La veglia di una madre non finisce mai

Da bambino, quando iniziava a percuotere con il cucchiaio il tavolo gli altri quasi lo festeggiavano, pensando esprimesse gioia. Erano iniziate così alcune sue piccole manie, quella specie di ordine geometrico che si era sempre trovato dentro la testa. Poco a poco molti fatti quotidiani, come masticare, caddero dentro la legge del cinque per cinque, del sette per sette, costringendolo ad infinite ripetizioni. La madre, pensava agli innumerevoli comportamenti che si presentano strani o irregolari e poi scompaiono durante la crescita, tuttavia qualche dubbio si era insinuato in lei già all’epoca dell’asilo, quando lo vedeva graffiare il muro, oscillando tra attaccamenti e distacchi. 

E così la storia di Tommaso iniziava a diventare la storia della sua malattia e quella di Ilda la storia di Tommaso, un destino comune a molte madri che prima si sentono giudicate e poi vengono lasciate sole a trascinarsi ragazzi da un ambulatorio ad un altro. Intanto Tommaso diventava alto e cominciava il suo lungo viaggio fatto di astrazioni e incongruità, con delle pause che sollevavano speranze per sprofondare poi in ricadute. Si era dato un suo modo di funzionare, incurante dei ritmi che lo circondavano, indifferente alle sollecitazioni.

Ma anche le madri si consumano e Ilda pareva farlo più in fretta, il figlio era la sua ombra e, segnata dalla malattia, consapevole di essere morta già tante volte: quando il marito se n’era andato, quando il figlio ancora piccolo cominciò ad esplodere nelle sue stranezze, quando conobbe sulla propria pelle l’emarginazione, quando incontrò dottori ed esperti dalla voce dura; aveva un unico pensiero: trovare una sistemazione per il futuro che tenesse conto dei bisogni di suo figlio.

Cominciò così un altro pellegrinaggio tra camici e residenze finché, proprio nel piccolo paese, la comunità degli anziani si aprì. Ilda fu chiara: “Tesoro, io sarò qui nella casa di riposo, ci divideranno poche centinaia di metri. Potrai andare e venire dagli alloggi protetti.” Tommaso non aveva capito granchè ma con le appropriate intese e nel modo giusto si lasciò lentamente condurre in una nuova abitazione e routine. Le sue vicine erano due signore del doppio della sua età, abituate da anni a quel luogo. Lo salutavano e lo osservavano senza invadenza, come due vecchie zie abituate a quella presenza. Una sembrava disegnata con la squadra tanto era spigolosa e ossuta, ricurva sul proprio girello e nervina; l’altra pareva delineata da un compasso, morbida, dolce e socievole. Capitava sempre più spesso che riservassero a Tommaso un posto al grande tavolo del salone comune, tentavano di coinvolgerlo in un puzzle o gli chiedevano della madre e intanto gli prendevano le misure, entravano in confidenza con le sue manie, i suoi gusti e i suoi momenti di scollamento dalla realtà. 

Arrivò in fretta il giorno in cui Ilda si spense e Tommaso si trovò solo senza un posto in cui dirigersi, senza un punto di riferimento. Usciva sempre, a volte si recava alla casa di riposo, ogni tanto si perdeva per il piccolo paese dimenticandosi dove era diretto. Le due vicine facevano il possibile per tenerlo ancorato al mondo, per ricordargli i propri bisogni primari e gli riservavano sempre un posto al tavolo tra l’essere concava dell’una e convessa dell’altra. In fondo, entrambe pensavano che quando una madre ha un figlio sofferente non può morire, semplicemente chiude gli occhi e veglia. Così Tommaso era arrivato a riempire quello spazio accogliente, ridestando anche l’animo delle due anziane. E, forse per puro istinto o in un momento di grande lucidità, gli parve di capire cosa aveva voluto intendere sua madre con l’espressione “alloggi protetti”.

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Pubblicato da Denise Fasanelli

Mamma insonne e sognatrice ad occhi aperti. Amo la carta, la fotografia e gli animali. Ho sempre bisogno di caffè. Non ho bisogno di un parrucchiere, d’altronde una cosa bella non è mai perfetta. Ho lavorato nel campo editoriale, della comunicazione e mi sono occupata di marketing per alcune aziende. Ho pubblicato un libro insieme all’ex ispettore Pippo Giordano: “La mia voce contro la mafia”(Coppola ed. 2013). Per lo stesso editore, ho partecipato, in memoria dei giudici Falcone e Borsellino, al libro “Vent’anni” (2012) con un racconto a due mani insieme all’ex giudice Carlo Palermo.