione più grande del desiderare una vita serena, una famiglia unita, delle amicizie vere.

Il lavoro non è tutta la vita

Io, e buona parte della mia generazione, non crediamo di essere il nostro lavoro. Se faccio la professoressa, non sono soltanto una professoressa: sono un miscuglio di esperienze, incontri, letture, cicatrici… e in tutto questo c’è anche il lavoro, ma non ne è il centro. Per noi il lavoro non è il punto d’arrivo. È il mezzo per arrivare a tutto il resto. Ed è anche per questo che non voglio un lavoro full time a mille euro al mese. Non lo voglio per me, e non lo voglio perché non voglio vedere la generazione dopo la mia accettarne uno da settecento.

Ha ragione, il vecchio, quando dice che i ragazzi di oggi non restano in ufficio fino a sera tardi. Io voglio tornare a casa mia, cenare con chi amo, leggermi un libro. Ma prima, quelle ore di lavoro, me le faccio con serietà e determinazione, a patto che siano onestamente retribuite. Forse è proprio questa la differenza più sostanziale che divide la mia generazione e la sua: noi il burnout non lo consideriamo una medaglia. I nostri genitori hanno imparato a portarlo come prova di valore; quante ore, quanto sacrificio, quanto stress sopportato in silenzio. Ma il corpo prima o poi presenta il conto, e per me nessun lavoro vale quanto la mia salute, fisica e mentale.

L’incertezza del futuro

E come se non bastasse già tutto questo, c’è la ciliegina sulla torta: quel mucchio di sistemi informatici in grado di simulare funzioni e capacità umane. La cosiddetta “AI”, che forse tra qualche decennio definiremo come “la più grande catastrofe” o “il suicidio planetario”, chi lo sa. 

Qualche mese fa chiesi a una mia professoressa universitaria qualche consiglio sui possibili lavori nel mio campo di interesse. Lei mi guardò con uno sguardo misto tra la pena e il sincero dispiacere e mi rispose: “Signorina, non so cosa dirle, con le AI non so quali lavori esisteranno e quali no tra un paio d’anni”.

Se non lo sa lei, figuratevi io.

Quindi cosa volete che vi dica? Ho paura? Sì, molta. Qualche volta il respiro mi si blocca all’altezza del plesso solare. Inspiro, l’aria entra dal naso, ma d’un tratto la mia trachea si serra ostruendone il passaggio, i miei polmoni si stringono e io rimango immobile sul punto di soffocare. Ma comunque sorrido. 

A tanti grandi motti non credo più, come quello del “lavora sodo e sarai sicuramente ripagato”, ma a quello “guarda sempre al positivo” invece mi ci aggrappo ancora stretta.

E allora continuo a ballare, a stare con i miei meravigliosi amici, con quello che è il mio splendido fidanzato, abbraccio forte i miei nonni che fortunatamente ho ancora. E poi sì, continuo a cercare lavoro. E qualcosa arriverà. O qualcosa cambierà.

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Pubblicato da Greta Moschen

Greta Moschen è una studentessa di Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano, con un forte interesse per la scrittura, la produzione audio e la comunicazione culturale. Ha maturato esperienza nell’assistenza alla produzione di podcast e nelle attività di redazione presso Spazio Umano APS. Collabora con Sentieri del Cinema alla realizzazione di recensioni e progetti editoriali e ha lavorato come content creator per Notorious Cinemas. Si occupa inoltre di promozione editoriale e critica letteraria attraverso il proprio profilo TikTok.