Presepi: un viaggio misterico che porta verso la luce

Bressanone, Franz Xaver Nissl, 1800

Un tempo l’odore della neve in arrivo coincideva con la casa che si animava e si accalorava nella preparazione del presepio. Tutta la famiglia era coinvolta nel ripetere l’antico gesto della costruzione, per quanto povera, del presepio: ogni statuetta aveva il suo significato, il tempo scandiva l’avvicinarsi del momento magico in cui si depositava nella culla il Bambin Gesù. Le prime rappresentazioni del presepio risalgono al IV secolo, quando il bambino lo si vede posato direttamente sulla nuda terra, come per rimarcare antichi riti e arcaiche feste propiziatorie di fine d’anno, quando un profondo senso di angoscia prendeva gli uomini di fronte allo spettacolo terrificante di una natura che, non generando più i suoi frutti, sembrava destinata a spegnersi per sempre. Testimonianze ricordano che già ad Alessandria d’Egitto, proprio la notte del 24 dicembre, si svolgeva una festa rituale in cui, mentre si portava in processione un bambino fasciato raffigurante Horus, figlio divino di Iside, i sacerdoti annunciavano al popolo che la Vergine Iside aveva partorito e che il Sole era tornato a splendere in cielo. Un ricordo di ciò rimane vivo nei ceppi o fuochi di Natale, accesi nelle case in alcuni paesi delle nostre valli per tutta la notte, a simboleggiare il tentativo di incatenare il sole e costringerlo a un ritorno forzato sulla terra.

Pietro Deflorian, Tesero, 1920
Giovan Battista Jellici, fine ‘800

Ed è per questo che il presepe viene fatto di sera o di notte, momento temporale indicativo di un viaggio misterico, di una discesa, di un cammino nel mondo sotterraneo dove, superate le angosce del buio, sarà possibile partecipare all’epifania della nuova luce che determinerà il capovolgimento della morte e il ritorno del ciclo vitale. È nella notte di Natale che si depone il Bambino nella culla, non dimenticando che in origine la festa del Natale coincideva con quella dell’Epifania, come avviene ancor oggi nei paesi cristiano ortodossi, e non con il 25 dicembre, festa del romano Sol Invictus. In Occidente, sotto l’influsso francescano (1223), il Natale assume un carattere più pittoresco con la rappresentazione popolare del presepe. La pietà s’intenerisce e si attarda sull’aspetto umano del mistero, mettendo in luce la festa intima della “Sacra Famiglia”, dell’Uomo-Dio, composizione molto diffusa in occidente e del tutto sconosciuta in oriente dove prevale il Dio-Uomo. È anche vero che accanto alle versioni ufficiali, quelle scarne riportate dai Vangeli e a cui sono legate le iconografie più classiche, esistono molte varianti frutto di tradizioni parallele, raccolte dai Vangeli apocrifi con le loro allusioni misteriose o esoteriche. In mancanza poi di canoni strutturati – ad es. i Vangeli non parlano della grotta – gli artisti hanno arricchito, fino ad oggi, le figure e le composizioni attribuendo loro significati e simboli i più diversificati. Nel XVI secolo perfino Carlo Borromeo, nella sua riforma, si scagliò contro i fedeli invitandoli a ripulire da orpelli e fantasie l’arte sacra, compreso il presepio, per riportare l’attenzione sui puri valori devozionali. 

Tesero, Corte dele Bolcàne, 2013

In regione è arrivato fino a noi l’esempio di un presepio scarno, essenziale, legato alla tradizione ortodossa, lontano dall’immagine idilliaca di un bambinello. Nella porta medioevale d’Aricarda nel santuario di S. Romedio, metà nascosta nello stipite sinistro, c’è una Natività con la Madonna e il Bambino sdraiati, mentre nella parte più interna, non visibili, ci sono il bue e l’asino. Il Bambino-Cristo ha un’aureola suddivisa da tre croci, irradiante la Luce trisolare, come si legge nei testi bizantini: dopotutto il Natale non è la festa anche della Luce? Al tralcio di vite che sovrasta viene delegata la funzione di farci capire che queste sacre figure sono all’entrata di una grotta: il Bambino giace sull’orlo dell’abisso, all’entrata tenebrosa delle viscere, là dove è collocato l’Inferno. Il Cristo è nato all’ombra della morte. La Natività inclina i cieli fino agli inferi e noi contempliamo, adagiato nella mangiatoia, l’Agnello di Betlem che ha vinto il serpente e dato la pace al mondo.

Spetta poi ad Hans Klocker (1490), scultore d’altari, nell’Adorazione di Gesù Bambino ora al Museo Diocesano di Bressanone, guidarci verso un’altra direzione forse più “naturale”: il Bambino è disteso sul mantello della Vergine Maria. Nella metà del XVIII secolo le riforme anticlericali dell’illuminismo vietarono anche nel Tirolo l’allestimento dei presepi in chiese, monasteri e residenze principesche, dando l’avvio però alla grande stagione dell’arte presepiale privata: in ogni casa, in ogni stube contadina, in ogni salotto borghese rifiorì l’arte dell’intaglio e della pittura su carta che portò alla nascita di esperienze come quella di Tesero in Trentino e alla fondazione, nel 1909, dell’Associazione degli Amici del Presepio in Sudtirolo.

Riacquistare le motivazioni simboliche, risacralizzare il contenuto
Mentre per il cristianesimo ortodosso la Natività del Cristo segna la nascita dell’icona raffigurante il Verbo che s’è fatto carne e Dio si fa uomo perché il Figlio è anche l’immagine del Padre, in Occidente il presepio diventa il luogo del magico familiare. Un luogo che in certi casi travalica la cucina contadina – il sito più caldo della casa – perdiventare esperienza comunitaria, come accadde a Tesero in val di Fiemme, dove alla fine del ‘700, in maniera del tutto autonoma rispetto alla realtà del Principato Vescovile di Trento, nasce e si sviluppa un’espressione popolare ai confini con l’artisticità. In molte case ancora oggi è consuetudine preparare la scena della Natività e da alcuni decenni in paese viene allestito all’aperto un grande presepio che riassume ed esalta, nella composizione e nelle figure, le caratteristiche proprie della tradizione locale ed è sentito come il segno comunitario più significativo per la celebrazione dell’intero ciclo natalizio. Poi, con quest’anno, ci sarà il ritorno in Piazza Battisti del “Grande Presepio” mentre nelle antiche stalle e cantine del “Moreti” nella storica Casa Jellici sarà presentato un allestimento inedito. Ci saranno 21 punti di interesse in paese che ci accompagneranno nel mondo del presepio. Ma Tesero non è l’unico paese. 
A Denno ben 90 presepi faranno capolino dai volti e dalle case del paese anaune mentre a Rango nel Bleggio, uno dei borghi antichi più belli d’Italia, anche quest’anno i “porteghi” e le stalle si apriranno per accogliere presepi e mercatini. A San Paolo (Appiano) di presepi ce ne saranno ben 100, che catalizzeranno l’attenzione di un turismo colto e interessato.
Nel palazzo vescovile di Bressanone troviamo una vera e propria raccolta di presepi iniziata tra il 1791 e il 1828 dal conte Franz Karl von Lodron, il quale commissionò ad August Alois e al fratellastro Josef Benedikt Probst di Vipiteno un presepio liturgico composto da più di 4.000 piccole figure, comprendendo la nascita e la Passione di Gesù umano. Inoltre l’Hofburg brissinese accoglie centinaia di presepi, da quelli barocchi ai contemporanei, da quelli lignei a quelli in maiolica e carta – svariati sono riprodotti e in vendita per consentire ad ognuno di costruire il proprio –, passando per il presepio siciliano e quelli d’avorio genovesi, quello domestico napoletano e quello moderno liturgico di Maria Delago e Martin Rainer.
Ogni presepio porta con sé una ricca tradizione iconografica. Pensiamo alla presenza del fiume o del laghetto: il fiume rappresenta il passaggio dalla realtà quotidiana ad una diversa dimensione, come avviene per Dante che attraversa l’Acheronte. A questo elemento sono legate le figure del pescatore e della lavandaia. C’è il mugnaio, solitamente sporco di bianco – la farina e l’imbiancamento sono noti simboli di morte –, e infine i tre re Magi, che rappresentano il viaggio notturno dell’astro che termina lì dove si congiunge con la nascita del nuovo sole bambino.
I pastori poi, così ricorrenti, simboleggiano l’estrema semplicità di chi per primo accolse il Bambin Gesù e, un tempo, la gestualità rappresentata – oltre all’agnello sulle spalle, chiara raffigurazione dell’Agnus Dei – era quella dell’orante, vale a dire con le mani protese in avanti, e conferiva a questi personaggi una sacralità epica che oggi è sparita del tutto. Infatti oggi bisogna constatare che, perse le motivazioni simboliche della rappresentazione, il carattere dei personaggi appare desacralizzato e svuotato di contenuto e l’affascinante suono delle zampogne è stato sostituito dalle note stridenti di Jingle bells.
Tesero

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Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com