Il cacciatore di indizi

Jurgis Baltrušaitis (1903-1988)

L’arte è fatta di atmosfere, di suggerimenti per viaggi mentali, di scorribande orizzontali e verticali attraverso le culture. Si può camminare dentro l’arte come fosse un percorso scandito da tappe e oasi, da conflitti e silenzi. Simmetrie e asimmetrie, bizzarrie e grottesche: un mondo intero si spalanca di fronte a un portale gotico, a un’abside romanica impreziosita da mille testine apotropaiche, a un quadro fiammingo cantore di famiglie benestanti, a un cammeo con incisa una testa tricefala. C’è un autore che ci può aiutare a compiere questi viaggi, questi percorsi da fare rigorosamente a piedi, ciondolando tra navate e colonne, tra portali e transetti, tra fogli di pergamena e affreschi: il lituano Jurgis Baltrušaitis. I suoi innumerevoli libri – quasi tutti editati da Adelphi – sono delle orme lasciate ai posteri affinché trovino la giusta via per comprendere l’universo artistico. Basterebbero i titoli per indicarci la via (che, come ci ricorda Antonio Machado, si fa facendola): Anamorfosi o Thaumaturgus opticus, La ricerca di Iside, Aberrazioni, Risvegli e prodigi. La metamorfosi del gotico, Formazioni, deformazioni, Arte sumera, arte romanica, Lo specchio: rivelazioni, inganni e science-fiction, Arcimboldi e l’arte delle meraviglie. Ma c’è un suo libro in particolare che mi aprì il “mondo” – correva l’anno 1973 –, mi indicò l’inesistenza dei confini, il tripudio della contaminazione, il mescolamento tra oriente e occidente, la superficialità della pretesa di ingabbiare l’arte in stili e orticelli. Questo libro è Il medioevo fantastico. Antichità ed esotismo nell’arte gotica.Il risvolto di copertina così recita: Origini e trasformazioni – dall’Oriente estremo fino all’arte gotica e a Bosch – di ciò che fu chiamato il «mostruoso», il «macabro», il «fantastico», il «demoniaco». Un’opera capitale di storia delle immagini – e quindi non solo di storia dell’arte, ma della civiltà.

Massimo Oldoni, nell’introduzione, sottolinea che leggendo questo libro ci troviamo di fronte a «una diversa geografia del Medioevo». Una geografia che quasi in nessuna scuola o corso ci viene insegnata o almeno suggerita. Una geografia che apre e non chiude, che ci fa capire come il qui e il là siano la stessa cosa, si confondano, si abbraccino, si lascino per poi ritornare assieme.

Oltre il medioevo, oltre il gotico, oltre l’arte, Il medioevo fantastico è un metodo, uno sguardo, una sollecitazione che segue l’insegnamento del suo maestro Henri Focillon, indagatore della cosiddetta “storia dell’arte senza nomi” cara alla scuola viennese di Heinrich Wölfflin e di Alois Riegl. Il metodo di Baltrušaitis è formalista e comparativo, traccia e costruisce mappe in cui le forme, ovvero le opere d’arte – sculture, quadri, cammei, pendagli, miniature, ecc. –, circolano liberamente. Il cultore d’arte, l’erudito, si trasforma da storico in cacciatore di indizi, segue labili orme, tracce dimenticate, rispolvera vecchie forme, illustra presenze scordate e cadute nell’oblio. Soprattutto l’autore mette in rilievo il primato dell’immagine, tralasciando totalmente le fonti scritte. E qui si potrebbe aprire un dibattito infinito, già sollevato negli anni Trenta tra lo stesso Baltrušaitis, Panofsky e il suo metodo iconologico e lo specialista dell’arte romanica Meyer Schapiro. Io sono convinto che ognuno debba scegliere la via che più gli si addice, con l’estrema libertà di balzare di mappa in mappa, di sentiero in sentiero, di opera in opera, rincorrendo sogni e utopie, desideri e impulsi. Ed è proprio questa estrema libertà che ci suggeriscono le opere di Baltrušaitis: vivere dell’immagine in sé, trovare dentro di essa tutto il mondo, come William Blake lo trovò in un granello di sabbia. L’autore, per raccontare gli scambi tra culture diverse, per chiarificare cosa c’è in quel granello di sabbia, viaggiò moltissimo, dalla Georgia all’Armenia alla Francia, dove studiò e lavorò, e in moltissimi altri paesi, nella consapevolezza che l’uomo tende a tracciare forme simili per risolvere medesimi problemi esistenziali, espressivi e semantici.

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Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com