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Giorgio Fracalossi: «Studiare sempre, fermarsi (quasi) mai»

In Trentino dici “banca” e – non c’è niente da fare – il pensiero va subito a lui: Giorgio Fracalossi. Classe 1955, sposato con Marina dal 1986, ha due figli Giorgia (1989) e Gregorio (1991). Di professione sarebbe commercialista, ma – andando a ritroso – dal 2010 è presidente di Cassa Centrale Banca. Nel 2006 è stato eletto presidente della Cassa Rurale di Trento. Dal 2003 presidente di Informatica Bancaria Trentina, società del movimento cooperativo. Bancario dal 1976 al 1998. Ha anche due passioni sportive che con le banche non hanno assolutamente nulla a che fare (calcio e maratona), ma abbiamo tutti i nostri difetti.
Lo incontro nella sede di via Belenzani, l’elegante e antico palazzo che fino a pochi anni fa ha ospitato il rettorato dell’Università di Trento. Ma a proposito di calcio… il suo ufficio ha qualcosa di un campo regolamentare, quanto meno in termini di estensione. È qui che gioca quotidianamente le sue partite professionali, mette in atto strategie e moduli di gioco, dirama formazioni ufficiali, effettua sostituzioni quasi sempre azzeccate e – last but not least – motiva i collaboratori, proprio come un carismatico allenatore di calcio.
Certo, dimostra meno dei suoi 65 anni e denota più affabilità di quanta ci si aspetterebbe da uno che ricopre cotanti incarichi e assume su sé tante responsabilità. Meno ingessato di un vecchio compagno di scuola che si ritrova dopo qualche tempo. Sarà la mezza parentela che ci lega (suo padre e mia suocera sono primi cugini), sarà il legame con il paese di Vigolo Vattaro: (lì hanno vissuto i suoi nonni, papà Arturo e mamma Carmen, lì ha origine la famiglia di mia moglie), ma una immotivata confidenza ci lega nonostante non ci vediamo quasi mai.
Tanto per dare un’idea iniziale ai non addetti ai lavori e a chi non segue la cronaca bancaria, Giorgio Fracalossi è il presidente di Cassa centrale Banca, sebbene a mio avviso il titolo pecchi per difetto. Di che si tratta? Beh, facciamolo raccontare a lui stesso. Prima però – galeotto, l’accenno alla “vigolana” Santa Paolina – vuole assolutamente raccontare di un suo viaggio in Brasile del 2008.

Da sinistra, Gregorio, la signora Marina, Giorgio e Giorgia

A che titolo sei stato laggiù?
Era il 2008 e come Cassa Rurale avevamo organizzato un viaggio, non turistico, bensì legato alla storia dell’emigrazione trentina.
Cosa sapevi del Brasile?
Calcio a parte, onestamente, poco. Sapevo di avere dei parenti da qualche parte. Mio nonno Giovanni emigrò all’inizio del secolo, ma poi fece marcia indietro. Suo fratello Settimo, invece, vi rimase.
Come è andata nel 2008?
Siamo arrivati a Florianopolis: bello e drammatico, per la disparità sociale. Favelas accanto ad una versione brasiliana di “Montecarlo”…
Cioè?
Residence con piste di atterraggio, ville con hangar annesso, cose così.
E poi?
Siamo andati a Nova Trento, dove avevamo contatti con la locale cassa rurale, chiamata Trento Credi.
Che tipo di contatti?
Nel 2001 l’avevamo probabilmente salvata da un fallimento. Adesso si era ripresa e aveva sviluppato una sua rete di filiali.
Dopo Nova Trento?
Nova Vigolo, il santuario di Madre Paolina. Lì l’abbraccio con Suor Elvira – la priora, per anni a Vigolo Vattaro nella Casa Natale della Santa – e con gli immigrati.
Ci sei più ritornato?
Certo, altre due volte. La seconda, con l’allora Presidente Ugo Rossi, mi ha portato a fare una scoperta clamorosa.
Quale?
Scendendo verso Porto Alegre, mi hanno portato in una città chiamata Bento Gonçalves. Sai qual era il cognome più diffuso?
Fracalossi?
Proprio quello lì.
Cosa ti ha colpito di più della terra e della gente?
L’attaccamento delle terze e quarte generazioni alle radici della propria famiglia. Cantavano “Merica, merica” e…
C’era commozione?
Mi viene la pelle d’oca ancora oggi. Questi ragazzi ricordano, ritornano e leggono i quotidiani trentini, forse più attentamente di noi stessi.

Uno dei tanti viaggi tra gli emigrati trentini in Brasile


Provando a fare un collegamento con la tua vita: avresti mai pensato di essere in questo palazzo storico al centro di Trento, a raccontare dei tuoi tre viaggi brasiliani, quando studiavi ragioneria al “Tambosi”?
Guardando la mia vita da qui, voltandomi indietro… sembra tutto impossibile.
Spiega, spiega…
Non me lo sarei mai aspettato. Mi ero iscritto a ragioneria perché a casa mia c’era la necessità di contribuire al bilancio famigliare. Dovevo trovare una scuola che mi garantisse un’occupazione. Allora era possibile.
Università?
Ho frequentato Economia e Commercio, fino a che ho trovato lavoro in Cassa Rurale di Povo, nel 1976. Lì incontrai come Direttore Sandro Menestrina, un professionista ed un cooperatore dal quale ho imparato moltissimo e per il quale provavo tale stima che mai mi sarei permesso di pensare, anche per ragioni anagrafiche, di prenderne il posto…
Così puntasti la Presidenza.
In effetti, ignari, all’epoca scherzammo sull’argomento…: in ogni caso prima dei 35 anni ero dirigente.
Era quello che volevi fare
A dire la verità, credo di aver sempre avuto l’idea di fare qualcosa di particolare, di “mio”. La mentalità imprenditoriale probabilmente me la porto dietro fin da ragazzo. L’iscrizione al concorso per entrare in banca l’aveva fatta mia madre. Fu lei a spingermi.
Ma eri dirigente a trent’anni: non ti bastava?!
No, nella mia testa c’era qualcos’altro.
Non puoi non dirci cosa…
Nel 1994 ho ricominciato a studiare per abilitarmi come commercialista.
Insomma, alla soglia dei 40 anni ti sei rimesso sui libri?
Sì, tra l’altro per fare qualcosa di completamente diverso. Ho passato gli esami subito e lì sono arrivato ad un bivio: licenziarmi o meno.
Hanno provato a convincerti a rimanere?
Tutti e con intensità. Mi hanno dato anche del matto, se è per quello.
Anche la moglie?
No, devo dire che lei mi ha sempre assecondato e di questo devo esserle grato.
La mamma immagino fu un po’ meno contenta.
Negli anni Settanta, quello in banca era un impiego molto ambito. Ma la mia volontà fu più forte e assieme ad un amico aprii uno studio che ebbe subito una gran fortuna.
Ti senti fortunato?
Toccando ferro, sì. Lo sono sempre stato. L’unica cosa in cui non lo sono stato riguarda la mia possibile carriera di calciatore. Ma lì ero troppo scarso.
Studi ancora?
Sempre. E potrei non farlo. Nel momento in cui perdi la voglia di studiare, la passione di capire e di conoscere, ebbene vuol dire che sei arrivato ad un punto in cui la vita ti chiede di fare un altro tipo di riflessioni.

Assemblea di Cassa Centrale Banca

Insomma, arriva il 2000 e ti ritrovi affermato commercialista. Eppure, poco tempo dopo il ritorno di Steve Jobs alla Apple, qualcosa di simile avviene nella tua carriera…
Dopo essere entrato in Consiglio e venuto a mancare il Presidente Garbari, nel 2005, se ne cercava un sostituto.
Accettasti?
Ad un patto. Che il Consiglio CRT, a scrutinio segreto, mi votasse all’unanimità. E accadde. Quella fu davvero una grandissima soddisfazione.
C’era anche Sandro Menestrina?
Sì, mi disse che lui l’aveva previsto da vent’anni…
A questa seguì la presidenza di Cassa Centrale nel 2010. Anche qui fortuna? La tua sembra quasi una posizione passiva, da spettatore.
Allora ti racconto come andò con l’Informatica Bancaria Trentina.
Ah, già, che presiedevi anche quella…
È il 2003. Sono al campetto di S. Maria per la Coppa Biasior…
Hai appena detto che sei scarso a calcio!
Infatti a giocare era mio figlio. Tra il pubblico c’era Mario Sartori, direttore generale di Cassa Centrale. Lo conoscevo, ma non a livello personale. Mi fa: “Devo parlarti”. “Quando?”, domando io. “Subito, andiamo a pranzo, dopo la partita”.
Lasciami indovinare: ti propone la presidenza.
Sì, da non credere. Io non sapevo nulla di informatica. Gli chiesi di rifletterci.
Tu lo chiedesti a lui?
Già, di solito quando ti offrono una carica del genere, non si perde certo tempo a rispondere.
È andata così anche con la Presidenza di Cassa Centrale?
Beh, lì fu diverso. Confesso che quella era una mia ambizione.
Un’altra corsa.. A proposito, è vero che ami correre?
Sì, è una passione nata in età “matura” e che mi gratifica molto. Non è mai troppo tardi per iniziare.
Che ricordo hai della tua famiglia in quel di Vigolo Vattaro?
Ci chiamavano i Tasini, forse per via del fatto che veniamo dal Tesino, chissà. I miei ci hanno abitato fino al 1953. Poi nel 1955 sono arrivato io, ma eravamo già a Trento, al Mas Desert.
Ci torni sull’Altopiano?
Sempre e volentieri. C’è ancora la nostra casa di famiglia.
Cosa faceva papà Arturo?
Mio papà era un artigiano della terracotta, ma anche un po’ artista nel suo campo. Pensa che alcune sue opere modellate su figure sacre le conservo caramente ancora oggi. Aveva solo un difetto…
Quale?
Non era “capace” di farsi pagare.
Madre decisa e papà titubante: da chi pensi di aver preso?
Da mio papà ho imparato tanto la parte manuale. Eravamo sempre in cantina a fare cose. Mobili, ad esempio. Dodicenne, mi mandava sempre al negozio di Franzinelli a comprare chiodi, viti e altro. Nella mia occupazione attuale credo che tutto ciò si traduca in un buon senso pratico. Ma mio papà aveva anche una buona cultura.
E da mamma Carmen?
La lungimiranza. Ma ti voglio confessare un segreto…

I genitori, Arturo Fracalossi e Carmen Bailoni, a Vigolo Vattaro nei primi anni ‘70.

Prego.
Quando io sto per finire un progetto, cioè nel momento in cui ne intravvedo la conclusione io devo avere già pronto un altro obiettivo da perseguire. È la mia personalissima forma mentale.
Un po’ quello che ti è accaduto negli anni Dieci del Duemila. Più o meno, sapevi già cosa sarebbe accaduto…
Nel 2015 c’è la grande riforma delle Banche Popolari. Ovvero, devono trasformarsi in Spa.
E le BCC che c’entravano?
Anche loro erano chiamate ad una trasformazione. C’era da mettere in sicurezza il risparmio. Era il Governo a chiedercelo. Occorreva un assetto che fosse sostenibile nel tempo. Il credito cooperativo è troppo importante per le famiglie e le piccole e medie imprese. Troppo fondamentale per essere affidato alle correnti congiunturali.
E quindi?
Andava costruita una “rete”. Non era più pensabile che ogni banca procedesse (e rischiasse) per conto proprio.
È vero che all’inizio l’idea era di fare un unico, grande gruppo nazionale?
In Trentino però abbiamo sempre avuto una visione molto lungimirante in merito. Basti pensare che Cassa Centrale nasce addirittura nel 1974. Siamo stati i primi – assieme a Bolzano – nell’intera Penisola. La prima provincia ad avere…
…una banca centrale
Sì, non è esattamente così, ma forse la definizione rende l’idea.
Quante erano le Casse in Trentino all’epoca?
133.
Le cose sono andate bene fino a quando?
Abbiamo avuto due passaggi storici. Il primo alla fine degli anni Novanta, quando Cassa Centrale ha cominciato ad accusare problemi di – chiamiamoli così – dimensione. Si era ingrandita, e questo andava bene. Ma aveva necessità di essere “alimentata”. E il cibo presente sul territorio cominciava a non bastare più. Così, con grande visione strategica, l’allora Presidente Franco Senesi, sempre coadiuvato dal direttore Sartori, ha progettato un affaccio oltre i confini provinciali.
Con le banche del Veneto e del Friuli Venezia Giulia.
Una boccata d’ossigeno che ha trasformato Cassa Centrale in un vero e proprio motore performante.
Il secondo passaggio storico?
Nel 2007, l’allargamento della base sociale – sempre sotto la guida di Senesi – al colosso del credito cooperativo tedesco DZ Bank. A quel punto ci siamo sviluppati a tutti i livelli: rapporti con l’estero, sistemi di pagamento, finanza e crediti… Negli anni siamo riusciti ad avere, come clienti, banche in tutta Italia. Non solo BCC.
Non solo Casse Rurali, quindi.
Esattamente. Ad esse cominciano ad aggiungersi Banche Popolari, casse di Risparmio, banche private…
Cos’era più apprezzato del nostro sistema?
Beh, la serietà, l’affidabilità, la precisione.
Ma come avete fatto a riuscirci? Qual è stata la chiave del successo dell’operazione?
Il collegamento informatico. Puoi avere i servizi più accattivanti del mondo, ma se non sei in rete con puntualità…
E voi c’eravate in rete?
Allora si chiamavano Phoenix e IBT, oggi sono Allitude. Un sistema informativo comune. Una mossa fondamentale.
Torniamo alla riforma del 2016, Governo Renzi.
La paura era quella di fondersi con un gruppo più grande, come ad esempio ICCREA. Avremmo perso la nostra specificità e non solo.
Eravate tutti d’accordo nel rimanere autonomi?
Devo dire che le Casse Rurali trentine si sono sempre presentate a questi appuntamenti in modo compatto. Anzi, di più, granitico direi.
Anche perché immagino che il Governo ponesse dei vincoli importanti. Il patrimonio, ad esempio.
Ci veniva richiesto un patrimonio minimo di un miliardo di euro.
E rientravate in quella cifra?
Mica tanto… Ci mancavano 800 milioni… Occorreva una raccolta di capitale senza precedenti da queste parti. Il 31 marzo 2018 abbiamo annunciato di aver superato la cifra richiesta. Un’attestazione di fiducia e stima straordinaria.
Una bella responsabilità.
Abbiamo passato qualche bel momento di ansia. Alla fine però Cassa Centrale diventa capo gruppo della nuova, imponente realtà bancaria: siamo oramai all’inizio del 2019. Oggi contiamo più di 11500 dipendenti, 1500 filiali e un patrimonio di 6,7 miliardi di Euro. Abbiamo dieci sedi in Italia, ma è un grande orgoglio avere la sede centrale di uno dei più grandi gruppi Bancari italiani in Trentino.
Il fatto che Giorgio Fracalossi diventasse presidente di questa nuova creatura era scontato in questo passaggio?
Era molto probabile. Lasciami sottolineare e ricordare il grandissimo lavoro fatto con Mario Sartori, direttore generale di CCB, per la realizzazione del Gruppo. Sono state la nostra perfetta sintonia e una comune visione strategica a convincere tante BCC (oltre 130) a scegliere il progetto trentino.

Con Mario Sartori, direttore generale di CCB

Con la politica che rapporto hai avuto in questi anni?
Ripeto spesso che la finanza non ha confini né politici né geografici. E deve essere sempre in grado di rispondere al Mercato. Lontano da ogni ortodossia dottrinale e da ogni influenza politica.
Trento “fenomeno” della finanza?
Ci sono città in Italia che non possiedono più banche: Bologna, Bari, Padova, Napoli… Le uniche realtà rimaste sono Milano, Roma e Trento. Questa è per noi la straordinarietà del progetto. A cui dobbiamo aggiungere gli effetti collaterali: ad esempio i ritorni sul territorio in termini di occupazione, indotto, ricaduta del gettito fiscale ecc.
Come si è coniugato in questo progetto lo spirito cooperativistico originario, guettiano, diciamo.
La serietà che abbiamo sempre dimostrato è stato un elemento fondamentale.
Come spieghi che, di contro, a fronte del clamoroso successo a livello nazionale, quando si è trattato di fare una fusione a livello locale tra Cassa di Trento e Cassa Rurale di Lavis si siano levate voci di dissenso?
Nemo propheta in patria.
Va bene. Ci riprovo: cosa rispondi a chi vi accusa di tradimento dei valori originari?
Per noi i valori che c’erano ci sono ancora. E non cambiano. A cambiare sono i modelli organizzativi. Abbiamo provato a spiegarlo in tutti i modi: quello che potevi avere cento anni fa, non puoi pretendere di averlo oggi nello stesso identico modo. Le Casse Rurali sono nate, quasi 130 anni fa, per i bisogni primari, per la fame, l’usura, per fra fronte all’emigrazione. Nel solo 1875 partirono per il Sudamerica ben 26mila trentini! Oggi questi bisogni sono cambiati. E c’è la necessità di saper interpretare questo cambiamento.
Molti lamentano l’assenza di un contatto diretto con persone del territorio.
Una volta era il medico condotto a provvedere a qualsiasi cura. Oggi si va dallo specialista. Per fortuna, aggiungerei.
Immagino che il vostro lavoro sia in gran parte rivolto al futuro.
Certo, pensiamo sempre alle nuove generazioni. A dove ci porterà la tecnologia. Quanto ci spiazzerà. Non conosciamo l’entità di questo cambiamento, ma sappiamo che accadrà.
Puoi fare un esempio?
I giovani in banca non ci vengono quasi più. Fanno tutto sui loro device: telefoni, computer. Durante il lockdown abbiamo potuto sperimentare e trarre una conclusione importante: tante cose i clienti riescono a farle da soli. Versamento, prelievo, bonifico… Si è verificata una vera evoluzione di rapporto, una modernizzazione improvvisa che ha riguardato anche noi stessi. Pensiamo ai Cda fatti in video. Nessuno avrebbe accettato un’idea del genere fino a qualche tempo fa.
Quindi adesso che accadrà?
I nostri dipendenti dovranno diventare consulenti. Sarà un passaggio molto importante, un’evoluzione dei ruoli lavorativi, quasi una trasformazione a livello culturale.
E se ti dico “Google” e “Amazon”: cosa ti viene in mente?
Nel 1997 Bill Gates fece quella celebre affermazione: “We need banking. We don’t need banks anymore”. Abbiamo bisogno di un’attività bancaria, ma non delle banche.
Le banche sono un di più?
No, non sono d’accordo. Le banche hanno solo bisogno di essere ripensate come luoghi. Non più solo dedicate “ai soldi”, ma cariche di un’utilità sociale.
E voi lo state facendo?
Ci stiamo lavorando.
Ci puoi dare qualche dettaglio?
Mmm… ti inviterò all’inaugurazione.
Una domanda per chiudere, allora. Il rapporto dei trentini con il denaro: cosa hai imparato in tutti questi anni di esperienza? Come si pongono?
Sono dei grandi risparmiatori. Su questo credo di non avere dubbi.
Con che tono lo stai dicendo? Sei ironico?
No, per carità. Resto convinto che avere dei risparmi sia fondamentale. Tanto o poco, ti dà una certa sicurezza. Un’autostima che incide anche in quello che fai e in quello che dai alla società in termini lavorativi.
Quanto sono sicuri i soldi che oggi “mettiamo” in banca?
In Cassa Rurale al 100%… Battute a parte, sui depositi la garanzia del Fondo Interbancario, almeno fino ai 100mila euro. Poi dipende se decidi di investire e in che cosa investi. Per fortuna sta crescendo molto la fiducia nel risparmio gestito, ovvero affidare i propri soldi ai professionisti che abbiamo in Cassa. In questo il trentino medio è molto attento e non più sprovveduto come forse era un tempo. Accanto a ciò, la cyber security ha fatto il resto.
Siamo in chiusura: hai sempre a che fare con un mucchio di gente, dalla mattina alla sera: qual è la qualità che apprezzi di più in una persona?
La spontaneità. Che sia sincera, però!
E il difetto che negli altri ti fa più paura?
Consegue dal pregio: l’ambiguità.
Qual è la tua idea di sostenibilità? A tutti i livelli.
Cercare il giusto equilibrio tra vantaggi e costi sia in termini economici che ambientali e sociali.
Ma con una vita lavorativa tanto piena, alla famiglia quanto tempo riesci a dedicare?
Purtroppo troppo poco. Ma prometto che migliorerò!

Un tornio tutto nuovo per papà Arturo

Vigolo Vattaro, a cavallo della Seconda guerra mondiale, vi erano due aziende che lavoravano l’argilla. Arturo Fracalossi – papà di Giorgio – lavorava con Emilio Franzoi (Milioti) in quella di Clemente Nicolussi (Maranzo), in cima al paese, sul torrente Rombonos, le cui acque erano utilizzate per la decantazione. La creta proveniva dalla cava degli Sbrioni, ai piedi della Marzola. Si producevano pignate, vasi, scodelle, ecc.. Tuttavia, dopo la nascita della prima figlia, Annamaria, nel 1953, i Fracalossi decidono di trasferirsi a Trento, dove due anni dopo viene al mondo Giorgio. Arriveranno a breve distanza anche gli altri due figli, Ivano (1957) e Giovanna (1959).Abbandonata ogni velleità artigianale e artistica, immerso ora nella vita cittadina, Arturo trova un impiego da usciere a Villa Igea. Negli anni Settanta, vedendolo abbattuto e deluso, Giorgio lo convince a recuperare un tornio a pedale. Ma lui è già stanco e malato. Allora il figlio riesce a far applicare il motore di una vecchia lavatrice. Arturo storce il naso: la velocità costante di quel motore mal si adatta alla creatività, ma basta per trasmettere al figlio Giorgio la manualità di quel gesto.

Con l’amatissima Porsche d’epoca
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Pubblicato da Pino Loperfido

Autore di narrativa e di teatro. Già ideatore e Direttore Artistico del "Trentino Book Festival". Il suo ultimo libro è: "La manutenzione dell’universo. Il curioso caso di Maria Domenica Lazzeri” (2020).

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