
Nel Tirolo di fine Ottocento le cose sono semplici e immutabili, forse come un po’ ovunque e in qualsiasi epoca. I campi, le stagioni, la messa la domenica, il lavoro al maso. La vita si muove dentro un orizzonte ristretto fatto di montagne, fatica e silenzio. La Ridanna è una valle appartata, una di quelle dove la discrezione non è una virtù ma una necessità. Le famiglie contadine vivono senza attirare l’attenzione del mondo esterno. Almeno fino a quando non viene alla luce Maria Fassnauer. È il 28 febbraio 1879.
All’inizio nessuno capisce cosa stia succedendo. La bambina cresce, semplicemente. Cresce più degli altri. A tre anni è già più alta dei coetanei. A sei la differenza diventa evidente. A dieci non è più possibile ignorarla. Qualcosa nel suo corpo lavora in modo sbagliato e instancabile: un tumore all’ipofisi produce continuamente l’ormone della crescita. Il risultato si chiama “gigantismo”.
Maria continua a crescere quando gli altri smettono. A quindici anni supera già i due metri. Intorno ai vent’anni arriva a circa due metri e venti. Alcuni dicono 2,17, altri 2,27. In ogni caso è una statura che, nel mondo contadino della Val Ridanna, appare quasi irreale.
Nelle fotografie dell’epoca si vede una donna altissima, vestita con il costume tradizionale tirolese, un grande cappello, le mani enormi posate con una delicatezza sorprendente. Accanto a lei gli altri sembrano bambini.
La gente viene apposta per guardarla. Arrivano visitatori dalle valli vicine. Poi da Vipiteno. Poi da Bolzano. Si fermano davanti allo Staudenhof, il maso della famiglia Fassnauer, e chiedono di vedere la ragazza gigante. Alcuni sono gentili. Molti no. Gli sguardi sono lunghi, insistenti, quasi chirurgici.
Per Maria è un dolore. Non perché sia orgogliosa. Tutte le testimonianze concordano su un punto: è una ragazza dolce, timida. Evita il contatto fisico con i compagni di scuola perché teme di far loro male. Aiuta nei lavori del maso anche se il suo corpo non è affatto forte come la sua altezza fa pensare. Le ossa sono fragili. La schiena tende a incurvarsi. Il respiro è spesso corto. Il gigantismo costruisce un corpo enorme ma lo rende fragile come una struttura troppo alta.
Intorno ai 18 anni arriva la seconda trasformazione della sua vita: arrivano i giornalisti.

Le storie strane viaggiano veloci. Le fotografie della gigantessa del Tirolo cominciano a circolare. Gli impresari di circo scrivono lettere alla famiglia offrendo denaro in cambio di una cosa molto semplice: mostrare Maria al pubblico.
Inizialmente il padre e la madre rifiutano. Sono poveri, ma non vogliono che la loro figlia diventi un fenomeno da baraccone. L’idea di esibire una figlia davanti a folle curiose è quasi inconcepibile. Ma la povertà ha una forza persuasiva particolare. La famiglia ha altri figli da mantenere, la terra è poca e dura, gli inverni sono lunghi.
Maria capisce prima degli altri che quella stranezza biologica che la fa soffrire può diventare anche l’unico modo per aiutare i suoi. Così prende la decisione più difficile: accetta.
Nel 1906 lascia la valle insieme alla sorella Rosa. Comincia una vita completamente diversa. Le città europee scorrono come scenografie: Vienna, Berlino, Amburgo, Monaco, Londra, Manchester. Il suo nome d’arte è semplice: Mariedl, la donna più alta del Tirolo.
L’esibizione è banale. Cammina. Si siede. Solleva oggetti quotidiani. Beve da una tazza troppo piccola per le sue mani. Fa cose normali che, nel suo caso, sembrano imprese.
La gente paga per guardare.
C’è qualcosa di ambiguo in queste esibizioni di inizio Novecento. Da una parte lo stupore scientifico, la curiosità per il corpo umano. Dall’altra qualcosa di più antico: il piacere di osservare la deformità.
Maria diventa famosa.
Viene esposta alla Mostra Universale di Bruxelles. Viene ricevuta perfino alla corte dell’imperatore Francesco Giuseppe. Nei giornali viene presentata come “una meraviglia naturale”. Nelle fotografie indossa sempre il costume tirolese, come se la sua altezza fosse una specie di estensione folkloristica delle montagne da cui proviene.
Ma dietro quella fama c’è una vita estremamente solitaria. Gli impresari non le permettono quasi mai di uscire liberamente. Se la gente la vedesse per strada gratuitamente, l’attrazione perderebbe valore. Così Maria resta spesso chiusa nelle stanze degli alberghi o nei retro dei padiglioni. Le città europee passano accanto a lei senza che lei possa davvero vederle.
Scrive lettere alla famiglia. In quelle lettere compare sempre la stessa parola: nostalgia.
Poi accade qualcosa che sembra uscito da una storia di Federico Fellini. Succede in Inghilterra. Maria incontra un uomo che, come lei, attira gli sguardi per la sua statura. Si chiama Clive Darril. È un ricco australiano, anche lui altissimo. È in viaggio in Europa e rimane colpito dalla gigantessa del Tirolo. Tra i due nasce qualcosa. Non sappiamo esattamente cosa. Le fonti sono poche, quasi aneddotiche. Ma il racconto che arriva fino a noi ha una forma sorprendentemente romantica: Clive le chiede di sposarlo.
La proposta è concreta. L’uomo possiede una grande fattoria in Australia e le propone di seguirlo laggiù, dall’altra parte del mondo.
È difficile immaginare cosa significhi una proposta del genere per una donna nata in una valle alpina isolata, cresciuta in una famiglia contadina analfabeta, educata alla religione e alla prudenza.
Maria esita.

Scrive alla famiglia per chiedere consiglio. Anche i parenti sono incerti. L’Australia è un luogo quasi mitologico, distante come la luna. Partire significa non tornare più. Alla fine rifiuta. Così svanisce probabilmente l’unica possibilità di una vita diversa.
Quando ho letto questo episodio non ho potuto non pensare alla storia raccontata dagli U2 nel video di “All I Want Is You”. Il testo della canzone parla di un amore desiderato ma irraggiungibile, di qualcuno che possiede tutto ma non riesce ad avere la persona che ama. Per il video, diretto da Meiert Avis nel 1988, la band si ispira alle atmosfere del film “La Strada” di Fellini: un nano innamorato di una trapezista. Un amore sproporzionato, quasi grottesco, che esiste proprio perché è impossibile. Nel caso di Maria Fassnauer la sproporzione è rovesciata. Non è il piccolo uomo a desiderare la donna altissima. Sono due figure fuori misura che, per un attimo, sembrano poter costruire un mondo adatto alla loro anomalia. Ma quell’attimo non basta.
Gli anni successivi diventano più duri. Il corpo di Maria comincia a cedere. Le lunghe ore in piedi durante le esibizioni le provocano ulcere dolorose alle gambe. Il cuore lavora con fatica. Il gigantismo consuma lentamente il suo organismo.
Nel 1913 torna finalmente in Ridanna. Ha 34 anni ed è molto stanca. La fama svanisce quasi senza rumore. L’Europa sta scivolando verso la Prima guerra mondiale e nessuno ha più voglia di pagare per vedere una gigantessa. L’interesse per le stranezze del corpo umano lascia spazio a qualcosa di più oscuro.
Gli ultimi anni li passa con la famiglia che ha cercato di aiutare per tutta la vita. Muore il 4 dicembre 1917, a trentotto anni, dopo una lunga malattia, portandosi dietro umiliazioni, fatica, disorientamento e quel lontano amore che le aveva brevemente acceso il cuore.
Pochi giorni dopo muore anche sua madre. Una coincidenza che nella valle viene letta come il segno di un legame indissolubile che trovava finalmente il suo compimento eterno.

