Forza della natura

Avete mai fatto caso che le piante crescono praticamente ovunque? Silenziosi fili d’erba si insinuano tra le crepe dell’asfalto, spuntano ai bordi delle strade, arrivano persino a conquistarsi uno spazio tutto loro, contendendolo con le nostre piante nei vasi sul balcone. Troviamo piante che crescono in mezzo al nulla, come le rose del deserto o l’albero della vita di 400 anni del Bahrein, che strappa la vita in mezzo alla sabbia. L’istinto vitale della natura è la forza che anima il mondo, una forza indomabile, anche quando si manifesta in maniera discreta. Una forza in grado di far nascere la vita persino nei luoghi più impensati. Pensiamo ad esempio a uno dei posti meno vivibili della Terra: Chernobyl. Là, dove la gravissima catastrofe nucleare dell’86 ha reso chilometri e chilometri inadatti ad ospitare la vita umana, oggi crescono foreste rigogliose e sono tornati persino animali selvatici che mancavano da decenni, come il bisonte e i cavalli selvaggi, che ora pascolano indisturbati. Lo stesso sta avvenendo a Fukushima, sede di un più recente disastro nucleare. Anche se probabilmente piante e animali vivranno meno, ci stanno dimostrando che in assenza di presenza umana, la natura prolifera. Dopotutto, lo abbiamo appurato anche durante il lockdown della primavera 2020, quando gli animali si avvicinavano alle strade e alle piazze delle città, nei canali tornavano i pesci e ovunque la vegetazione cresceva fiorente. Lentamente, silenziosamente, la natura ci ha mostrato come si possa reagire alle ferite, anche alle più violente. Il più delle volte queste ferite sono provocate dall’uomo, che sta contribuendo pesantemente all’aumento della temperatura del pianeta, favorendo così un moltiplicarsi di eventi catastrofici, sempre più frequenti e sempre più violenti. Come la tempesta Vaia, il cui ricordo, dopo due anni brucia ancora nel cuore dei trentini. Una devastazione inaudita, che ci vorranno decenni a risanare.

Camminando nel silenzio di quei boschi distrutti, in mezzo ai tronchi morti si avverte una sensazione di impotenza e nostalgia per un paesaggio che non vedremo più. Ma la foresta ce la farà! Ci vorranno decenni, ma le piante torneranno a crescere. Anche se i boschi del futuro saranno un po’ diversi da quelli di adesso. La vegetazione delle nostre amate Alpi cambierà, l’aumento delle temperature porterà ad innalzare il livello in cui cresce la vegetazione: assisteremo ad una migrazione delle specie pioniere e troveremo alberi anche a quote più elevate, dove ora resistono solo arbusti e fiori alpini. Ancora una volta le piante dimostreranno la loro capacità di adattamento, superiore a quella animale. Di questa straordinaria intelligenza delle piante parla il professor Stefano Mancuso, botanico dell’Università di Firenze. Dovendo rimanere ferme, le piante sono costrette ad osservare meglio l’ambiente circostante e ad ottimizzare le loro risorse. Proprio per questo, lasciare che la natura faccia il suo corso è spesso la soluzione migliore, anche se richiede tempo.
Anche nelle foreste distrutte da Vaia, infatti, una parte del territorio verrà lasciata semplicemente all’operato di madre natura. Il rinnovamento naturale del bosco è preferibile a quello artificiale, al di là dei costi, anche perché le piante che si riproducono spontaneamente sono maggiormente in grado di adattarsi all’ambiente. Ed essendo meno cariche di azoto di quelle coltivate in vivaio, attirano meno animali che potrebbero compromettere la loro sopravvivenza. In alcune zone, invece, dove le piante cadute hanno liberato degli spazi prima occupati dal bosco, si sono creati nuovi habitat aperti, che potranno favorire la presenza di nuove specie. I tronchi caduti e lasciati a terra invece, in certe aree potranno aiutare a prevenire il distacco di massi e valanghe per alcuni anni. Insomma, la natura reagirà, anche se con tempi lunghi, ai quali noi uomini frettolosi non siamo più abituati. Intanto però, possiamo darle una mano. Attraverso il progetto Trentino Tree Agreement coordinato da Trentino Marketing, ad esempio, sono state raccolte oltre 1000 donazioni di persone che hanno deciso di contribuire alla rinascita dopo Vaia, che verranno utilizzate per ripiantumare in particolare la Foresta dei Violini di Paneveggio, la Foresta dell’Eremo a San Martino di Castrozza e la Foresta Nascosta di Cadino.

STORIE DI RESILIENZA UMANA
Oltre agli interventi pubblici, la necessità ha aguzzato l’ingegno di tanti e anche diverse iniziative private sono state messe in campo: campagne di crowfunding per sostenere il legno di risonanza della valle di Fiemme, legno recuperato per costruire librerie… Un’idea tutta nostrana che ha avuto un buon riscontro è in particolare quella di un trio di under 30: Federico Stefani, Paolo Milan e Giuseppe Addamo, con la loro start up Vaia Cube. Di fronte alla catastrofe provocata dalla tempesta, i tre ragazzi hanno reagito inventando un oggetto iconico che potesse diffondere, simbolicamente, il grido della foresta ferita: un amplificatore di legno senza fili che funge anche da porta smartphone. L’idea è venuta a Federico, di Borgo Valsugana, guardando un manufatto in legno realizzato dal nonno. Ognuna di queste piccole casse, infatti, è realizzata artigianalmente da falegnami trentini e personalizzata da una fenditura nel legno, che vuole ricordare la ferita del bosco. Un monito quindi e un invito a reagire. “La nostra prospettiva è fare qualcosa che abbia un impatto positivo sull’ambiente, spiega Maddalena Monge, addetta stampa della start up, “per ogni cubo venduto infatti, verrà piantato un albero. L’obiettivo è arrivare a 50.000. Ad oggi ne abbiamo piantati 5.000 tra abeti e larici, a Baselga di Piné, Livinallongo e in val di Zoldo, nel bellunese. L’esperienza di Vaia ci sta lasciando la forza, la resilienza, la voglia di creare qualcosa per la comunità a partire da una difficoltà.”

Il legno schiantato avrà nuova vita anche grazie alla Filiera solidale attivata da PEFC dopo la tempesta. La roveretana Ri-Legno srl, su commissione di Rovim Srl e Finint, ha utilizzato il materiale recuperato dai boschi distrutti in val di Fiemme e Primiero per dare vita a un edificio da record: il palazzo, interamente costruito in legno, più alto d’Italia. Un edificio di 29 m, composto di nove piani, che si staglia nell’area ex Marangoni di Rovereto, ripristinando così anche un luogo dismesso. Accanto, sorgerà un altro edificio in legno di 5 piani. Un simile progetto apre una via per incentivare la diffusione dell’edilizia sostenibile. Scegliere il legno, infatti, consente di abbattere l’impatto ambientale di un’opera, data la sua capacità di assorbire e stoccare il carbonio. Inoltre, il suo costo energetico, di produzione e smaltimento è inferiore, rispetto a materiali come il calcestruzzo. Oltre che sostenibile, il progetto è anche socialmente responsabile, dato che queste abitazioni saranno destinate al cohousing, ovvero a fornire alloggi e servizi abitativi a 68 famiglie, per lo più composte da persone fragili e precarie.
A conti fatti, la ferita che Vaia ci ha inferto è una ferita profonda, come una spaccatura nel legno e non si rimarginerà tanto presto, o forse mai. Ma insieme al dolore la tempesta ci ha dato anche una bella lezione. Un ammonimento che ci chiama al rispetto, ma anche ad aprire gli occhi di fronte a una realtà in rapido cambiamento e sempre più fragile, che ci costringe a non adagiarci nella rassegnazione, ma ad andare sempre avanti, trovando soluzioni alternative, scegliendo sempre e comunque la forza della vita. Come diceva Ghandi “La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia.”

MA CHE COS’È esattamente LA RESILIENZA?
Questa parola, oggi molto utilizzata in psicologia e applicata sempre più anche al mondo del lavoro, deriva in realtà dal mondo dell’ingegneria e significa “capacità di un materiale di assorbire un urto, senza rompersi”. È la proprietà di alcuni materiali di deformarsi plasticamente assorbendo l’energia di un urto. D’altronde, ce lo dice la stessa etimologia della parola, che deriva dal latino resilire, ovvero rimbalzare, saltare indietro. Praticamente, un po’ quanto succede quando giochiamo a tennis: la rete della racchetta attutisce l’urto della pallina e la respinge, senza spezzarsi. Ma che significato ha questa proprietà nel vivere quotidiano? Lo abbiamo chiesto a Giulia Zini di FBK “È la capacità, pur nel momento così negativo e complesso che stiamo vivendo, di cogliere qualche cosa per cui valga la pena di resistere. Insomma, far sì che un momento di difficoltà diventi l’opportunità per guardare oltre. Penso che la resilienza abiti nella nostra natura, ma ci vogliano molto lavoro e un grande esercizio di volontà per usarla. Sta a noi infatti decidere se soccombere a quanto ci circonda o trovare in noi un punto di forza”. La resilienza è poi sempre più necessaria anche nel mondo del lavoro, che è sempre più flessibile e in movimento: “In qualsiasi ambito è importante riuscire a trovare soluzioni alternative. Un esempio lo si è visto con la dad, la didattica a distanza a cui ci ha costretto il diffondersi della pandemia. In questo ambito FBK ha dato vita ad un progetto denominato Meno virus, più conoscenza, una piattaforma digitale contenitore, sorta di biblioteca pensata per gli studenti delle superiori e fruibile dagli insegnanti. In un momento complesso, si sono trovate insomma soluzioni alternative per continuare a fare ciò che si faceva prima. Resilienza in fondo significa questo: bisogna saper stare in piedi e proprio nei momenti più bui accade che ci scopriamo più forti di quanto pensiamo!” 

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Pubblicato da Silvia Tarter

Bibliofila, montanara, amante della natura, sono nata tra le dolci colline avisiane, in un mondo profumato di vino rosso. La vita mi ha infine portata a Milano, dove ogni giorno riverso la mia passione di letterata senza speranza ai ragazzi di una scuola professionale, costretti a sopportare i miei voli pindarici sulla poesia e le mie messe in scena storiche dei personaggi del Risorgimento e quant'altro. Appena posso però, mi perdo in lunghissimi girovagare in bicicletta tra le abbazie e i campi silenziosi del Parco Agricolo Sud, o mi rifugio sulle mie montagne per qualche bella salita in vetta. Perché la vista più bella, come diceva Walter Bonatti, arriva dopo la salita più difficile.