Alla Corte del Re Cremisi

L’uomo del XXI secolo sarà un uomo “schizoide”, i suoi occhi vedranno “innocenti violentati dal fuoco del napalm” e “pire funerarie di politici”. Così annunciavano, nel 1969, i King Crimson, nel loro disco d’esordio, introdotto da una delle copertine più belle della storia del rock, un volto deformato da un grido d’angoscia disegnato dal giovane Barry Godber, che avrebbe fatto di lì a poco una fine prematura.

Parliamo di un disco che sfugge ad ogni definizione. Sì, d’accordo, una definizione ci sarebbe: Progressive, rock “progressivo”, che trae ispirazione da altri generi, jazz, musica sinfonica, folk, medioevo (inglese). Ma collocare In the Court of the Crimson King accanto ai lavori di Genesis, Yes, Gente Giant ecc., ovvero degli altri campioni del  genere, è difficile. L’apertura è spiazzante, con i sette minuti di 21st Century Schizoid Man, un brano furioso e trascinante, con la voce distorta di Greg Lake a declamare visioni di futuro drammaticamente poetiche e la chitarra di Robert Fripp, l’indiscusso leader del gruppo, a tirare le fila. La tensione si stempera sui panorami crepuscolari disegnati dal flauto di Ian McDonald nella ballata successiva, I Talk to the Wind. “Sono all’esterno e sto guardando dentro. Cosa vedo? Molta confusione, disillusione, tutt’intorno a me”.

La prima facciata si chiude con la solenne Epitaph, dominata dalle tastiere (di nuovo: “Confusione, sarà il mio epitaffio”), mentre la seconda si apre con una ballata acustica, Moonchild, caratterizzata da una lunghissima coda “rumorista”. L’ultimo brano, quello che dà il titolo all’album è grandioso, solenne e quasi-classico (anche grazie alla nuova strumentazione disponibile, in particolare al mellotron, l’archetipo dei moderni sintetizzatori).

Siamo a Londra. Il deus ex-machina di questa avventura, abbiamo detto, è Fripp, chitarrista originalissimo, molto diverso dai guitar heroes di quegli anni, come Hendrix, Clapton, Page. Ma tutti gli artisti riuniti per questo disco d’esordio sono eccellenti, a partire da un incredibile batterista, Michael Gilles, poi persosi per strada.

Nonostante non sia un prodotto facile, In the Court è una storia di successo. L’album arrivò al quinto posto nelle classifiche inglesi e ottenne il disco d’oro negli USA. Pete Townshend, che con i suoi Who suonava tutt’altro genere di rock, lo definì “un capolavoro sbalorditivo”. Nel 2019 la band è andata in tour per festeggiare i 50 anni dall’album di esordio.

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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.