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Inventare il colore e riempirci una vita

Perché raccontare la storia di un genitore che non c’è più? È lo stesso motivo per cui finiamo per assomigliare loro, a mano a mano che passa il tempo? O è una forma di compensazione della mancanza, un anestetico per spegnere la paura della morte, quella percezione che rischia di farci impazzire prima ancora che la morte arrivi?
O forse ripercorriamo la storia di un padre o di una madre semplicemente perché ci mancano come niente altro al mondo.

In L’invenzione del colore (La nave di Teseo, 393 pagine, 20 euro), Christian Raimo ci conduce negli anfratti dei ricordi che lo legano a suo padre Raffaele, ma anche a sua sorella Veronica e al grande amore della sua vita, Gadda.

Le storie, i romanzi ben scritti – vissuti prima che scritti – hanno questo potere: permettono a chi legge di “ricollocarsi” nella propria vita, qualche millimetro più in là o più in qua. Un sollievo dalla posizione forzata a cui spesso l’esistenza costringe. È come se, stringendo un patto con l’autore, la lettura correggesse piccole imperfezioni mentali, eliminando una serie di fastidi. Alcuni potrebbero chiamarlo effetto consolatorio, ma probabilmente è qualcosa di più.

Il titolo richiama il primo claim della Technicolor Italia, azienda in cui Raffaele Raimo lavora e a cui contribuisce in modo decisivo nello sviluppo di tecnologie legate all’uso del colore nella cinematografia.

Da bambino, a Christian avevano detto, quasi senza enfasi, che suo padre aveva fatto qualcosa di importante. Non se ne parlava mai davvero: restava lì, come un fatto sospeso, qualcosa che apparteneva alla famiglia più che alla storia. Solo molti anni dopo, quando le notti cominciano a riempirsi della sua presenza, quell’idea ritorna. Anche perché, come suggerisce il romanzo, spesso sottovalutiamo le capacità mnemoniche dei bambini.

Nei sogni il padre non è morto. È vivo, semplicemente andato via. Non c’è spiegazione, non c’è scena d’addio. Questa assenza opaca e ostinata si impone nella vita di Christian, che ha cinquant’anni e insegna al liceo, dove ogni giorno oscilla tra ironia e disagio: studenti che non riesce davvero a conquistare, relazioni sentimentali che si riaprono e si richiudono senza mai finire. Come quella, centrale nel romanzo, con Gadda. Un legame che, nonostante le apparenze iniziali, fatica a trovare un baricentro – forse perché un baricentro in amore non esiste, e anche la sincerità può avere una sua tossicità. “La sincerità – gli dice Gadda – non è dire tutto quello che hai in testa. Quella è la follia”.
Per Gadda la cultura è l’oppio dei popoli e l’ossessivo ricorso alla memoria è un errore: quando uno è morto è morto, è così che funziona. Le fa eco Christian, rimpiangendo un impegno civile che avrebbe potuto essere più dirompente e che invece si è ridotto a “decenni di mancate esplosioni”. “Alle volte non vorrei che le cose succedessero. Alle volte vorrei semplicemente che ce ne fosse la possibilità: e basterebbe quello”.

Christian comincia a cercare. Senza metodo, quasi controvoglia. Un’indagine che somiglia più a un ritorno che a una scoperta, dove ogni dettaglio – le estati dai nonni, i film visti da bambino, i frammenti della vita dei genitori – si lega all’altro senza un ordine apparente. E dentro questo movimento lento prende forma anche un’altra evidenza: somiglia a suo padre più di quanto abbia mai voluto ammettere.

Seguendo le sue tracce, Raimo attraversa insieme la propria storia e quella collettiva, come se tutto fosse stato fin dall’inizio parte dello stesso racconto. Compreso quello strano e tardivo interesse del padre per i massacri di bambini nella storia, dalla Strage degli Innocenti a Beslan. Al centro, quasi invisibile eppure decisiva, resta sempre l’azienda a cui ha dedicato la vita, e che ha inciso non solo sull’immaginario di milioni di persone, ma anche, silenziosamente, sul destino della loro famiglia.

E solo così L’invenzione del colore avrebbe già fatto, alla grande, il suo sporco lavoro di libro. E invece Raimo, nelle pagine conclusive, offre una bonus track: un’epifania che è meglio non svelare, la via crucis di un’anima affamata di verità un’epifania che è meglio non svelare: la via crucis di un’anima affamata di verità, che cade e si rialza, cerca e non trova, chiede e spesso resta senza risposta, passando dalla ricerca di un padre a quella di se stesso. Con la chiara consapevolezza, ora, che “la relazione con Gadda serviva a non porsi domande su domande sulla vita, ma a vivere con la stanchezza della felicità dei sensi, e della presenza continua l’uno dell’altra, progettare vacanze, avere fame, sonno, voglia di calore”.

E allora, ecco di nuovo quella domanda: perché raccontare la storia di un genitore che non c’è più? Forse perché arriva per tutti, prima o poi, il momento in cui il bianco e nero va stretto. Ed è allora che diventa necessario – costi quel che costi – inventare il colore e riempirci la vita.

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Pubblicato da Pino Loperfido

Autore di narrativa e di teatro. Ideatore e Direttore Scientifico del "Trentino Book Festival". I suoi ultimi libri sono: "La grande nevicata dell'85", "Il dono", "La manutenzione dell’universo. Il curioso caso di Maria Domenica Lazzeri” e "Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis". Nel 2022 ha vinto il premio giornalistico "Contro l'odio in rete", indetto da Corecom e Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige. Dirige la collana "Solenoide" per conto delle Edizioni del Faro.